Maschio, bianco, colonialista. In onore di Rudyard Kipling – di Pierre Assouline

venerdì 10 Dicembre, 2021
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Caroline ‘Carrie’ Kipling, la moglie di ‘Ruddy’, era nata a Rochester, Usa, nei gangli della famiglia Balestier, di antico lignaggio, con avi provenienti dalla Martinica. Superava di tre anni il marito; nei ritratti appare solida, indipendente, audace; un libro, stretto tra le dita, reclinato su un fianco, ne distingue l’indole pratica ma non priva di vertigini intellettuali. Rudyard era amico del fratello di lei, Charles Wolcott Balestier, che morì giovane, trentenne, di tifo, a Dresda: scrittore di talento – insieme a Kipling scrisse, con scarso successo, The Naulahka –, editore, presentò al marito la sorella. Nonostante la ‘maledizione’ di Henry James – “è una unione di cui non prevedo futuro” – Carline e Rudyard furono uniti per la vita, infelici come tutti (secondo la formula di Lev Tolstoj), legati, tra l’altro, dalla tragedia, la morte del figlio John durante la Battaglia di Loos, Prima guerra mondiale. Caroline morì nel dicembre del 1939; il marito era morto tre anni prima, da molti anni la sua fama era decrepita, i suoi scritti sempre più cupi.

Alla dipartita di lei, diverse carte di Kipling andarono alla British Library, nel 1940. Destini del tempo: Kipling, un genio, per gli avversari mero cantore dell’Impero, passò dall’essere padre della patria a scomodo ingombro del tempo che fu. Ancora oggi – sia mai omaggiare un maschio bianco dal talento ineffabile – alla voce Why was Kipling important? la British Library ricorda che “Al termine della Prima guerra, la marea della storia ha spazzato via inesorabilmente la visione coloniale di Kipling. I valori celebrati nei suoi scritti sembravano poco in sintonia con lo stile del tempo. I critici politici lo giudicavano antiquato nel migliore dei casi, spregevole nel peggiore. All’inizio del XXI secolo, la distanza conferisce una visione meno emotiva, e Kipling è riconosciuto come una delle voci più autentiche della vita e del carattere dell’Impero britannico”. Bieca, bianca retorica: uno scrittore è grande proprio nei suoi aspetti inquieti, irrisolti, fastidiosi, e chiunque legga Kipling scorge l’abisso più che l’afflato tribunizio, la violenza insensata, il caos prima dell’etica dell’ordine. Ma vai a spiegare il contesto ai vili contestatori, vai a spigare il genio di fronte a chi propala l’anestetico come unica estetica, il volemose bene come panacea, la livella come unico equatore.

Ad ogni modo, tramite SP Books la British Library rende pubblico il manoscritto del Libro della giungla. Si tratta del testo preliminare del capolavoro di Kipling, con le correzioni, le cancellature, i brevi disegni a margine dell’autore. I corsivi di Kipling sono miliari: avvenente il desiderio di estrema pulizia della frase. Per renderlo commercialmente seduttivo, il libro è decorato con i disegni di Maurice de Becque, straordinario artista francese, che nel 1924, per le Éditions du Sagittaire, cura una edizione speciale de Le Livre de la jungle (morto nel ’38, il sagace Maurice ha tradotto in disegni i Pensieri di Pascal, le satire di Giovenale, le storie asiatiche di de Gobineau, i racconti di Jack London). Il tratto più affascinante del manoscritto, tuttavia, sono i brevi schizzi che Kipling – figlio dell’artista John Lockwood Kipling, che illustrerà i suoi libri – abbozza intorno al testo. Hanno un rilievo sentimentale più che artistico: Mowgli, comunque, è sempre solo, di schiena, senza volto.

Tra i più autentici omaggi a Kipling, va segnalato l’ultimo romanzo di Pierre Assouline, Tu seras un homme, mon fils, edito da Gallimard nel 2020, ristampato quest’anno in economica. La trama è intrigante, furba, questa: “Louis Lambert ammira Rudyard Kipling e da anni sogna di tradurre in francese la celebre poesia Se… Un giorno, questo riservato professore di scienze umane incontra il romanziere del Libro della giungla. I due stringono un’amicizia inattesa. Ma la morte del figlio di Kipling, in trincea, in Francia, sconvolge questo rapporto. Fino a che punto un padre è responsabile del destino del figlio? Può una poesia essere la chiave che risolve una vita?”. Il libro, di cui si traduce parte del Prologo, è costruito con grazia. Sempre, quando si parla di Kipling, è questione di padri e di figli, di una eredità. Già: la giungla pare retta da una inscalfibile legge, ma c’è chi azzarda l’eccezione, chi balla, solo, con chioma di foglie e pelliccia di tigre sul corpo nudo.

***

Prologo

Londra, piazzale dell’Abbazia di Westminster, 23 gennaio 1941

Stamane ho del tempo libero. La formula suona marziale, ma cosa non lo è in questi momenti? Dunque, passeggio per Piccadilly, nei pressi di Hatchards, tentato da certe leccornie; vago tra gli scaffali dei classici con la stessa golosità. Dopo un paio di ore in libreria, riprendo a vagabondare; i passi, senza che li domini, mi portano presso l’Abbazia di Westminster; non riesco a varcarne il cancello, le lastre di pietra sono gelide, i piedi non reggono. Rimango così, immobile, per lunghi istanti, davanti al rosone. Ciò che mi paralizza non sono i danni dovuti agli ultimi assalti della Luftwaffe, ma il ricordo, cinque anni fa, dei funerali di stato di Rudyard Kipling.

Ricordo che, all’improvviso, un fendente di silenzio ha scisso l’immensa folla. La navata, con naturalezza, si è aperta, lasciando spazio a generali e amici, lord e ministri, gli ex combattenti delle guerre sudafricane, parlamentari, giornalisti e traduttori, i compagni del club, i confratelli massoni, gli artisti, l’ambasciatore di Francia che aveva dichiarato che quella era la sua seconda patria. I nomi occupavano un’intera colonna del “Times”; erano assenti gli scrittori, i vanitosi. Non c’era nessuno di loro, nemmeno J.M. Barrie, il padre di Peter Pan: aveva accettato di portare la bara, per poi pentirsi, e arrendersi, all’ultimo minuto. Come i suoi colleghi, i suoi coetanei, non aveva posto in questa cerimonia che celebrava la fine di una visione del mondo. Coperta dalla bandiera dell’Impero britannico, la bara sembrava ridicola a costoro. La folla, tuttavia, era giunta a onorare il più grande poeta dell’Impero, l’intransigente difensore di un ordine sotto minaccia, il cultore della tradizione, pur libera e indipendente, il genio che aveva marchiato e incantato l’infanzia di tutti, il Nobel per la letteratura, l’uomo di fama, o semplicemente un grande talento. Nella sua benedizione funebre, il decano di Westminster lo aveva elogiato come il profeta di molte generazioni. A ciascuno sembrava di aver perso un caro amico. Quante persone, murate nel dolore, si sono raccolte, come fratelli. Ricordavo l’indimenticabile poesia che Auden aveva scritto per la morte di Yeats. Diceva, grosso modo, che le lingue afflitte nascosero la morte del poeta ai suoi versi, e appena la vita abbandonò il suo corpo egli ne divenne l’ammiratore. Sta a noi diventare i modesti autori della nostra vita. Della sua vita, Kipling è stato uno dei personaggi. Ora ne diventava l’ammiratore.

Quanto a me, non appena si è diffusa la notizia della morte, ho messo da parte gli impegni professionali e sono partito per Parigi, a esprimergli la mia gratitudine. Per i suoi libri, certo. Ma soprattutto, per quella poesia. Avevo scoperto If… appena pubblicata in inglese, nel 1910.

Sapendo della mia ammirazione per il poeta, mia nonna mi aveva regalato per il compleanno Rewards and Fairies, la raccolta che contiene quella poesia. Forse voleva avvicinarmi a mio padre. Quando ha lasciato casa, abbandonando tutto e tutti, mia madre ha cercato di eliminare i libri di mio padre, che non sopportava più. Quel libro, recuperato dalla nonna, era lì, sottolineato, segnato. Che fosse tra le letture di mio padre, mi sorprese. Quella poesia portava segni della sua mano sul margine. In effetti, potevo leggere quei gesti come un appello, un’esortazione, una preghiera del padre al figlio. If… avrebbe cambiato il corso della mia vita. Una manciata di versi può incidere su una vita. Senza quella poesia, non mi sarei trovato a Londra quel giorno di gennaio, né, oggi, sul piazzale di Westminster, l’abbazia che Kipling soleva ricordare come “il centro spirituale della nostra razza”.

Quindici giorni fa, Londra era un incendio. Per i membri del “Kipling Journal” le tempeste d’acciaio tedesche avevano avuto conseguenze assai concrete: “Fino a nuovo avviso, l’indirizzo della Kipling Society sarà in High Street, Thame, Oxfordshire. Il cambiamento di sede si è reso necessario in seguito ai danni causati ai nostri uffici di Londra da alcuni raid aerei”. Quando ho scoperto questo annuncio, mi sono ripromesso che, a guerra finita, lo avrei fatto studiare ai miei allievi del Janson-de-Sailly come esempio di understatement. Gli inglesi coltivano l’understatement come una delle belle arti.

Chiudo gli occhi, percepisco l’eco remota dei salmi della liturgia anglicana. Al termine della cerimonia, dagli organi è sgorgato Recessional, il poema che Kipling aveva composto per il Diamond Jubilee della Regina Vittoria. Terrorizzato dall’ottimismo che regnava nel paese, lo scrittore aveva concepito quel testo come un amuleto che celebra la grandezza dell’Impero avvertendo la minaccia della sua caduta. Molti ricordano soltanto il nitore positivo della poesia, oscurandone la profezia profonda. Contro la tracotanza colonialista, è un appello alla riflessione, all’umiltà. Ma le parole, così solenni, furono interpretate come un’esaltazione dell’Impero. L’equivoco non si è mai fermato.

Nel giorno del suo funerale la radio trasmise alcune poesie di Kipling: The Flag, A Song of the English, The Seven Seas… Era il suo giorno, è indubbio. Eppure, il tributo fu interrotto. Poche ore dopo, nello stesso luogo, 800mila britannici, tra i quali le stesse personalità che avevano onorato Kipling, sfilarono davanti allo scettro, al mantello, al dardo reale di Giorgio V, celebrandone l’addio. Il Big Ben è stato udito suonare settanta colpi. La nazione prendeva misura della propria continuità, il senso di un lignaggio secolare. Si potrebbe supporre che un nome abbia sovrastato l’altro, ma i due restarono associati nella mente del popolo e dei giornali, tanto più che la forte amicizia che li legava era nota a tutti. Pareva che Sua Maestà portasse nell’altro mondo il suo araldo. Nessuno ha osato dire che gli ha rubato lo spettacolo. D’altronde, Kipling aveva una certa abitudine: insignito del Nobel, era già a Stoccolma per i festeggiamenti, quando la cerimonia fu annullata all’ultimo minuto: re Oscar II era morto…

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