L’uomo fedele ( Louis Garrel, 2019 ) – di Martina Federico

copertina_41 giovedì 11 aprile, 2019
Articolo scelto dalla Redazione
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Ci sarebbe veramente da chiedersi che genere di operazione intendesse fare Louis Garrel con questo suo nuovo L’uomo fedele. Se fin dal trailer non si riesce a cucire una trama che possa in un modo o nell’altro destare curiosità (spoiler: alla fine sarà esattamente come sembrava), resta da pensare che non fosse tanto interessato al concatenarsi degli avvenimenti, quanto piuttosto all’esposizione di un teorema. Dentro vi si ritrova probabilmente una mini-sintesi di qualcosa, una specie di abbecedario amoroso, un bignami dell’educazione sentimentale rispetto al “cosa fare” e al “cosa sarebbe meglio di no”. Qualcuno riuscirà a intravederci tristemente una parabola del maschio contemporaneo con sfumature surreali, che possa metter in guardia, servire all’occasione, denunciare un deprimente stato delle cose? Quello che sembra è una commedia “a-romantica”, dove a essere messo in scena è uno scivolamento progressivo verso la tiepidezza delle relazioni passionali, che è l’offesa peggiore, il danno maggiore. Ma tanto in amore e in guerra tutto è permesso, soprattutto se a permetterlo sono uomini che non oppongono resistenza. Solo che più che una guerra è una guerriglia, sono dei capricci, il caso, la solitudine, sostituzioni, un fastidio, condizioni di partenza da ristabilire.

Che cosa sembrava dal trailer? Un ménage à trois capovolto. Un uomo tra due donne, o meglio due donne con un uomo in mezzo, meglio ancora due donne che gestiscono un tipo: je voudrais Abel, au fond tu ne l’aimes pas, alors, laisse-le moi (così dice Eve/Lili-Rose Depp a Marianne/Laetitia Casta nel trailer francese: quello italiano lo segue pari pari). Salta finanche la curiosità basica (alla fine lui con chi sceglierà di stare?), e a breve scopriremo perché. Una cosa è certa: il triangolo amoroso di cui abbiamo sublimi precedenti cinematografici funziona perfettamente (o comunque meglio di così) solo quando pone al vertice una donna che regge perfettamente l’equilibrio. Il caso contrario, genera il collasso di una delle due parti in tempi record. E qual è l’unico modo per sfuggire alla guerra o quello che è? Ed eccoci, lo sappiamo fin dal trailer: fare una proposta inaspettata, mettere a punto una strategia delicata. “Perché non fai l’amore con lei?” è quello che propone Marianne. Dopo aver accantonato quasi subito il brivido del chi delle due sceglierà, si riesce a immaginare una possibile trama guerrigliera tra due donne, a mo’ de La Favorita, che meraviglia. E invece niente, già nel trailer è indicata la soluzione. Il disarmo atomico della controparte.

A conti fatti, da questo punto di vista, realisticamente non potrebbe rimanere alcun motivo per andare a vedere il film. O almeno, nessun motivo iscritto all’interno del trailer, visto che le cose sembrano stare in un certo modo; modo che, allo stato attuale (trailer), coincide con un universo esaustivo, chiuso, concluso. Ne troveremo conferma nel film, dove scopriremo che è anche peggio di così.

Cronistoria del disarmo: il film inizia con Marianne che comunica ad Abel (Garrel) di essere incinta. Prima ancora che sul viso di lui termini quell’iniziale titubanza, indecisione o sospensione del giudizio che avrebbe potuto forse anche preludere a una possibile esplosione di gioia, la donna gli comunica che il figlio non è suo, ma è di Paul. Non c’è nessun tipo di reazione da parte di Abel, mentre lo spettatore si chiede: come mai? Sa chi è Paul, o sono forse loro che non stanno più insieme? Nessuna reazione neanche quando, poco più avanti, lei gli dice che si sposerà con Paul di lì a dieci giorni. Dopodiché gli augura buon lavoro, gli dice che è stato molto bravo e che a Paul dirà che è stato molto intelligente, perché ha capito. La porta dell’appartamento si chiude. Lui cadrà nelle scale del palazzo, ma è una reazione talmente poco rilevante che viene registicamente elusa. Una volta fuori dal palazzo, con il naso sanguinante, Abel conclude che tutto sommato è quasi meglio così. Dramma e sofferenze non affiorano.

Passano nove anni: Paul muore. Si rincontrano tutti al funerale. Abel sembra aver fatto talmente poco di rilevante negli ultimi anni che, approfittando del caso favorevole, prova a ristabilire le condizioni di partenza. Ma niente di traumatico: come per la morte di Paul, nessuna tragedia da parte di nessuno. Lui pensa di poter riconquistare Marianne visto che è sola, lei pensa che tutto sommato potrebbe sentirsi meno sola con un tipo come Abel, che conosce da tempo e di cui sa di potersi fidare. Ognuno si fa i propri ragionamenti, esplicitati mediante rispettiva voce narrante, e nessuno dei due riparla di amore (come se le immagini da sole non bastassero).

Entra in scena Joseph (Joseph Engel), il figlio di Marianne e Paul, ormai cresciuto. Appassionato di gialli, con Abel si lascia andare alle confessioni: è stata Marianne ad avvelenare Paul, gli racconta, ma non è stata fatta alcuna autopsia perché la donna intrattiene da tempo una relazione sessuale con il medico. La cara, vecchia, adultera Marianne potrebbe essere addirittura un’assassina. Abel non batte ciglio come sempre, però questa volta rintraccia il medico (Vladislav Galard) per accertarsi dei fatti narrati da Joseph. Tra le altre cose, il medico dichiara di essere omosessuale adottando un atteggiamento talmente ambiguo che da solo basterebbe ad aprire nuove piste narrative – e invece niente.

“Cos’altro?”, pensa a questo punto lo spettatore. È subito accontentato: al peggio non c’è fine. Qualche scena più tardi si scoprirà che forse il bambino non è nemmeno figlio di Paul. Per sua stessa ammissione, Marianne dice che all’epoca era innamorata di entrambi ma il bambino poteva avere un solo padre, allora è stata costretta a tirare la monetina ed è uscito Paul. Questo vuol dire che Joseph potrebbe essere anche figlio di Abel. Ma anche questo avvenimento sembra restare (coerentemente) senza conseguenze.

Purtroppo nel frattempo il giovane incappa in una seconda trappola. Si tratta della sorella di Paul, Eve, storicamente e segretamente innamorata di lui. Prima era troppo piccola ma ora è cresciuta, e ha intenzione di soddisfare i suoi desideri. Come? Andando a parlare chiaramente con Marianne e chiedendole se per caso le può lasciarle Abel, perché lei lo vorrebbe per sé (la scena del trailer: tanto tu non lo ami, dallo a me. Del resto Marianne non nega). Non paga, la ragazza decide di andare da Abel per dirgli che vuole stare con lui. Semplice, no? “Non è che potresti stare con me, ti spiacerebbe? perché io voglio stare con te”. E del resto sembra funzionare visto che poco più tardi Abel prende le sue cose e si trasferisce da lei.

Ben presto Eve si rende conto che ha ottenuto quello che voleva, e l’oscuro oggetto del desiderio una volta nelle sue mani inizia a perdere di fascino. Si viene a scoprire che era stato un piano organizzata da Marianne. Il crollo del divieto, la resa legale del proibito, il motore di ogni attrazione. Lezione numero uno del film: è bello prendersi un uomo, meglio se sottraendolo a un’altra donna; ma se prendersi un uomo equivale a una gentile concessione dell’altra donna, automaticamente l’interesse viene meno. Nella scena successiva Abel ritorna da Marianne: quello che ha pensato in tutto questo tempo non è dato sapere. Ma tanto non importa, forse. “L’uomo fedele”, a questo punto, è quasi un eufemismo.

Sarebbe da chiedersi se Garrel ha scavato nell’animo umano troppo o troppo poco. Qual è la morale? Su che cosa si sarebbe potuto lavorare nel trailer? La svolta di trama c’era, e risiedeva nella macchinazione di Marianne: nasconderla qualche frutto l’avrebbe dato, forse. Il fatto è che diciamo così perché abbiamo cercato di rintracciare qualcosa di coerente; perché in fondo speriamo ancora di vedere le sfide degli eroi romantici animati da passioni indomabili. A ben guardare, però, un vero soggetto che, seguendo un arco di trasformazione, si ricongiunge a ciò che ama, nel film non c’è, e anche il discorso di Marianne come deus ex machina appare piuttosto debole. La tremenda piattezza del trailer si accordava già molto bene a ciò di cui il film voleva parlare e alla sua cifra stilistica: l’assenza della passione, reazione, stupore, in un clima neutro da fotoromanzo, didascalico, dove vige una temperatura tiepida. A questo punto inserire o meno l’escamotage di Marianne avrebbe cambiato poco o nulla, perché non c’è traccia di un vero flusso di azioni dirette verso qualcosa.

In una delle scene finali, il medico viene visto in compagnia di una bionda. Non era omosessuale? Chi mentiva tra i due: il medico o il bambino? Sembrerebbe il medico, ma ormai il fatto che Marianne sia un’assassina non interessa più a nessuno. Meglio sperare nel bambino: sarebbe l’unico, nel film, in grado di modificare così tanto la realtà secondo il proprio desiderio, da farci sperare in un futuro migliore.

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