Red Emma – di Camillo Levi, da A Rivista Anarchica

p140 lunedì 8 settembre, 2014
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L’eccezionale vita di Emma Goldman (“Emma la Rossa” per la stampa americana). Dopo l’infanzia trascorsa in Russia, l’emigrazione negli Stati Uniti e l’adesione all’anarchismo. Comizi, processi, conferenze, carcere, clandestinità. La pubblicazione di “Mother Earth”, la partecipazione al Congresso di Amsterdam, l’incontro con Malatesta. Per la sua attività antimilitarista fu incarcerata nel 1917 insieme con il suo compagno Alexander Berkman. Seguì l’espulsione in Russia. Le grandi speranze della rivoluzione russa, l’incontro con Lenin, il lucido realismo di Kropotkin: la tragedia della contro-rivoluzione bolscevica. La grande battaglia femminista.

È mai possibile che in tutti gli Stati Uniti solo il presidente sia morto oggi? – Emma Goldman guardò in volto i poliziotti e gli sbirri che numerosi avevano invaso la sua casa per conoscere le sue impressioni, per registrare le sue prime dichiarazioni sull’uccisione del presidente americano McKinley per mano di un immigrato russo, fino ad allora mai salito alla ribalta della cronaca, che si era subito proclamato anarchico. Ma lei personalmente che cosa ne pensa di questa morte che ci ha addolorati tutti? – insistette un giornalista. Certamente – continuò la Goldman – molte altre persone sono morte oggi, forse in povertà ed in rovina, lasciandosi magari alle spalle senza alcun aiuto persone che da loro dipendevano. Per quale ragione io dovrei, secondo voi, provare maggior dispiacere per la morte di McKinley che per tutti gli altri?
Allora, nel 1901, quando appunto Leone Czolgosz (tale era il nome dell’attentatore) giustiziò il presidente americano, Emma Goldman aveva trentadue anni e già da un bel po’ era ben conosciuta dalla polizia per la sua infaticabile attività di agitazione e propaganda anarchica. Nata a Königsberg (in Russia) e trasferitasi poi ancora fanciulla con la famiglia a Pietroburgo, Emma aveva conosciuto un’infanzia difficile, in un ambiente familiare dominato dalla figura autoritaria e conformista del padre, in un contesto sociale caratterizzato da una latente ostilità nei confronti degli ebrei (la sua famiglia era di origine israelita).

Emma Goldman nel 1886. Dagli archivi del Resource
Information for Emma Goldman

Quando sua sorella Helena decise di andare in America a cercare lavoro e fortuna, fece di tutto per aggregarsi a lei: così, nel 1864, appena quindicenne lasciava la Russia e dopo un lungo viaggio in nave sbarcava negli Stati Uniti. Erano anni particolarmente caldi nella vita sociale di quella sterminata Confederazione di stati. La giovane classe operaia mordeva il freno, sottoposta ad un pesante sfruttamento ed in genere a dure condizioni di vita: scioperi, agitazioni, serrate, sparatorie, scontri con la polizia e con i crumiri armati assoldati dal padronato, ecc.
Poco tempo dopo il suo arrivo la giovane immigrata russa piena di entusiasmo ed alla ricerca di se stessa, ebbe occasione di interessarsi tramite la stampa alle vicende giudiziarie seguite agli incidenti avvenuti a Chicago (3 maggio 1886) fra lavoratori in sciopero e polizia. In seguito alla morte di alcuni poliziotti, erano stati infatti arrestati cinque esponenti anarchici particolarmente noti e combattivi, con l’evidente scopo di colpire il movimento di emancipazione dei lavoratori.
La lunga odissea carceraria dei cinque anarchici tenne con il fiato sospeso l’opinione pubblica americana (e non solo quella) finchè il tribunale emise l’infame verdetto della esecuzione tramite forca, che avvenne l’11 novembre 1887.
La Goldman, che sempre più si era appassionata alla vicenda, fu sconvolta dalla tragica fine dei cinque rivoluzionari e sentì crescere in lei l’ammirazione per quegli uomini, per il loro comportamento coerente e fiero, per le loro idee.
Le loro idee divennero le sue.
Entrò in contatto dapprima con Johann Most, un anarchico tedesco da lungo tempo emigrato negli Stati Uniti, dove curava la pubblicazione del periodico Freiheit (Libertà): fu lui a scoprirne l’abilità oratoria ed a spingerla a tenere le sue prime conferenze in russo ed in tedesco. In quel periodo Emma incontrò quell’Alexander Berkman che le fu compagno di lotta e d’amore per molti anni; con lui, che come lei era emigrato russo, ebreo, anarchico militante, Emma legò profondamente fin dall’inizio. Quando nel 1892, durante uno sciopero, molti lavoratori furono uccisi dalle guardie Pinkerton (crumiri armati) guidati dal padrone della fabbrica, Henry Clay Frick, La Goldman e Berkman decisero di vendicare i lavoratori uccisi. Emma procurò il fucile e discusse con il suo compagno l’azione. Il 23 luglio di quello stesso anno Alexander Berkman entrò nell’ufficio di Frick e gli sparò a bruciapelo: non riuscì però ad ucciderlo, anche se Frick rimase gravemente ferito. Il ventiduenne attentatore anarchico (era nato a Vilua, in Russia, nel 1870) fu arrestato, processato, condannato: scontò quattordici anni di carcere e di questa sua lunga detenzione ci ha lasciato una realistica e commovente descrizione in un grosso volume.

Emma Goldman nel 1893. Dagli archivi
della città di Philadelphia. Questo scatto
della polizia, datato 31 agosto 1893,
è relativo all’arresto con l’accusa
di incitamento alla sommossa durante
una dimostrazione di disoccupati
in Union Square a New York

Le reazioni del movimento anarchico negli Stati Uniti di fronte all’attentato di Berkman furono contrastanti: vi fu addirittura chi arrivò a rifiutare solidarietà politica a Berkman. Fra questi Johann Most: Emma Goldman sempre decisa nel suo comportamento, troncò i rapporti con lui ed il suo gruppo.
La Goldman divenne da allora oggetto delle pericolose attenzioni della polizia, a causa della sua instancabile attività come oratrice e come conferenziera, chiamata ora in uno stato ora in un altro a sostenere scioperi, a diffondere lo spirito ribelle, a collaborare alle pubblicazione anarchiche. Nel 1894 fu condannata ad un anno di carcere sotto l’accusa di aver “incitato alla sovversione” un gruppo di disoccupati nel corso di un comizio. Da allora in poi anche la stampa cominciò ad occuparsi regolarmente di lei, delle sue attività, delle sue vicissitudini giudiziarie e le fu applicato un soprannome di “Red Emma” (Emma la Rossa).
Approfittò del forzato “tempo libero” per perfezionare lo studio della lingua inglese. Scontata la pena, Red Emma poteva così parlare inglese abbastanza bene da tenere comizi e conferenze anche in inglese, allargando così di molto il raggio della sua propaganda.

Emma Goldman nel 1901

Negli anni seguenti la vita della Goldman non cambiò. È impossibile anche solo dare un’idea della vitalità mostrata da questa rivoluzionaria giovane, entusiasta e (a detta di chi la conobbe) affascinante. Tutti i principali centri degli Stati Uniti e del Canada la ebbero veemente oratrice: teatri stracolmi di gente a Boston, a New York, a Montreal così come ovunque la chiamassero gruppi di lavoratori in lotta. La polizia non sapeva più come arginare la pericolosa attività sovversiva; più di una volta le fu impedito di parlare, i suoi discorsi furono interrotti da funzionari di polizia, i padroni dei teatri diffidati dal concedere i locali in occasione delle sue conferenze. Red Emma, però, non si lasciò intimorire. Oltre che alla specifica propaganda dell’ideale anarchico, le sue conferenze erano dedicate ai temi più svariati: la liberazione della donna, l’uso dei contraccettivi, la tematica anti-religiosa ed anti-militaristica, ecc.
Verso la fine dello scorso secolo tornò per breve tempo in Europa, fu a Londra, a Parigi, ovunque tenne conferenze, strinse contatti con i compagni. Nel frattempo non dimenticava il suo primo compagno, organizzò infatti una colletta internazionale per Alexander Berkman, che nel Western Penitentiary stava scontando la sua condanna.
Affettivamente Red Emma visse una vita agitata.
A distanza di tanto tempo, ancora oggi, la Goldman è (giustamente) ricordata come la compagna di Berkman: con lui, infatti, più che con nessun altro, ella divise la sua vita di donna e di rivoluzionaria. Ma è la stessa Goldman, nella sua ottima ed interessante autobiografia, a dedicare più di una pagina ai numerosi compagni che, seppur brevemente, amò e dai quali fu riamata. Anche in questo senso, per la sua pulizia morale, la sua onestà e la profondità della sua sensibilità, per la coscienza del carattere sociale della “questione femminile”, la vita di questa rivoluzionaria è stata e resta ancor oggi uno schiaffo alla morale borghese, alle sue falsità e meschinità.
Tornando alla agitata vita della Goldman, niente di nuovo nella sua continua attività (soprattutto, ma non solo, oratoria) finché, all’indomani dell’attentato su ricordato di Czolgsz, una gigantesca campagna anti-anarchica fu montata dal regime e da tutta la stampa a lui asservita. Emma fu costretta a passare alla clandestinità, celandosi per qualche anno sotto il falso nome di E. G. Smith, e lavorando come infermiera per guadagnarsi il pane.
Nel 1906 potè tornare allo scoperto con il suo vero nome, circondata da una fama notevole; insieme con Alexander Berkman (appena uscito di galera) iniziò la pubblicazione del giornale anarchico Mother Earth (Madre Terra). L’anno successivo partecipò al Congresso Internazionale Anarchico tenutosi ad Amsterdam ed in quell’occasione conobbe molti militanti anarchici di primo piano provenienti da tutto il mondo (particolare impressione esercitò su di lei la figura di Errico Malatesta).
Nel decennio successivo continuò la collaborazione co Berkman: insieme si opposero al militarismo ed al fanatismo che accompagnò lo scoppio della prima guerra mondiale e a tal fine costruirono una Lega Anti-Coscrizione che intendeva spingere i giovani a rifiutare la cartolina-precetto ed a disertare. Naturalmente furono tutti e due arrestati e, nonostante le loro brillanti autodifese nel corso del processo, furono infine condannati a due anni ciascuno. Per loro fortuna, comunque, invece che scontare la pena subita furono espulsi dagli Stati Uniti ed imbarcati di forza. Nonostante il dispiacere dovuto all’abbandono di tanti compagni cui si era affezionata e soprattutto alla cessazione forzata di Mother Earth, la Goldman rispose con fierezza al giudice che le leggeva il decreto di espulsione: “Io considero un onore essere il primo agitatore politico ad essere deportato dagli Stati Uniti”.
La nave “Buford”, sulla quale erano stati caricati, era diretta in Russia. Berkman e la Goldman posero piede sul suolo russo animati dal più grande entusiasmo. Dunque la rivoluzione proletaria era scoppiata, non solo, ma aveva vinto ed anche se già si profilavano grosse minacce esterne si poteva lottare e credere concretamente nella possibilità di una grande vittoria, della definitiva liberazione dell’umanità dalla schiavitù.
Sull’onda del loro entusiasmo, ed a causa delle scarse e confuse notizie che finora avevano avuto sul movimento rivoluzionario in Russia, Berkman e Red Emma si illudevano che i bolscevichi altro non fossero che la punta di diamante del proletariato in lotta. Le stesse differenze fra la concezione anarchica e quella bolscevica della rivoluzione non erano ben chiare a loro: l’entusiasmo per il moto rivoluzionario, insieme con la gioia di essere partecipi direttamente, offuscò nei primi tempi della loro permanenza lucidità di giudizio e di critica. Fu un grave abbaglio.
È la stessa Goldman a raccontare nella sua autobiografia, con la consueta onestà, la gelida accoglienza riservata ad alcune sue affermazioni invitanti alla collaborazione con i bolscevichi, nel corso di un’assemblea (già allora tenuta clandestinamente) degli anarchici di Pietrogrado – poche settimane dopo la rivoluzione d’Ottobre. Alla gelida accoglienza di quei compagni fece eco il discorso di un vecchio anarchico, che cercò di spigarle la vera situazione della Russia rivoluzionaria, parlandole delle persecuzioni di Lenin e dei suoi seguaci contro gli anarchici ed i socialisti rivoluzionari. La Goldman rimaneva scettica, quasi non credeva a quanto le andavano raccontando i compagni. “Tu non ci credi – le gridarono alcuni compagni – Aspetta, aspetta di aver visto le cose con i tuoi occhi. Allora la penserai in maniera completamente differente”. Infatti fu così.
Emma Goldman contattò quanta più gente le fu possibile, parlò con Jack Reed, Massimo Gorki, Angelica Balabanoff, Alexandra Kallontai, Anatol Lunacharsky, con tanti altri: lavoratori anarchici, bolscevichi, donne studenti, ecc. Importante fu per Berkman e per lei il colloquio con Lenin, il dittatore bolscevico: al di là della formale cordialità, la loro stima per i bolscevichi cominciò a vacillare. Lenin ebbe la spudoratezza di “fare il tonto” quando Berkman gli chiese perché tanti anarchici si trovassero in galera. “Noi abbiamo in galera solo banditi e machnovisti, non veri anarchici” – gli rispose Lenin.
Ben più significativo, umanamente commovente e profondamente rivelatore fu per Red Emma il colloqui da lei avuto con il vecchio ed ammalato Pietro Kropotkin, che viveva isolato tutto intento alla stesura dell’Etica e altri scritti. Il vecchio rivoluzionario le confermò quanto le avevano già detto tanti altri anarchici: la rivoluzione non era ancora stata sconfitta, c’erano ancora speranze, bisognava lottare. Ma non solo contro i nemici esterni, anche contro lo strozzamento che dall’interno i bolscevichi stavano effettuando contro le loro stesse parole d’ordine della prima ora.
I lunghi mesi di permanenza in Russia furono sempre più tristi per Berkman e la sua compagna. Militarizzazione del lavoro, arresti di anarchici, divieto di ogni opposizione, autoritarismo e dittatura burocratica: la tremende realtà russa non aveva ormai più niente da nascondere agli occhi di chi in poco tempo aveva visto raggelarsi l’entusiasmo più puro, le speranze più belle. Dopo la carneficina di Kronstadt (centinaia di proletari massacrati dall’Armata Rossa di Trotsky) i due anarchici decisero di lasciare la Russia e di continuare altrove, in migliori condizioni la lotta anarchica.
Da allora l’attività della Goldman riprese pur tra molte difficoltà, espulsioni, noie ed arresti. Fu a Stoccolma, a Monaco di Baviera, in altre città, finchè si stabilì per un periodo a Londra. Fece conferenze, comunicò la sua diretta triste esperienza russa, creò gruppi di lettura e di studio. Si stabilì definitivamente in Canada, ove morì nel 1940 in seguito ad un malessere che la colse durante una conferenza. Nel frattempo, nel 1936, a Nizza era morto suicida Alexander Berkman, dal quale si era separata. A chiusura di questa breve biografia (l’autobiografia della Goldman, lunga circa mille pagine, è appena sufficiente per dare un’idea della sua intensa attività) mi sembra giusto e bello ricordare Emma Goldman durante la sua ultima venuta in Europa. Fu a Barcellona, nella “capitale” dell’anarchismo catalano ed iberico, in occasione del comizio internazionale anarchico di solidarietà con la rivoluzione spagnola in corso. Accanto ai rivoluzionari ed ai lavoratori accorsi da ogni dove c’era anche lei: la stessa che mezzo secolo prima aveva pianto la morte dei “martiri di Chicago” e si era ripromessa di continuarne la lotta.

 Originariamente apparso in “A” 32 (estate 1974).

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