Mia madre ( Nanni Moretti, 2015 )

imm venerdì 17 aprile, 2015
Domenico Astuti
Letto 51 volte

Abbiamo visto “ Mia madre “ regia di Nanni Moretti.

Un tempo l’alter ego di Moretti era Michele Apicella, oggi è Margherita ( Margherita Buy ), ma ci sembra di capire che se dovesse rinascere, uomo o donna, rinascerebbe con lo stesso carattere, le medesime fissazioni e farebbe lo stesso mestiere. E anche se in questo film si mette a nudo con sincerità in ciò che reputa i suoi difetti caratteriali, umani e anche professionali, con il corpo si toglie dal centro della storia per la prima volta e si pone defilato, anche rassicurante e protettivo verso l’alter ego sua sorella e verso quell’altro corpo-memoria che è sua madre.   Ritorna per la seconda volta ( la terza come attore ) sulle stesse tematiche, il rapporto con la sofferenza e le sue dinamiche, sulla elaborazione del lutto e con la fine che può essere solo un nuovo inizio ( per chi resta ). Questa volta Moretti vuole fare un film con i canoni classici, con una sceneggiatura senza guizzi o variabili alla moretti, costruendo un film classico e antico, ma l’unico rischio questa volta che affronta veramente è quello del confronto con altri film che trattano le stesse tematiche, con la stessa rigorosità e provando a raccontare il quotidiano-assoluto. E il confronto rende questo film meno necessario, più anonimo e forse meno originale, pensando ai potentissimi e quasi scientifici Amour di Haneke o America Oggi di Altman oppure 21 grammi di Iñárritu. Sembra che entrando nella mezza età, Moretti perda quell’impeto che lo ha reso ciò che è nel bene e nel male, con le sue intuizioni originali e egocentriche che hanno anticipato o svelato un reale troppo vicino a noi e cerchi una sincerità razionale, analitica e impietosa una sua oggettività, ma facendo questo perde il suo ‘ tocco ‘ originale e distinguibile; insomma con questo film rinuncia alla parzialità delle sue opinioni per rendere le sue mezze verità sincerità. Poi è evidente che facendo così escano fuori dei debiti narrativi impossibili nel confronto, come con il Fellini di 8 ½ ( simile sia la scena della conferenza stampa, sia quando dice a sé stesso alter ego-Margherita: Fai qualcosa di diverso, rompi almeno uno schema, uno su duecento o quando ammette che questa realtà gli sfugge e che dice da troppo tempo le stesse cose ).

Una madre è un film che inizia un po’ girando in tondo, un po’ lento nella partenza. Ambiziosissimo perché cerca il vero e la sincerità, ma a noi sfugge questa intenzione nella rappresentazione dell’attore americano un po’ smemorato, un po’ ballista, un po’ coglione ( un John Turturro fuori ruolo ), e anche il senso del film nel film, in cui la protagonista Margherita, regista con molti dubbi, e che si nasconde dietro frasi ad effetto che forse neanche lei comprende, gira una storia in cui degli operai occupano la fabbrica perché rischiano il posto di lavoro: storia pallida, banale e senza pathos ).

Margherita è una regista cinquantenne, con una figlia adolescente che non ama il latino e vorrebbe abbandonare il liceo classico per il linguistico; è divorziata da un marito bonaccione se non frescone, sta uscendo da una storia con un attore del suo stesso film ed ha un fratello ingegnere Giovanni ( Nanni Moretti ) che sembra un punto fermo nella sua vita. Lei, come si diceva, sta girando un film impegnato sulla crisi economica, in cui gli operai occupano una fabbrica perché la nuova proprietà americana vuole fare dei licenziamenti.  Ma oltre alle varie difficoltà del set, Margherita deve fare i conti con una star italo-americana che beve, vive un momento di crisi professionale ed è prigioniero del suo ruolo di divo. E la sua vita è anche funestata dalla malattia della madre che sta da tempo in ospedale. Benché i medici e il fratello siano chiari lei non riesce a comprendere che la morte della genitrice è imminente. Lei in fondo lo sa, anche oniricamente, ma non lo vuole accettare. E passa le sue giornate tra il set e la clinica privata in cui è degente la madre. Tra il litigare con la troupe troppo accondiscendete con lei e i colloqui con la dottoressa in ospedale, tra le incomprensione con l’attore italo-americano e la “ necessità ” di ulteriori esami per la madre, e poi le notti tra sogni angosciosi a casa o sulla poltrona accanto al letto della madre, poi il rientro a casa, l’organizzazione dell’assistenza domestica e l’inesorabile peggioramento fino alla morte.

Un film rigoroso, cupo, che racconta la confusione e lo smarrimento di una regista che sembra fare le cose senza volerle capire e senza un reale scopo ma che si ostina a sperare nel futuro ( nella scena finale, in un momento onirico, Margherita chiede alla mamma Cosa stai pensando ?, A domani – risponde la madre ), d’altronde a cosa si può sperare se non nel domani. Ed anche il fatto che nonostante tutto mentre muore una madre e ci si prepara alla perdita e alla fine di una parte della vita, dall’altra si realizza un film per il futuro, non è altro che essere concreti e guardare avanti nonostante tutto.

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