Michel Petrucciani Body & Soul ( Michel Redford, 2011 )

michelpetrucciani-2011 lunedì 20 giugno, 2011
Domenico Astuti
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Abbiamo visto Michel Petrucciani Body & Soul diretto da Michel Redford.
Per chi non ama il jazz Michel Petrucciani è stato solo un pianista francese di origini napoletane, dal fisico malato e informe, morto giovane alla fine del secolo passato. Invece è stato probabilmente uno dei cinque pianisti jazz più grandi della fine del Novecento. Tra i numerosi riconoscimenti che Michel ha ricevuto durante la sua carriera, si possono ricordare il “Django Reinhardt Award”, la nomina di “Miglior musicista jazz europeo” e non è da sottovalutare che due anni prima che morisse si esibì alla presenza di papa Giovanni Paolo II, in occasione del Congresso Eucaristico. Era un uomo generoso sino al punto che “lui il cachet lo divideva in parti uguali tra tutti i componenti del gruppo” come ha dichiarato Stefano “Cocco” Cantini. In questo affettuoso, commovente, divertente -e forse in alcuni punti ripetitivo- documentario di Redford c’è il racconto di un uomo incredibile, pieno di energie, dal sommesso carisma, dall’incredibile talento musicale, dal dono divino della mano destra, nonostante fosse nato malato di osteogenesi imperfetta: una malattia che provoca la rottura delle ossa, la poca crescita fisica e l’invecchiamento precoce. Forse proprio per questa sua consapevolezza, nella sua breve vita (è morto a New York, a 36 anni, mentre da solo camminava durante la notte di capodanno) ha vissuto più pericolosamente di tanti di noi, come coloro che sono predestinati in tutti i sensi. Ha viaggiato continuamente, faceva fatica a trascorrere una sera in casa, ha assunto droghe di vario genere, amava moltissimo le donne e due le ha anche sposate, voleva la costante compagnia di amici e di colleghi, cercava il divertimento costante e non si lamentava mai della sua condizione che lo portava spesso a rompersi le ossa delle dita o delle spalle, che lo obbligava a camminare con due bastoni se non a essere portato in braccio. Nel suo ultimo anno di vita – il 1999 – ha fatto 220 concerti nel mondo e la sera di Capodanno ha lasciato moglie e figlio a casa a New York e da solo è andato a passeggiare tra la neve e con una temperatura proibitiva. Forse se ha fatto quello che ha fatto nella sua vita è dovuto anche al suo non sentirsi “diverso” e malato. O forse proprio per questo. Comunque una delle sue dichiarazioni è stata: “Le persone non comprendono che per essere un essere umano non è necessario essere alti un metro e ottanta. Ciò che conta è ciò che si ha nella testa e nel corpo. E in particolare ciò che si ha nell’anima”.

Il documentario inizia con la nascita di Michel nel 1962, della sua passione fin dai tre anni del pianoforte e della musica jazz e si sviluppa attraverso il racconto dello stesso Petrucciani ma anche dei suoi tanti amici e delle sue donne per raccontarci della sua incredibile volontà e della forza della sua personalità che lo ha portato a diventare forse il più grande musicista jazz della fine del secolo passato, forse più grande di Herbie Hancock, di Chick Corea e anche di “sua maestà” Keith Jarrett. Michel Petrucciani – Body & Soul è sì un documentario su uno dei miti del jazz ma è anche l’incredibile storia di uomo alto un metro, dal corpo informe, spesso malato, spinto da un desiderio insaziabile per tutto quello che la vita può offrire, l’arte, le donne, gli amici, i viaggi, il cibo.

Il sassofonista Wayne Shorter definisce così Michel Petrucciani: “C’è un sacco di gente che se ne va in giro, cresciuta e cosiddetta normale, hanno tutto quello con cui sono nati della giusta lunghezza, la lunghezza del braccio, e così via. Sono simmetrici in tutto ma vivono vite che sono senza braccia, senza gambe, senza cervello, e vivono le loro vite colpevolmente. Non ho mai sentito Michel lamentarsi di nulla. Michel non si guardava allo specchio per lamentarsi di quello che vedeva. Michel era un grande musicista – un grande musicista ed era grande, in ultima analisi, perché era un grande essere umano, ed era un grande essere umano perché aveva l’abilità di sentire e di restituire agli altri questo suo sentimento, e dava agli altri attraverso la sua musica. Qualsiasi altra cosa potete dire di lui sono formalità. Sono dettagli secondari di cui non mi importa nulla”.

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