“ Preferirei di no ”. Astenersi dal desiderio – di Laura Pigozzi da Doppiozero

domenica 13 Novembre, 2022
Articolo scelto dalla Redazione
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Non vogliono discussioni, evitano il confronto, temono il conflitto. E allora come affrontano la vita che è tessuta di dialoghi, paragoni e scontri? L’evitamento conflittuale è una tecnica tra le più distruttivamente raffinate: la ritroviamo tra i manipolatori – ma non è il caso di cui voglio parlare – così come tra i figli che vogliono eludere le discussioni con i genitori, ottenendo il doppio risultato di rassicurali e di non impegnarsi in confronti estenuanti con loro. Tuttavia, questa è una procedura che allontana dal proprio desiderio per onorare il quale, al contrario, occorre ingaggiarsi in una lotta precisa e tenace, punto per punto, un passo dopo l’altro, costasse anche la pelle.

Questo tipo di negazione non è più la difesa freudiana nei confronti di un desiderio rimosso e non riconosciuto ma piuttosto una certa diffusa astensione dal desiderio, cioè una forma di negazione della vita stessa.

Esercitando quella che potremmo definire una resistenza passiva, Bartebly, lo strambo personaggio di Melville, rispondeva invariabilmente con un “preferirei di no” ai compiti che il suo datore di lavoro gli richiedeva. Senza suscitare alcun conflitto, il gentilissimo Bartebly, calmo e pacato, mette in campo una negazione in bilico tra la sfida memorabile e l’annientamento di sé. Bartleby, con la sua formula, si mantiene “in potenza”, astenendosi da ogni compito: “Non stupisce che egli dimori cosí ostinatamente nell’abisso della possibilità e non sembri avere la piú piccola intenzione di uscirne”, scrive Giorgio Agamben. Bartleby è “un puro escluso al quale nessuna posizione sociale può essere piú attribuita”, prosegue Agamben, egli è “un uomo senza referenza”, aggiunge Deleuze. Il “preferirei di no” designa una posizione anestetica, un ritiro dalla relazione, dalla vita.

Uno dei nomi di questa forma di negazione per evitamento è l’Alessitimia, uno dei nuovi sintomi più pericolosi tra i giovani che consiste nel non saper riconoscere e descrivere gli stati emotivi provati, né in sé né nell’altro. Se il linguaggio si ritrae dal campo affettivo, l’emozione può uscire dal campo simbolico per entrare in quello presimbolico, con la conseguente vittoria degli affetti primitivi, degli stati elementari, quelli che non hanno bisogno di troppe modulazioni discorsive e che gorgogliano nella notte del pensiero. È l’inabissamento, nelle varie forme in cui si declina: dipendenze, barbarie, odii, disperazioni, astensioni dalla vita. Tutto ciò accade nella caduta del linguaggio, perché la parola, in fondo, non è che un accordo, per quanto imperfetto. Come in musica.

Alessitimia deriva dal greco a «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione», indica il non avere parole per le emozioni. Non stupisce che sia stato usato per la prima volta (1976, Nemian e Sifneos) per definire i sintomi riscontrabili in personalità con disturbi psicosomatici, sintomi in grande aumento nelle nostre vite attuali sempre più povere di linguaggio e referenze alla cultura, alla dialettica, alla negoziazione tra gli uomini: la guerra in corso lo racconta bene: la guerra sta al corpo sociale come il sintomo sta al soma, entrambi sono effetti della negazione allo scambio simbolico.

Se non si passa per la parola, è possibile che ciò che non è simbolizzato si manifesti come sintomo nel corpo, nella relazione, nel reale del passaggio all’atto. Gli alessitimici sono persone che mancano di consapevolezza dei propri stati, hanno un’esperienza intima impoverita, sono disinteressati al mondo onirico, prediligono un pensiero di tipo concreto perché hanno gravi difficoltà di simbolizzazione. E di desiderio.

Bartebly resta alla soglia della vita, trascorre la sua pallida esistenza chiuso dentro l’ufficio, nessuna commissione esterna può essergli affidata senza che il suo datore di lavoro si senta rispondere con il consueto e gentilissimo “preferirei di no”. Di fronte a compiti non graditi Bartleby si ritira, con calma e pacatezza, nel suo eremo situato dietro a un paravento dell’ufficio, seduto alla sua scrivania, di fronte a una finestra che dà su un muro cieco. Il lettore del racconto prova – se va bene – un profondo fastidio per il claustrum di Bartleby che è spaziale, psichico e persino linguistico a causa della ripetizione, senza via d’uscita, della formula “preferirei di no” che puntualmente arriva senza varianti.

Come possiamo definire quel che investe i soggetti che non hanno più a che fare con la negazione classica, con il conflitto, bensì con l’evitamento? La psicosi per Freud è un Io che non è in grado di vedere l’Altro, che non riesce a investire sugli oggetti e sulle relazioni: la sua libido non va verso un “fuori” ma resta ingolfata nel “dentro”. In questo senso possiamo dire che la psicosi è endogamica, claustrofilica.

La personalità evitante di Bartebly è enigmatica, come quella di tutti i ritirati dalla vita. Se con il conflitto siamo nell’area dialettica, con l’evitamento torniamo al campo prelinguistico, quello che prima o poi prepara la reazione violenta, se non sugli altri, certamente su di sé. Bartebly si lascia morire di fame, situandosi all’incrocio tra l’anoressia alimentare e quella sociale. I nuovi affittuari dello studio, esasperati dall’ostinata presenza di Bartleby, fanno sì che il poveretto vada in prigione, il suo ex datore di lavoro paga il vivandiere del carcere perché gli offra pasti migliori. Naturalmente, la risposta del recluso è la stessa ogni giorno: “preferisco non pranzare oggi”.

Dall’acting out che chiama, se pur maldestramente, l’Altro, qui si è piuttosto nell’evitare l’Altro a cui si dice “preferirei di no”: attenzione, non gli si dice apertamente “no!”, come nel classico passaggio all’atto. Infatti, la sconcertante formula “I would prefer not to”, come Gilles Deleuze fa notare, non è scorretta in inglese ma è inusuale, “agrammaticale”, una formula “in bilico con altrettanta decisione tra l’affermare e il negare, l’accettazione e il rifiuto, il mettere e il levare”.

Bartleby si lascerà morire in cella, rifiutando ogni miglioramento della sua condizione di recluso: “Il cortile murato non è poi un luogo cosí triste. C’è il cielo e c’è l’erba. E la creatura sa perfettamente dove si trova”, commenta Agamben. Stare chiuso significa sapere bene dove ci si trova. Bartleby è “contingente”, riflette Agamben, e lo stesso potremmo sostenere per l’hikikomori, che esiste nel qui e ora, senza tempo. L’hikikomori non orienta le sue azioni, vive come se il futuro non lo riguardasse: il tempo, per lui, non esiste. Nel suo ritiro che nega il mondo perde il senso delle ore, dei giorni e dei mesi: lo scivolamento nella clausura si produce in modo impercettibile e anche i genitori spesso perdono il senso della durata del ritiro del figlio: “Non mi ero accorta che erano passati già sette mesi,” confessa una madre. Chi vive con un claustrato, a poco a poco, si adegua alla stessa dinamica, quasi senza averne coscienza.

La caduta nel presimbolico è contagiosa. La psicopatologia della claustrofilia, anche.

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