Sister ( Ursula Meier, 2011 )

sister-2012 mercoledì 5 settembre, 2012
Domenico Astuti
Letto 78 volte

Abbiamo visto Sister (L’Enfant d’en haut) regia di Ursula Meier.

Il Cinema svizzero oggi non ha molta fortuna, nemmeno nei festival. E’ un cinema marginale, poco conosciuto dal pubblico e schiacciato tra costi alti di produzione e influenze dei Cinema di confine (quello tedesco, italiano e soprattutto francese). Negli Anni Settanta alcuni registi riuscirono a produrre dei film importanti e anche amati dal pubblico europeo dell’epoca. Possiamo ricordare Claude Goretta (L’invito; La merlettaia con una giovane ma già bravissima Isabelle Huppert; La morte di Matteo Ricci con il nostro Gian Maria Volontè), Alain Tanner – anche lui nato nel 1929 – (Jonas che avrà venticinque anni nel 2000, film mito degli Anni Settanta, con una giovane e deliziosa Miou Miou e con il grande Jean-Luc Bideau; Gli anni Luce, Gran Premio Speciale della Giuria a Cannes; Terra di Nessuno),

e non possiamo non ricordare il drammatico e importante La barca è piena diretto da Markus Imhoof e giunto in Italia nel 1981 o Bankomatt di Villi Hermann con l’immenso attore svizzero Bruno Ganz e un cast tecnico e d’attori italiano. Ma il maggiore successo svizzero è stato Die Schweizermacher (I fabbrica svizzeri) di Rolf Lyssy, girato nel 1978, mentre buon successo ha ottenuto la commedia noir Beresina e gli ultimi giorni della Svizzera di Daniel Schmid uscito nel 1999. Uno dei film più conosciuti è Höhenfeuer, di Fredi Murer. Mentre Les Petites Fugues del 1979 è stato eletto miglior film svizzero di tutti i tempi.

Adesso giunge in Italia (era già uscito in giugno ma è stato riprogrammato in questi giorni) Sister – Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012 – della regista quarantenne Ursula Meier, alla sua opera seconda dopo Home del 2008, una parabola sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo, e una serie di cortometraggi di successo. Sister è un film che mostra troppi debiti narrativi con il Cinema della purezza e della castità del Dogma 95 e ancora di più, in particolar modo, col cinema de fratelli Dardenne da cui ha imparato la tecnica senza trovare una via propria originale e non mostrando alcuna discontinuità narrativa.

La storia è ambientata sulle Alpi svizzere nella stagione sciistica. Un ragazzetto dodicenne di nome Simon (un bravo e convincente Kacey Mottet Klein, al suo terzo film) vive nelle case popolari in una vallata industriale e sottoproletaria, non va a scuola e passa il tempo da solo sui campi di sci a rubare tutto quello che può prendere, guanti, sci, cappellini e giubbotti, per poi rivenderli e così poter comprare da mangiare e vivere: si è così professionalizzato che ruba anche su commissione attrezzature di marca. Perché Simon non ha più i genitori (ma sarà così?) e vive con una sorella più grande Louise (la brava e carina Léa Seydoux, modella e attrice di registi come Garrel, Tarantino, Gitai, Ruiz, tra i tanti), una giovane donna con poca voglia di lavorare, con tanti uomini che le girano intorno e spesso assente da casa. Una ragazza silenziosa quasi borderline che si lascia trascinare dalla vita. La storia procede orizzontale, senza particolari sorprese, tra momenti d’affetto tra i due fratelli, litigi e il bisogno d’affetto che cerca il ragazzetto con madri borghesi che sciano e con un cameriere che diventa quasi un suo complice nel ricettare oggetti rubati. Bella e drammatica la scena in cui Simon paga la sorella perché vuole dormire abbracciato a lei e dura quella in cui si inventa (?) davanti a un fidanzato della ragazza meno coatto di altri che lui non è il fratellino ma è suo figlio, facendoli così separare.

Il film è una storia di frontiera, di limite ultimo, una funivia mette in contatto il fondovalle povero e desolato con i campi di sci innevati e con le belle giornate che riscaldano i ricchi borghesi in vacanza; una casa tiene assieme due fratelli sbandati che altrimenti si perderebbero nella solitudine; i rapporti umani che di umano hanno solo l’apparenza e l’egoismo. Insomma una ricerca e una consapevolezza che i sentimenti sono alienati e dolorosi. Questa crediamo sia l’intenzione narrativa della Meier, ma il film non va oltre una cronaca naturalistica di fatti che si ripetono nella secchezza stilistica e nel taglio di montaggio. Narrativamente corre parallelo e sulla falsa riga di un film dei fratelli Dardenne o del Loach degli anni novanta, cercando di coniugare durezza, poesia e sguardo oggettivo, ma senza trovare una propria originalità e forse anche finalità, cadendo a volte in un compiaciuto estetismo.

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