Quello che “Esterno notte” non dice, ma è decisivo – di Avv. Davide Steccanella

domenica 20 Novembre, 2022
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Chi sta vedendo in questi giorni “Esterno notte” di Bellocchio sul sequestro Moro dovrebbe anche sapere quello che il film non dice, e cioè “CHI” erano quei dieci in via Fani quel giovedì 16 marzo del 1978 (più altri tre che attendevano l’esito in due case romane: due in Via Montalcini 8 e l’altra in Via Chiabrera 74).

Un primo gruppo è composto da quattro uomini. Il ventiseienne Giuseppe è un ex contadino di Reggio Emilia, che nel 1960 ha visto uccidere in piazza cinque operai che protestavano contro il governo Tambroni appoggiato dai fascisti. Arrestato a Torino il 30 ottobre del 1974 e processato due anni dopo con i componenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, il 1° gennaio dell’anno prima era riuscito ad evadere dal carcere di Treviso, con altri 12 detenuti “comuni”, per poi unirsi alla colonna romana.

Luigi è arrivato la sera prima con il treno da Milano ed è anche lui reggiano, ma più giovane: ha 22 anni, ed è già membro del comitato esecutivo delle BR. Figlio di due comunisti, diplomatosi alle scuole serali, a 19 anni ha deciso di entrare in clandestinità.

Marcello è un altro ex operaio, ventiduenne, anche lui arrivato la sera prima in treno, ma da Torino. È un pugliese che non ha studiato, uno dei tanti emigrati di quegli anni, salito al Nord ancora minorenne, alla ricerca di quel lavoro che aveva trovato alla Breda di Sesto San Giovanni, in un reparto dove gli addetti erano costretti a ubriacarsi tutti i giorni, sin dalle prime ore del mattino, per evitare di rimanere intossicati.

Pecos è l’unico romano dei quattro: è figlio di un falegname ed è quello più “esperto”, perché di anni ne ha già 29, con alle spalle un decennio di militanza nella sinistra più radicale, nel Movimento Studentesco e poi in Potere Operaio, con ripetuti contatti con i GAP di Feltrinelli.

Prima di entrare nelle BR, Pecos aveva fondato il gruppo di guerriglia armata dei LAPP, insieme alla sua compagna, Alexandra, che è rimasta ad attendere in Via Chiabrera, nella casa in cui convivono e che in quei giorni fa da base per le riunioni della Direzione delle BR.

Alexandra ha 26 anni, siciliana, proviene da una famiglia della media borghesia e si è trasferita a Roma per frequentare l’Università; ha già una figlia di 7 anni, avuta con il precedente compagno, un dirigente di Potere Operaio, e per entrare in clandestinità ha affidato la bimba ai propri genitori.

Qualche giorno prima è stata lei ad acquistare le divise da pilota dell’Alitalia che i quattro indossano quel mattino, per mimetizzarsi da eventuali passanti, mentre attendono l’arrivo delle due auto provenienti da Via Trionfale.

Altri due uomini sono arrivati al volante di due Fiat. La prima vettura, una 128, servirà per bloccare all’incrocio entrambe le macchine in arrivo, secondo lo schema militare usato qualche mese prima dai tedeschi della RAF, a Colonia, per il sequestro del Presidente degli industriali Hanns-Martin Schleyer; la seconda, una 132, servirà invece per la prima fase di trasporto dell’ostaggio, in caso di successo dell’operazione.

A guidare la 128 è il più anziano del gruppo, un trentunenne ex operaio della Sit-Siemens, di origini marchigiane, ricercato da anni, percheé alla fine del 1970 è stato uno dei fondatori delle Brigate Rosse a Milano. Anche lui ha un figlio, Marcello, che tanti anni prima ha lasciato alla moglie, per entrare in clandestinità.

Alla guida della 132 c’è un artigiano romano di 27 anni, Claudio, proveniente dal Comitato Comunista di Centocelle, dove ha militato insieme ad altri futuri brigatisti, tra cui la sua ex compagna, un’impiegata di 24 anni, orfana di entrambi i genitori; è lei che l’anno prima, insieme a tale Ingegner Altobelli, ha acquistato un appartamento in via Montalcini, dove dovrà essere condotto l’ostaggio.

La donna non è ancora la clandestina Camilla e tutti i giorni si reca al lavoro, per non dare nell’occhio. In quella casa c’è anche un’altra persona proveniente dal gruppo di Centocelle: ha 27 anni, è stato convinto da Pecos e Claudio a partecipare a quel sequestro e, anche lui, non è ancora il clandestino Gulliver.

Per 55 giorni abiterà in quella casa, fingendosi suo marito, perché Giuseppe, ricercato dopo l’evasione di Treviso, non poteva farsi vedere dai vicini.

La copertura all’azione dei sei è fornita da due uomini e da due donne, posizionati in diversi punti lungo la strada. Il primo, Otello, ha 22 anni, è figlio di un esponente del PCI e di una cittadina svizzera e tre anni prima era stato coinvolto negli scontri studenteschi durante i quali morì il giovane missino Mikis Mantakas.

Il secondo, Camillo, ha 27 anni ed è figlio di un soldato che ha vissuto la tragedia di Cefalonia del 1943, al momento collaboratore dell’Ufficio Stampa del Vaticano per L’Osservatore Romano. Dopo avere militato in Potere Operaio, è entrato nelle BR insieme alla sua compagna, Marzia, che è una delle due donne presenti quel mattino in Via Fani.

Marzia ha solo 20 anni, romana; anche lei, come Camillo, ha militato nel collettivo autonomo di Via dei Volsci prima di entrare nelle BR.

La decima infine, Sara, è un’ex insegnante per bambini disabili, di 27 anni, nata e cresciuta in un paesino del Lazio, Colleferro, interamente costruito intorno a una gigantesca fabbrica, dove la madre lavora come operaia.

Dopo avere partecipato al sessantotto romano e avere militato in Potere Operaio, nel 1974, durante gli sgomberi delle case popolari nella borgata di San Basilio vede uccidere dalla polizia il diciannovenne Fabrizio Ceruso. Prima di entrare nelle BR ha fatto parte con altri futuri brigatisti del gruppo dei Tiburtaros.

Tre operai, cinque borgatari romani, un contadino, una maestra, un’impiegata di origini proletarie e due ex studenti militanti.

Il più giovane ha 20 anni e il più vecchio 31, ma quel giorno avrebbero potuto essercene altri, perché intorno a quei tredici stava succedendo tutto quello che succedeva in Italia da 10 anni e che sarebbe continuato a succedere per almeno altri cinque.

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