Quando Sandor Marai raccontava di un uomo sull’isola del tradimento che “rompe il patto di solidarietà con la coniuge e con gli amici”. Con tre poesie inedite (editori, traducete Márai poeta!) – da Pangea

c46433_51b1e0016a26439987505fd865add9bbmv2 venerdì 7 maggio, 2021
Articolo scelto dalla Redazione
Letto 70 volte

Un libro per placare la sete di quella domanda. Questo di Sandor Marai è un testo prezioso, a tratti enigmatico. L’isola ha l’aspetto di un cristallo grezzo, contiene in sé una luce, per essere ammirata bisogna ripulire il cristallo, spaccarlo se necessario. Sandor Marai è uno scrittore che ha dei temi “madre”, dei temi “ossessione”, di cui scrive da tutte le angolature possibili. È uno scrittore – scienziato del tradimento. Se volete affrontare il tema immergetevi nella scrittura di Sándor Márai, vi trascinerà in tutte le sfumature della luce di questo fuoco che divora gli amanti dai tempi del primo respiro della terra.

La trama base è quasi sempre la stessa: lui si chiama Victor Henrik Askenasi, si trova in una breve vacanza solitaria a Dubrovnik (negli anni trenta chiamata però Ragusa). Anna è la prima moglie, la vittima, l’emblema della società borghese tradita. Lei invece è Eliz, molto più giovane e ballerina, una figura sensuale ed inquieta, tutto il contrario del prevedibile rito di incontro convenzionale tra donna e uomo. Askenasi è un uomo di quarantasette anni che non si è mai interrogato sulla sua vita, che “sempre nel corso della sua vita aveva sentito una strana voce, che non era nemmeno umana, pareva piuttosto una specie di musica, pur non essendo particolarmente melodiosa; e finché sentiva quella voce non ci sarebbero stati problemi. Non poteva essergli imputata alcuna colpa; e la sentiva anche adesso.”

Per la società Askenasi aveva saltato un burrone, si era gettato nel vuoto, era considerato alla stessa stregua di un eroe o di un folle. “Alla gente piacciono le cose semplici, pensò pieno di risentimento, e difficilmente capirà. La gente ha un inventario ristretto di nozioni bell’e pronte: amicizia, amore, matrimonio, avventura, infedeltà; ed è convinta che la vita stia tutta qua dentro. E invece non ci sta per niente.” Insomma per Sandor Marai il tradimento coniugale non è soltanto una questione privata, non è una faccendina da pettegolezzo, è un atto sociale.

L’uomo in questione rompe le convenzioni sociali, rompe il patto di solidarietà non solo con la coniuge ma anche con gli amici, con quei sodali della stessa cerchia di classe di appartenenza. Un folle o un eroe, appunto. “Un uomo che decide di abbandonarsi a tale esperienza non viene certo preso molto sul serio, ma è circondato da un’aura di ammirazione alla stessa stregua di chi si lancia in un’impresa mortale.” In sostanza all’uomo di mondo, dotato di senno, si richiede di dominare le proprie passioni, questo è un dovere, non tanto per sé stessi, ma è il dovere di tutelare l’ordine e la continuità. “Il modo di agire di Askenasi – vale a dire il fatto che avesse abbandonato sua moglie, che non amava più, e che vivesse nel peccato con un’altra donna che amava, o almeno credeva di amare – non era né più né meno che un tentativo di sovvertire l’ordine sociale e statale.”

L’uomo che si rende libero, che segue le proprie passioni, che quindi non tradisce sé stesso diventa un traditore della patria, un sovversivo, alla stregua di un terrorista. Sandor Marai descrive un uomo libero che incendia sé stesso in funzione di quella domanda, un uomo che affonda in quel corpo che custodisce la risposta come un segreto. “La sete di quella domanda non si placava. Ma se la strada passava per il corpo, si chiese in tono recriminatorio, perché tutti quegli ostacoli artificiali? Il denaro? Tutto quanto il regolamento, l’insieme delle prescrizioni e quel che era ancora più atroce: il corpo stesso perché commetteva peccato?… Perché il corpo, se davvero sapeva la risposta, all’ultimo momento aveva taciuto, era stato elusivo. Lo stesso piacere non era che un suono, non l’intera melodia. Il corpo custodiva gelosamente il segreto, con livore e zelo, spingeva verso esperimenti sempre nuovi, contando sul fatto che l’altro andasse via assetato e poi tornasse.”

Askenasi è un uomo solo, in questo albergo della vecchia Ragusa, immerso in un caldo che pare l’anticamera dell’inferno. Il classico posticino tranquillo, imposto dalle agenzie di viaggio per persone come lui, uomini di mezza età, relitti della società che hanno finito per lasciare la moglie e per essere lasciati dalla compagna più giovane. Ma se nel sesso è contenuta la violenza del gesto come un limite sacro, come uno spazio da non violare, la passione come sfogo di un contenuto animale, Askenasi invece deve placare la sete di quella domanda. Dal corpo esige una risposta. “Adesso bisognava purificare ogni parola, separarla dalle altre, sterilizzarla. Non è la bontà a riscattare l’uomo, si ripeté lentamente, bensì il delitto. (…) Per quarantotto anni anch’io sono rimasto alla superficie. Credevo che con amore, baci e abbracci si potesse risolvere qualcosa. Ma se proprio non è possibile… e sospirò. Saranno in molti a spingersi fino a quel punto?, si domandò inquieto. Probabilmente no – la gente si accontenta della superficie, di quei segni convenzionali che può scambiarsi senza pericolo, dell’assaggio, e resta assetata per tutta la vita.”

L’isola di Sandor Marai è un testo che contiene la scintilla della risposta a quella domanda, un libro che affronta il terribile destino di chi osa essere fedele a se stesso, di chi ha il coraggio di dare fuoco alle proprie passioni a dispetto delle convenzioni sociali. Askenasi va oltre quel punto prestabilito, paga con la follia la verità. L’ordine è un aspetto della faccenda, è il giorno. L’ordine, la continuità: tutto questo è solo una delle sponde, forse è il giorno; ma cosa ne fai dell’altra, della notte, che ne è parte e ne consegue? Senza la notte non può esserci vita, in essa si sgretola tutto ciò che il giorno ha unito e costruito.” Un libro per sanare la domanda, per sgretolare tutto.

Clery Celeste

Sándor Márai, poesie tratte da Il mondo arso

IN VIA MIKÓ

Amai quel rovo di castagni.

Pensavo: lì un bel giorno costruirò

Qualcosa che chiuderò con

Un’enorme chiave

E giocherò alla vita.

Ma poi ci risi su:

Guardai meglio e dovetti ridere

– Triste e pretenzioso… cosa sarà?

Su questa terra puoi costruire solo

Sulla rena, non importa dove;

E questo è tutto quel che voglio, vivere

Con la barba imperfetta

Svegliarmi in stanze buie e

Star lì disteso per ore, tranquillo,

Attraversando le parole, da solo,

Curiosare scivolando verso

Obiettivi superflui.

E da allora vivo

Qui, rassicurato, sapendo che domani,

Ancora, un treno parte per andare altrove

E nulla mi allaccia a terra: né letto

Né tavolo, non c’è sulla terra un

Castello magico – e perché poi l’elenco telefonico

Riporti il mio nome, e la gente pensi sia vero…

*

I CAMERIERI STANNO CENANDO

E com’era blu il mare – stavo sul ponte della nave di notte

Guizzi di freddo mi scivolavano addosso

Ché sono uomo e mi è dato sapere delle sofferenze altrui che

Altri potrebbero mitigare con qualche sistema migliore

Ma guardandomi indietro posso solo dire queste cose con scetticismo,

Al punto che la malinconia dell’ereditiera a Boston

Non è lo stessa del molatore di vetro a La Spezia

Quando lavora dalle sei di mattina alle sei di sera

E da par mio non voglio più tributare onori all’anima

Che ha la puzza sotto il naso

E nemmeno dico più che i ricchi siano buoni

Ché non sono buoni, ma ricchi.

Non c’è nulla di positivo tranne il piacere. E devi pagare per tutto.

Solo bontà e sofferenza sono in omaggio.

Questo mi dicevo

E nemmeno credo più che un libro meraviglioso

Possa ferire e complicare un’anima

Al pari dei calli ai piedi di un cameriere

E il sapore di ogni pasto mi giungeva alla bocca come un cuore in fiamme

E tutte le domande di Lazzaro affamato alla tavola del ricco mi scioglievano lo stomaco

E la maledizione di tutte le piaghe e ogni disperazione

Mi spillava disordinata dalla gola

*

SCAGLIE

E ora passa sempre marzo, se ne va buono buono

Nessuno lo sa meglio di me a questo mondo.

Già scorre sangue materno nel fare duro delle ragazze

Già i ragazzi hanno occhi paterni.

Acqua cheta. Erompe il verde delle foglie. L’abbaio

– Mentre le voci si confondono così che puoi dire una bugia –

Lascia un morso. Voce che si ammorbidisce, mano calma.
I tuoi occhi fedeli come un paio di cani

Mansueti – inganno e flirt, civetta.

Ecco quel che avviene in forme così dense

Mentre l’ultimo raccolto della tua vita, intenso,

È riunito e tappato in un buon sonetto.

Sándor Márai

*traduzione di Andrea Bianchi

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