“Non tollero le sue domande!”. Intervista-rissa con Pierre Lemaitre – di Luca Bistolfi

mercoledì 5 Ottobre, 2022
Articolo scelto dalla Redazione
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Ho sempre avuto la curiosa tendenza a guastarmi la vita. Poca diplomazia, zero furbizia, soprattutto negli ambienti cosiddetti culturali, dove assai di rado dimorano l’onestà e l’intelligenza. E a quarantaquattr’anni non ho più le energie, né la voglia, diciamo così di mettermi in carreggiata. Mi ripugnano piaggeria, ruffianaggine e tutte quelle qualità che servono per andare avanti. Faccia altri il lenone. Eppoi da uno scorpione mica pretendi che non punga, sarebbe contronatura: la richiesta e l’astensione.

Sicché adesso che una simpatica congiura di palazzo mi induce a scrivere su Pierre Lemaitre, non farò eccezione.

Anzitutto dichiaro senza vergogna di essere stato forse l’unico a ignorarlo. Intendo ignorare davvero: mai sentito nemmeno nominare. E già questo non andrebbe detto pubblicamente. Seguo pochissimo la letteratura contemporanea, ci son tanti di quei classici, italiani e stranieri, e il tempo è così poco…

Pare però che la mia ignoranza fosse grave, ché, mi dicono, non solo Lemaitre è celeberrimo, ma anche, leggo, uno dei massimi scrittori viventi. Va’ a vedere che mi son perso qualcosa.

E allora si parte. Vado a intercettarlo a margine del festival mantovano di letteratura. Prima debbo però leggermi qualcosa di suo e ascoltare un paio di conferenze e subito trovo conferma il disinteresse per letteratura odierna non è un peccato, anzi. Ma di Lemaitre scrittore dirò poi. Adesso veniamo al nostro colloquio.

Pierre Lemaitre è senza dubbio una persona gradevole, nonostante sia un francese e un francese di Parigi (e lo dice uno per un terzo d’oltralpe). Fa battute, scherza volentieri. Ha gli occhi vivi e mobilissimi, una faccia, a settant’anni suonati, di una piccola peste che sa di esserlo e veste in maniera indecente come tutti i francesi. Mi piace, anche perché parla abbastanza largo, non pointue come per il solito nella Ville Lumière, e quasi non ci sarebbe bisogno di Paolo Noseda, interprete ufficiale della Mondadori, simpatico e ineccepibile.

Brillante Lemaitre lo è fin troppo, tanto da evitare con qualche battuta le domande che non gli garbano, come ha fatto il giorno prima durante l’incontro un po’ “sessantanovesco” con Carlo Lucarelli («Sono d’accordo con te, Pierre», «Ma che acuto che sei, Carlò»). Vediamo allora di fastidiarlo un pizzico.

Parto dicendogli che i suoi libri, né di quelli di alcun altro oggi, suscitano il benché minimo scandalo o dolore, alla Céline, anche se si incaricano di denunciare le magagne della nostra società e della nostra storia, come i suoi. Secondo me c’è qualcosa che non va. Non crede? La risposta è sorprendente:

«Non credo che siano poi molti i libri che hanno cambiato il mondo. I libri che hanno fatto cagnara nei secoli scorsi sono poi stati rapidissimamente dimenticati. Se preferiamo la spettacolorità all’essere politico allora ci sono dei rimpianti, ma non è ciò che faccio io. Credo che invece di scandalizzare il pubblico, sia meglio che il pubblico capisca il mondo. Ciò che nella letteratura corrode non è ciò che fa scandalo, ma l’educazione popolare. Un esempio: il mio prossimo romanzo tratta anche dell’aborto [in Italia uscirà nella primavera prossima, ndr], che è un problema sociale, e a quel punto sarete voi a scegliere: se preferire un romanzo che fa scandalo o che tratta dell’aborto».

Gli spiego che con la parola «scandalo» non intendo cagnara, altrimenti avrei detto cagnara. Scandalo equivale a suonare la sveglia alle persone. Lemaitre fa una faccia strana e tace.

Andiamo avanti e gli chiedo se non trovi bizzarro che uno scrittore di romanzi storici, ad esempio Antonio Scurati o Antonio Pennacchi buon’anima, siano interpellati molto spesso in qualità di storici e non di romanzieri. Cosa ne pensa? Cosa accade in Francia?

«Posso parlare solo per me stesso, non della Francia», risponde Lemaitre come se vivesse su Alfa Centauri, e prosegue: «Ammiro molto Scurati, però io faccio dell’altro. A parte una brevissima eccezione in cui compare Hitler, nei miei romanzi non parlo mai di personaggi storici celebri. Ci sono due maniere di scrivere romanzi storici: la prima cerca di far capire la storia, l’altra si appoggia alla finzione per poi poter trattare la storia. Io appartengo alla seconda categoria». Delle due l’una: o io sono cretino e l’interprete deve cambiare mestiere oppure Lemaitre ha svicolato. Decidete voi.

Sino a questo momento, nonostante tutto, Lemaitre si è dimostrato simpatico. Assai meno quando arriva la prima, opinabilissima per carità, critica diretta: secondo me i suoi romanzi sono freddi. E gli chiedo se ciò sia voluto oppure sia la naturale conseguenza del suo carattere. «Sono molto sorpreso da questa affermazione», e dall’espressione sorpreso lo è davvero. «Mi pare di scrivere nella maniera esattamente opposta quando parlo di banche o di capitalismo. E anche quando descrivo situazioni emotivamente forti, non ho l’impressione di essere freddo o distaccato».

Lo pungolo su Zola, ma è come se avessi evocato un coglione qualunque: «Io non ho la vocazione pedagogica di Zola». A me invece pare che Zola non abbia alcuna vocazione pedagogica (posto che ciò possa essere un difetto, come è per Lemaitre), e invece Lemaitre sì. Ah no, «nulla di nulla. Io creo situazioni per far riflettere i miei lettori e non per suggerir loro cosa debbano pensare». Se questa non è pedagogia…

Per stemperare un po’ la stizza dello scrittore, gli chiedo quali siano i suoi autori di riferimento. Trovo molto ammirevole che egli abbia citato nei ringraziamenti di un suo romanzo Heimito von Doderer, grandissimo scrittore dimenticatissimo. E qui per poco Lemaitre non mi dà del cretino. La parola «ringraziamenti» gli sta sulle scatole. «Credo che Lei stia commettendo un errore quanto al significato della parola “ringraziamenti”. I miei sono piuttosto omaggi. Tutti i romanzi si incrociano, si sovrappongono e i miei cosiddetti ringraziamenti sono un modo per fare capire questo meccanismo. Penso inoltre che niente ci appartenga. Quando scriviamo le cose arrivano da qualche altra parte e ritengo sia importante tornare all’origine delle cose».

A me però interessa avere dei nomi e debbo insistere. Alla fine qualcosa esce: «I romanzi che mi interessano di più sono agli antipodi di ciò che scrivo di solito. Mi piace la scuola minimalista, ad esempio. Raymond Carver. Poi Hugo e Dumas. E in generale i romanzi che sono incapace di scrivere. C’è poi un romanzo a cui ritorno ciclicamente: I Beati Paoli di Natoli».

E qui sinceremente gli fo i complimenti, ché il romanzo di Natoli, noioso da ammazzarti ma straordinario affresco storico su un argomento affascinante, in Italia se lo filano in pochi.

A questo punto pongo una domanda di quelle che agli scrittori non piacciono e gli chiedo se il successo, come disse Karl Popper ad Anacleto Verrecchia, sia davvero frutto del solo caso oppure non ci sia ben altro dietro di esso. E a buon intenditor…

Lemaitre risponde: «Il caso è fondamentale. Stessa differenza tra storia e attualità: sarà la prima a dire se i libri che hanno riscosso successo oggi durano. Bisogna distinguere tra il colpo di fortuna e la capacità di mantenere il successo da parte dello scrittore. Nel 2013 vinsi il Goncourt. Ma non c’è una persona al mondo che mi convincerà di aver scritto il miglior romanzo dell’anno. Ma altrettanto nessuno mi convincerà mai che la mia vittoria sia stata dovuta solo al caso». E aggiunge per farmi capire che ha capito: «Forse Lei avrebbe voluto una risposta più tranchant, ma non ho altro da dire sulla questione».

Io però mica lo mollo e frattanto siamo passati al tu: a che cosa è dovuto il tuo successo? Lemaitre sorride sornione: «Adesso ti darò la soddisfazione di sentirmi fare il pretenzioso e l’arrogante. Il motivo è multifattoriale. Ma ce n’è uno in particolare che voglio isolare, ed è questo: io scrivo romanzi a sfondo sociale e politico, di avventura, psicologici, c’è sempre una trama “gialla” e uso mezzi narrativi che riportano a una trama storica e allora tutto questo coacervo costituisce una sintesi. Ed è questo a permettermi di avere un pubblico numeroso e variegato. Beninteso, non faccio calcoli. Il romanzo viene così, e basta».

Nonostante il tu, l’aria è un po’ pesantuccia e si cava poco. Gli offro allora un assist per piantarla di insistere a ottenere un minimo di sincerità: quali sono le domande che proprio non tollera? «Beh, ovvio: le tue!». Ridiamo tutti e Lemaitre tiene a precisare: «Me l’hai servita su un piatto d’argento e ti saresti incazzato se non avessi colto la palla al balzo». Verissimo.

Il tempo a disposizione fugge ma il teatrino appena allestito è il momento perfetto per porgergli un’osservazione che è una mia idiosincrasia. Ovvero: in Italia gli artisti sono considerati delle divinità, semidivinità quando va bene. E loro ci credono pure. All’estero mi sembra molto diverso, quasi all’opposto. Qui Lemaitre abbandona Alfa Centauri. «In Francia l’atteggiamento dello scrittore è quello del maître à penser, come nel secolo scorso. Il sapere è un po’ scoppiato dappertutto. Una volta c’era lo scrittore sintetico, alla Sartre: teatro, filosofia, romanzi, etc. Adesso c’è una sorta di divisione del sapere. Poi c’è la rapidità con cui circolano le informazioni, che incide sul valore delle informazioni. C’è più difficoltà a crearsi maître à penser. Se ciò sia bene o male, non lo so. L’ultima figura di questo genere di Francia è Edgard Morin, ma è centenario».

Il tempo è davvero finito e gli chiedo se non ha paura di perdere la popolarità. «Da molto tempo sono convinto che il mio successo non potrà durare ancora a lungo. Dopo un po’ ti puoi scordare di entrare in classifica. Diciamo che sono stato fortunato perché sto avendo un po’ più di un quarto d’ora di popolarità. Diciamo una mezz’ora».

Mezz’ora alla quale, nel mio piccolo, sto contribuendo anch’io.

Debbo ora giustificare la mia ritrosia davanti ai romanzi di Pierre Lemaitre.

Che cosa abbiano di così magistrale, come qualcuno ha detto, io davvero non capisco.

Indubbiamente Lemaitre è un vero scrittore serio o almeno cerca di esserlo con buoni risultati. I temi che tratta poi sono di quelli che pesano, scottanti si dice, no?, la guerra, le porcate del capitalismo, la miseria umana, etcetera. Eppure da dietro questa serietà si staglia un certo sarcasmo che soventissimamente scollina o piuttosto scade nel grottesco. Se un bravo regista avesse voglia, dai romanzi di Lemaitre potrebbe trarre commedie come Le prénom, Tutti in piedi o Giù al nord. Opere geniali, i francesi in questo sono imbattibili, ma pur sempre commedie.

Tu piglia per esempio Il gran mondo, l’ultimo romanzo Mondadori, appena uscito. Si fa leggere che è un piacere, e non scherzo. Vuole denunciare il merdaio della borghesia, nonostante un certo Zola e un certo Balzac ci abbiano già pensato. Ma diciamo che ci riesce pure. La descrizione, poni, della vergogna colonialista francese in Vietnam emerge a meraviglia, molto efficace. Però poi Lemaitre, è più forte di lui, zacchete!, eccotelo a infilare nell’articolata vicenda Genéviève, una che da Beirut a Parigi spompina l’universo mondo, blatera incessantemente, dice e fa cose sgradevolissime, il prototipo dell’arrivista stupida, maligna, acrimoniosa. Ma esce solo una macchietta irritante, avvilente, goffa. Per Toutatis! Paragonano Lemaitre a Dumas e a Victor Hugo (o lo ha fatto lui stesso, mica capito) ma non riesco a immaginarmi Hugo a farsi scappare di mano personaggi che pure si presterebbero a essere tratteggiati in vista di un vaudeville o di un fumetto. Non parliamo poi di Zola. Ecco, sarà scontato, una battuta facile, ma lui sì «le maître».

Ancora un altro aspetto poco convincente. Il Nostro esordisce come scrittore di gialli, poi trascorre al romanzo politico e storico, ma l’impronta del giallista gli è rimasta con tutto l’armamentario utile a far stare (non sempre) il lettore in attesa del colpo di teatro, della svolta, a metterlo nelle condizioni di andare avanti per vedere cosa c’è dietro l’angolo. Ci vuol talento, per carità, ma è roba già vista e stravista e sovente senza troppe pretese.

Poi c’è quella freddezza, anche se Lemaitre la nega. Sarò fatto male io, ma non ci sarà mai alcun Lemaitre a procurarmi l’angoscia, la rabbia, lo sconquassamento che mi invadono con Il conte di Montecristo, I miserabili, L’ultimo giorno di un condannato a morte, “La commedia umana”, Al Paradiso delle Signore, L’Assommoir, La preda. Lo so, lo so: i paragoni sono po’ paraculate, troppo facile, ma hanno iniziato la critica e lo stesso Lemaitre paragonandosi a. Io li seguo.

Credo che Pierre Lemaitre sia uno scrittore, un vero scrittore. Ma temo, e lo dico in tutta serietà, decisamente sopravvalutato. Aver vinto il Goncourt, essere intervistato dai principali mezzi di comunicazione europei, italiani compresi, essere sulla bocca e sugli scaffali di molti significa niente. E sto dicendo ovvietà. Ma mi adeguo. Che cosa si può dire di originale su uno scrittore che di originale non ha nulla?

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