Muore Claudio Caligari, outsider del cinema italiano, padre di “Amore tossico” – di Valeria Rusconi.

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Malato da tempo, aveva 67 anni. Aveva una manciata di film all’attivo, rimasti però nella storia tra i titoli di “culto” della nostra cinematografia, come “Amore tossico”. Aveva appena terminato di girare un nuovo lungometraggio, “Non essere cattivo”, prodotto da Valerio MastandreaMolti non hanno mai sentito nominare il suo nome. Ma chi conosceva Claudio Caligari, sa bene di cosa parliamo: è cinema crudo che racconta storie dolorose, il suo, un cinema fermamente ancorato al contesto storico in cui si muoveva, gli anni Ottanta, ma ancora vivissimo, fortemente realistico ed evocativo. In un titolo, Amore tossico: era e rimane il suo capolavoro, entrato nella filmografia di culto, quella underground, italiana. Girato nel 1983 e portato al Festival di Venezia, in una sezione speciale, vinse il premio De Sica, accanto a colossi come Fellini e Antonioni. Vinse raccontando la tossicodipendenza di un gruppo di adolescenti in una Roma assolata, prima che lo facessero altri, prima che arrivassero le serie tv oggi tanto acclamate.

Caligari è morto dopo una lunga malattia. Nato ad Arona, cittadina sulla sponda piemontese del lago Maggiore, il 7 febbraio 1948, aveva 67 anni. Per tanti il suo nome rimarrà inesorabilmente legato a quegli amori tossici, schiavi dell’eroina, raccontati agli inizi degli anni Ottanta. Anche se girò poi un altro film, quindici anni dopo – era il 1998 – L’odore della notte, ispirato alla banda di rapinatori soprannominati “dell’arancia meccanica” e raccontò le vicende, in un’opera mai completata, di alcuni spacciatori in Anni rapaci, nel 2005. Il regista non amava la notorietà e da sempre viveva lontano dai riflettori, come se con il suo esordio, a metà degli anni Settanta, nel mondo dei documentari (il primo, Droga che fare, era del 1976), avesse esaurito il suo unico interesse: raccontare la vita di strada, trasportare la cronaca sullo schermo, tenersi lontano dalla finzione. Non era un cinema raffinato, non usava trucchi, effetti speciali. Il suo cinema è sempre stato solo una cosa: vero.

Ma per lui quella non doveva essere la fine. Da tempo, il suo ritorno sembrava imminente. Aveva appena completato una nuova opera, Non essere cattivo, prodotta da Valerio Mastandrea che, poco prima, aveva scritto una lunga e commovente lettera a Martin Scorsese per invitarlo a partecipare nella produzione del film: “Se ami il cinema, vieni a conoscere Caligari e rendi possibile la sua visione”, aveva scritto l’attore a Scorsese. La risposta non è mai arrivata ma quel film si è fatto. Ancora una volta racconta l’unica umanità che affascinava Caligari: difficile, nata, cresciuta e morta nelle periferie romane e nella Ostia degli anni Novanta.

Il decennio che precede il nuovo millennio vede la periferia come un mondo dove soldi, macchine potenti, locali notturni, droghe sintetiche e cocaina sono facilmente rintracciabili dai giovanissimi. Vittorio e Cesare, i due protagonisti poco più che ventenni, dovranno pagare un costo altissimo per l’ingresso nell’età adulta e Vittorio, per salvarsi, dovrà prendere le distanze da Cesare, che invece sprofonderà inesorabilmente. Ma il legame che li unisce è così forte che Vittorio non abbandonerà mai veramente il suo amico. Un legame che sembra un filo rosso tra i “ragazzi di vita” di Pasolini e quelli di Caligari.

Nel cast figurano Luca Marinelli, Alessandro Borghi, Silvia d’Amico e Roberta Mattei. Scritto da Claudio Caligari, Francesca Serafini e Giordano Meacci, il produttore delegato di Non essere cattivo è Valerio Mastandrea. “L’intero cast tecnico e artistico è commosso e onorato di aver lavorato al film con un grande maestro”, fa sapere la sua produzione. I funerali avranno luogo a Roma giovedì 28 maggio alle ore 10.00 alla Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo. La schiera degli artisti, cui Caligari apparteneva. Lo schermo di un cinema, dove – si spera presto – vedremo la sua ultima impresa.

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