Shutter Island – recensione

images-1 venerdì 5 marzo, 2010
Domenico Astuti
Letto 34 volte

Abbiamo visto ‘Shutter Island’ diretto da Martin Scorsese.
E’ da qualche anno che Scorsese cerca nuove strade senza trovarle, probabilmente qualsiasi artista ha un periodo più o meno lungo di grande creatività e poi si adegua alla tecnica e a qualche splendida idea di regia, ma niente di più. Scorsese ha riempito i nostri occhi e i nostri sogni con film eccezionali da “ Taxi Drive “ a “ New York, New York “, da “ Toro Scatenato “ a “ Tutto in una notte “. Ma anche alcuni dei suoi primi film sono stati importanti e fondamentali come “ Mean Streets “ , “ Alice non abita più qui “ e “ 1929 – sterminateli senza pietà “. E’ un maestro che ha saputo digerire e coniugare autori come Cassavetes e Glauber Rocha, Sam Fuller e Rossellini. Tra i suoi personaggi regna un senso di verità e di onestà che difficilmente si trova nel cinema. Passerà alla Storia per colui che ha saputo raccontare la violenza degli uomini e dei fatti sociali attraverso storie personali e collettive che a volte si sono incrociate. Adesso prende un romanzo best-seller di Dennis, che sta per diventare un fumetto con disegni di Andrea Riccadonna, e ne fa un film a mezza strada tra un film “ politico “ sui nostri tempi e un classico “noir-trhiller” in stile RKO degli anni Quaranta. Una mezza strada che lascia delusi dalle aspettative intuibili e che prende una direzione poco consona allo stile di Scorsese maestro delle tinte forti e forse non adatto a quelle in chiaroscuro, non a proprio agio nello stile della dissimulazione. Sicuramente in questo film c’è un discorso tra democrazia e dittatura, tra realtà e manipolazione, tra fine e mezzi; affonda nelle contraddizioni degli Stati Uniti, luogo di libertà ma anche produttore di Guantanamo e Abu Ghraib. Ma il seguire anche una struttura classica di genere e il finale aperto, e non del tutto chiaro, lascia il chiaroscuro della storia a metà strada. Sicuramente l’intenzione era buona ma è rimasta un po’ nel vago e nell’ibrido. Forse serviva un altro sceneggiatore, un po’ meno intellettuale. Forse bisognava essere un regista più Hollywoodiano, con dei risvolti più limpidi sul tipo “ Total Recall “.
Siamo nel 1954, due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati a Shutter Island, un manicomio criminale a largo della costa est. Devono investigare sulla fuga di una donna, paziente imprigionata perchè ha ucciso i suoi tre figli. Il direttore dell’istituto, il dottor Cawley, le guardie carcerarie, lo staff medico e i vari infermieri sostengono che la donna sia fuggita dalla cella senza lasciare alcuna traccia. L’esperto agente Daniels sospetta tutti e forse ha ragione, c’è nell’aria qualcosa di non detto e di complice. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull’isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono. Daniels sospetta, e diventa sempre più sicuro, che, con i suoi esperimenti sulla psiche umana, il dottore Cawley e i suoi complici hanno trasformato quel luogo in una prigione dell’orrore. Teddy si convincerà che Shutter Island nasconde i delitti più spaventosi, che lì si fanno esperimenti sulla mente di poveri pazienti allo scopo e al fine di una manipolazione generale. E con l’indagine, in quel luogo osceno e triviale, si risvegliano in Daniels i fantasmi che in passato aveva cercato di rimuovere. Inizia a stare male, forti emicranie e svenimenti lo portano ad avere delle visioni sulla moglie morta asfissiata e sulle sue esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale e la liberazione del Campo di Concentramento di Dachau. Inizia una spirale che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie, per giungere a una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un finale non troppo imprevedibile. Ma come abbiamo già detto manipolare lo spettatore non è nelle corde di Scorsese e quindi il film diventa angoscioso, paranoide, a volte lungo e ansiogeno. Per dare intensità e forza alla storia l’autore decide di riprendere il protagonista quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l’alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di Di Caprio diviene così l’ennesimo personaggio che lotta con l’unica arma che conosce, la violenza, per nascondere la verità e restare attaccato al proprio mondo. Insomma un film non del tutto
riuscito che lascia lo spettatore spiazzato e silente.

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