Né sì, né no – di Paolo Finzi, per A rivista anarchica

p124 domenica 13 novembre, 2016
Articolo scelto dalla Redazione
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Referendum. Abbiamo letto, e con attenzione, le ragioni dei due fronti del sì e del no al prossimo referendum del 4 dicembre. Nella grande eccitazione mediatica per quella che sembra essere una data-x, da cui dipendono le sorti della nostra vita associata, siamo sereni e fermi in una scelta di astensione dalle urne, che corrisponde alla nostra analisi e alla nostra volontà. E solo in ultima istanza a una nostra “tradizione”.
Che ci sia un bicameralismo perfetto è evidentemente un assurdo, che le sinistre hanno storicamente sostenuto quando loro faceva comodo, ora nella generale atmosfera efficientistica che caratterizza il renzismo, è diventata cosa insopportabile. Ma la soluzione proposta, cioè il mantenimento di un Senato di burocrati già impegnati altrove (sindaci e presidenti di regione), e altre amenità, segnala come particolarmente stupido e inefficiente il mantenimento di una seconda Camera, inutile.
Francamente, però, a noi anarchici non possono interessare gli aspetti superficiali di un meccanismo di potere che noi contestiamo alla sua radice, nel principio di delega sociale estesa.
Noi siamo certi che i problemi giganteschi e quotidiani della gente comune il 5 dicembre prossimo saranno i medesimi di prima, non saranno né il sì né il no a modificare sostanzialmente il quadro sociale e politico. E se anche la vittoria del no potesse avere degli effetti rispetto alla “mandata a casa” di Renzi e del suo governo, la cosa ci sarebbe comunque indifferente perché tra Renzi, Alfano, Sala, Berlusconi, ecc. non riusciamo a cogliere delle differenze così significative da meritare una deroga alla nostra “piccola” ma significativa assenza al rito del voto. Piccola perché siamo in pochi a farla non per “qualunquismo”. E significativa perché per noi stare alla larga dalle urne non è un sintomo di disimpegno dalle lotte per la trasformazione sociale, anzi ne fa coerentemente parte.
Il nostro è un sì alla partecipazione diretta, in prima persona, alla quotidiana trasformazione. E un no alla delega, alla rinuncia, al disimpegno. Ma questi sì e no non trovano un riferimento nella sfida del referendum, che è tutta giocata sul piano della politica politicante.
Sappiamo bene – ci è stato già contestato in queste ultime settimane – che non manca chi ci considera degli utopisti, delle persone incapaci di prendere posizione perché irrigidite in ideologie del passato. Ma siamo ancora di quelli che se qualcosa non ci convince non lo facciamo. E questo tanto strombazzato referendum ci sembra una grande operazione mediatica per coinvolgere la gente nel niente. O peggio, nel farla sentire protagonista mentre i fili del potere sono manovrati da ben altri burattinai.

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