Serie da prendere sul serio – di Gianmaria Tammaro

street-food-netflix-9-1152399_tn martedì 30 aprile, 2019
Articolo scelto dalla Redazione
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L’IDEA ALLA BASE DELLA DOCU-SERIE “STREET FOOD” È ABBASTANZA SEMPLICE: RACCONTARE LE PERSONE ATTRAVERSO IL CIBO DI STRADA – LA PRIMA STAGIONE SI CONCENTRA SULL’ASIA ED È UNA MERAVIGLIA: UN TESTAMENTO, UN RACCONTO CORALE DI PAESI E PAESI, CHE PASSA DALLA CUCINA E USA IL CIBO COME UNA SCUSA – SARÀ LA PROSSIMA, GRANDE OSSESSIONE DI NETFLIX – VIDEO

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L’idea alla base di “Street Food”, la docu-serie di Netflix sviluppata dagli stessi creatori di “Chef’s Table”, è abbastanza semplice: raccontare le persone attraverso il cibo di strada, quello essenziale, quello che dice, e dice tanto, di una cultura e di un paese.

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La prima stagione – pardon: il primo volume – si concentra sull’Asia, dal Giappone al Sud-Est, e in ogni puntata – pardon: capitolo – il protagonista è un cuoco. Uomo, donna, giovane, vecchio. C’è la rivoluzione dell’arte culinaria e c’è anche, straordinaria, la rivoluzione dell’individuo, che deve combattere, insistere, che deve ribellarsi al sistema, al suo passato e alla sua famiglia, e che nel cibo e nel suo piccolo negozio, una porta, due panche, bocche di fuoco e fornelli di ferro, trova la sua vera famiglia.

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I primi due episodi, uno incentrato su una chef di Bangkok, Thailandia, l’altro su un piccolo cuoco di Osaka, Giappone, sono i migliori. Perché immediati, diretti, perché ricchi non solo di profumi e di essenze, di colori e di magie culinarie, ma perché raccontano la storia di due ultimi, di due persone che hanno avuto sempre poco e che, però, grazie al loro impegno e alla loro passione, sono riuscite a trovare il loro posto nel mondo.

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Lei si chiama Jay Fai, pelle incartapecorita e nervosa, piena di vene e di venuzze, un’abilità fuori dal comune nel maneggiare le padelle e nel rigirare le sue omelette di granchi, che le hanno fatto vincere anche una stella Michelin (dalle stalle alle stelle, letteralmente). Toyo, invece, viene dalla provincia giapponese, da un piccolo villaggio, figlio di un padre alcolizzato e orfano di madre.

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Si è dovuto rimboccare le maniche fin da subito. Il suo sogno, quando era più giovane, era quello d’aprire un negozio. Ha dovuto rinunciare quando anche suo padre è morto, e ha dovuto spendere buona parte dei suoi risparmi nel suo funerale. Oggi, però, ce l’ha fatta. Gioca col fuoco bagnandosi una mano nell’acqua ghiacciata e rigirando svelto, sulla griglia incandescente, pezzi di tonno. I clienti lo amano. Non è il tipico giapponese tutto sorrisi finti, inchini e parole reverenziali. È un tipo diretto, sincero, spontaneo. Una rarità.

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Sia Jay Fei che Toyo rappresentano l’anima della loro città e del loro paese, perché è il cibo di strada, lo “street food”, quello che racchiude e riassume le tradizioni e le tendenze, le abitudini e la cultura. È una cosa che viene ripetuta spesso, durante la serie. Anche negli altri episodi, disseminati tra Indonesia, Singapore, Corea e Vietnam. Un paese che non ha una sua cucina, che non rispetta i suoi cuochi di strada, è un paese che non riconosce la sua storia. E ora gli ultimi rimasti a conservare le tradizioni e le vecchie ricette sono gli anziani. Per i giovani, è un mestiere senza futuro. Un mestiere di cui nessuno, tranne chi lo vive ogni giorno, sembra riconoscere il vero valore.

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“Street Food”, insomma, è un testamento, è un racconto corale di paesi e paesi, che passa dalla cucina ed usa il cibo come una scusa, come uno spunto. Si concentra su pochi protagonisti: donne, la maggior parte dei casi; e anziani, soprattutto. Mette insieme i gusti, i colori, il meccanicismo di certe ricette, e contemporaneamente la creatività, la passione e l’incredibile abilità che servono dietro i fornelli.

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Sono eroi, questi cuochi – lo dice anche un giornalista, a un certo punto. Eroi che resistono, eroi a cui, un giorno, bisognerà dire grazie. E non solo per il cibo che hanno cucinato.  La componente documentaristica, in “Street Food”, è bilanciata intelligentemente da riprese curate, da una fotografia avvolgente e, anche, da un montaggio che riesce a far diventare le pause dei momenti fondamentali all’interno del racconto. Questa serie è una meraviglia. E, molto probabilmente, sarà la prossima, grande ossessione di Netflix.

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