Rivoluzione russa/ La disillusione di Emma Goldman – di Carlotta Pedrazzini per A rivista anarchica

p060 sabato 2 dicembre, 2017
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È uscito da poco Un sogno infranto. Russia 1917 (Zero in Condotta, Milano, 2017, pp. 120, € 10,00), antologia di scritti di Emma Goldman, inediti in italiano, a cura della nostra redattrice Carlotta Pedrazzini e con postfazione di Daniele Ratti. Ne pubblichiamo qui l’introduzione della curatrice.

Ad un secolo esatto dalla rivoluzione russa, il mito bolscevico non è ancora stato sfatato, così come la credenza che rivoluzione e bolscevismo siano sinonimi.
È questo che rende gli scritti sulla rivoluzione russa di Emma Goldman (1869-1940) così ostinatamente attuali, nonostante i decenni trascorsi. E tali resteranno fino a che la verità su quegli anni non confuterà le analisi falsate che hanno influenzato il mondo fin dai primi mesi che seguirono la rivoluzione.
Quando, il 21 dicembre 1919, il governo degli Stati Uniti imbarcò forzosamente Emma Goldman sulla nave Buford diretta in Russia – insieme ad Alexander Berkman e ad altri 247 immigrati colpevoli di avere opinioni politiche non gradite – l’anarchica “più pericolosa d’America” era sinceramente convinta che i bolscevichi fossero i portatori delle istanze libertarie espresse dal popolo russo durante le sollevazioni del febbraio e dell’ottobre 1917.
Goldman, una delle esponenti più influenti del movimento anarchico statunitense, si schierò inizialmente dalla parte dei bolscevichi, seppur marxisti, difendendoli dagli attacchi che la stampa e le forze politiche statunitensi avevano rivolto ai rivoluzionari russi. Tra il 1917 e il 1918 scrisse articoli in loro sostegno e tenne conferenze in diversi stati americani per far conoscere quella che, in quel momento, riteneva fosse la verità sui bolscevichi.
Una volta messo piede sul suolo russo, però, la scoperta della dittatura instaurata dal partito comunista trasformò il sogno di essere approdata nella terra della rivoluzione sociale in un orribile incubo. Alla sua entrata in Russia, nel gennaio del 1920, il regime dittatoriale era già nel pieno delle sue forze. Persecuzioni, uccisioni sommarie, incarcerazioni, privilegi, militarizzazione del lavoro, povertà, carestie, requisizioni forzate dei raccolti, violenze, prevaricazioni, tutto questo e molto altro accadeva nella Russia post-rivoluzionaria.
Di ciò per cui la popolazione aveva lottato tra il febbraio e l’ottobre del 1917 – ossia uguaglianza, giustizia sociale, autodeterminazione, libertà, un sistema di soviet autonomi – non c’era traccia. Se non nella propaganda del governo bolscevico.
Il popolo russo si era battuto per la rivoluzione sociale, ma il processo di emancipazione che aveva messo in moto si era scontrato con la sete di potere dei bolscevichi, arrestandosi definitivamente. Con il pretesto della guerra civile, del blocco da parte dei paesi occidentali e della controrivoluzione, Lenin e il suo partito avevano messo da parte le richieste della popolazione, chiedendo di attendere tempi migliori per la loro realizzazione. Ma quel futuro, come sappiamo, non arrivò mai.
Quando giunse in Russia, la cinquantenne Emma Goldman aveva alle spalle tre decenni di lotta per l’emancipazione sociale spesi tra le file del movimento anarchico statunitense. La convinzione che in Russia si fosse realizzato ciò per cui aveva sempre combattuto ostacolò la presa di distanza dai bolscevichi, anche quando i segnali di una deriva negativa erano evidenti. A quel tempo (gennaio 1920-dicembre 1921, tanto durò la sua permanenza in Russia) molti anarchici in tutto il mondo avevano già espresso critiche e perplessità nei confronti del governo comunista e della cosiddetta “dittatura del proletariato” instaurata nel paese. Eppure Goldman faticava ad ammettere il fallimento.
Solo dopo quindici mesi di attente osservazioni e analisi della situazione sociale, politica ed economica, Goldman riuscì a riconoscere che la rivoluzione sociale era stata definitivamente sconfitta. Non dai controrivoluzionari, ma dai bolscevichi. Gli stessi per i quali in passato aveva speso parole entusiastiche.

Una sola possibilità: andare all’estero e…
Mentre tutto volgeva al peggio, mentre la Ceka imprigionava e giustiziava arbitrariamente anarchici e oppositori e la carestia uccideva la popolazione, mentre il governo disponeva la militarizzazione del lavoro e le requisizioni, accanendosi su operai e contadini, Goldman non era rimasta a guardare. Aveva incontrato diversi leader comunisti per esporre le sue perplessità e tentare di far valere le istanze degli oppressi; aveva persino incontrato Lenin per avere chiarimenti, nella speranza di riuscire in qualche modo ad influenzare il terribile corso degli eventi. Fu nel marzo 1921, dopo la rivolta dei marinai di Kronstadt repressa nel sangue, che Goldman capì di non aver alcun margine di azione. Nello Stato comunista russo non c’era spazio per quei rivoluzionari che, come i marinai di Kronstadt, chiedevano che venissero rispettate le richieste di libertà, uguaglianza e autodeterminazione avanzate dal popolo nel 1917.
Goldman realizzò così di avere un’unica possibilità: recarsi all’estero per raccontare al mondo cosa stesse effettivamente succedendo in Russia, nella speranza di innescare un movimento di solidarietà internazionale con i prigionieri politici. Insieme agli anarchici Alexander Berkman e Alexander Shapiro, l’1 dicembre 1921, ventitré mesi dopo il suo arrivo, Emma Goldman lasciò definitivamente la Russia per non farvi mai più ritorno.
A partire dal 1922, redasse diversi articoli a denuncia della situazione politica e socio-economica russa, alcuni dei quali sono raccolti in questo libro. Il senso di pubblicarli oggi, a un secolo di distanza dalla loro stesura, è dato dal principio “didattico” con il quale furono scritti e dall’amore per la verità che, a suo tempo, li ispirò.
I testi di Emma Goldman sulla rivoluzione e sul seguente regime comunista possono essere considerati un manuale di interpretazione e di riferimento per tutti i movimenti sociali, non solo per quello anarchico. Le riflessioni che Goldman concepì sulla rivoluzione hanno travalicato lo spazio e il tempo di quegli accadimenti e si sono spinte a toccare le più generali questioni dell’autoritarismo, del significato delle rivoluzioni, del potere, della dittatura, della violenza. Considerazioni importanti, straordinariamente valide, con le quali tutti gli esponenti dei movimenti socialisti e alternativi del mondo dovrebbero fare i conti. Inoltre, riportare le testimonianze dirette – e per lungo tempo ignorate – di un’esponente del movimento rivoluzionario, riguardanti un evento così significativo come la rivoluzione russa, è un essenziale esercizio di verità storica. Reso ancora più importante dalla completa dissonanza rispetto alle versioni ufficiali di regime.
Sarebbe positivo se la stessa credibilità che quasi unanimemente è riconosciuta a Emma Goldman nel campo dell’emancipazione femminile si estendesse anche alle sue analisi sulla rivoluzione russa. Si tratta di riflessioni che certamente si inseriscono in una più vasta concezione anarchica, ma che – proprio per la ricerca della verità che le ha ispirate – non sono affatto il frutto dell’ideologia. Lo dimostra il drastico cambiamento di valutazione sull’operato dei bolscevichi avuto da Goldman tra il 1917 e il 1921.

Profonda e indiscutibile onestà
Proprio questo cambio di rotta le procurò, e le procura tuttora, critiche da alcuni aderenti al movimento anarchico che non le perdonano il ritardo con cui arrivò a prendere le distanze dai comunisti al potere. In realtà, quella che alcuni considerano una sbavatura o una debolezza di pensiero è ciò che, ancor di più, conferisce valore alle sue valutazioni, unicamente frutto di un’incontrovertibile realtà che le si pose di fronte e con cui dovette fare i conti.
Sebbene fosse una donna con solidi riferimenti ideologici, Emma Goldman non lasciò mai che la rigidità teorica offuscasse il suo sguardo scientifico e sincero sul mondo. Probabilmente una visione più dogmatica degli eventi russi le avrebbe impedito di esprimersi inizialmente a favore del regime bolscevico, risparmiandole quella che fu per lei una delle più drammatiche disillusioni politiche e personali. Di certo, però, le sue considerazioni non avrebbero avuto lo stesso valore. D’altra parte, la riconosciuta rilevanza di Goldman non deriva dalla sua infallibilità, ma dall’aver prodotto delle analisi sul mondo, sull’emancipazione sociale e sull’anarchismo tanto valide quanto sofferte. Sempre pervase da una profonda e indiscutibile onestà. […]

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