Quando ero alle medie nel manuale d’inglese vi era un dialogo dove i protagonisti ricordavano cosa stavano facendo quando era avvenuto un evento importante: lo sbarco sulla Luna, l’assassinio di Kennedy, i mondiali di calcio. In questi giorni mi son chiesto più volte, già da inizio mese, cosa ricordo di quel febbraio 2022, e soprattutto del 24, quando è iniziata la guerra in Ucraina, e la risposta è semplice, ricordo tutto, soprattutto l’impressione dell’accelerazione dei tempi, delle notizie sovrastanti e delle ansie, una dietro l’altra, mentre si andava verso il precipizio.

Il discorso di Putin del 21 febbraio, mi sono accorto in questi giorni, lo ricordo quasi a memoria, e non solo perché ne ho scritto in lungo e in largo, anzi: a sovrastare le parole è il tono, l’espressione, del presidente russo in quel momento, sembrava pronto a guidare all’assalto, a mani nude, le sue schiere contro il passato bolscevico e il presente atlantico, contro il gender e l’Occidente, e così via.

Nei discorsi a casa e con gli amici e i colleghi vi era sempre questa inquietudine, questa eccitazione rassegnata, truculenta e letale dell’innominabile evento, e la domanda successiva era sempre “a čto dal’še?” (e poi cosa succederà?). A lezione, sarà stato il 22 febbraio, o ancora prima, in modalità online a causa del covid, gli studenti mi hanno interrotto a un certo punto chiedendomi di parlare della “situazione”: nessuno voleva utilizzare la parola “guerra”, come se quell’esorcismo nella scelta del vocabolo potesse evitarne l’avvento. Mal me ne incolse, penso ora ogni tanto, perché quella e la successiva lezione del 25 febbraio furono alla base della mia fuga, tragicomica perché ero tornato dall’Italia, dove avevo avuto un piccolo ma fastidioso intervento su cui a Mosca i pareri erano discordanti, proprio alla fine del primo giorno della nuova realtà.

Già, il 24 febbraio mi son svegliato, dolorante per i punti che tiravano, attorno alle sei del mattino, dovevo toglierli a mezzogiorno, e mi son messo a guardare lo smartphone, perché nella capitale russa erano già le otto, e volevo sentire mia moglie. Era iniziata la guerra, le strade di Charkiv e di Kiev, dove avevo camminato più volte venendo proprio da Mosca, erano sugli schermi di tutto il mondo; il lugubre suono della contraerea, uguale a quello delle prove d’evacuazione tante volte tenute all’università in Russia, annunciava non l’uscita disordinata e festante degli studenti e dei docenti, ma la morte nelle città ucraine.

In ambulatorio, mentre mi tolgono i punti, infermieri e medici mi chiedevano cosa stesse succedendo, già il chirurgo, due settimane prima, mentre mi operava in anestesia locale, mi aveva chiesto di Putin, della Russia, delle sue mire, e non so a quanti sia capitato di aver un intervento parlando di politica e storia. “Non lo so” rispondevo a tutti “ma di certo so che è una follia fratricida, è la fine di tutto”. La sera avevo il volo via Budapest per Mosca, e per arrivare in Russia è stato come un videogioco lugubre, perché con gli spazi aerei chiusi volare dall’Ungheria è stato possibile solo attraverso un laborioso giro per l’Europa.

A Vnukovo, l’aeroporto a me più caro perché a poco più di venti minuti da casa, il silenzio irreale e le facce, quelle facce, indescrivibili degli agenti al controllo passaporti, senza nessuna espressione, e i viaggiatori in fila, fissi con gli occhi agli schermi dello smartphone. In città non vi era traccia di propaganda, ancora l’isteria della Z era lì da venire, e forse si pensava di riuscire a piegare l’Ucraina in breve tempo, ma i discorsi, a mezza voce, erano inequivocabili, ed erano tutti sulla guerra. A mezza voce, e non solo per paura: vi era chi non dormiva per i parenti in Ucraina, chi aveva fratelli o padri nell’esercito, e chi già scendeva in piazza per protestare.

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Il centro di Mosca era surreale, con pattuglie pronte a verificare ogni assembramento, e ben pochi di noi andati a gridar il dissenso sono riusciti a non farsi caricare su un furgoncino della policija: strano, eppure non ho una sola foto di quei momenti, perché già vi erano controlli random con richieste di mostrare lo smartphone. La necessità di far qualcosa, di raccontare, di spiegare, è impellente: a lezione ma anche in italiano, e allora ho preso e ho aperto il canale su Telegram, dopo l’annuncio di Roskomnadzor (l’autorità russa delle comunicazioni) di voler limitare l’accesso a Facebook, mentre a casa malediciamo il fato, la storia, gli uomini e la guerra.

E poi è arrivato il giorno quando sono dovuto andar via. Era un giovedì, e alle due del pomeriggio, prima di andare al liceo dove lavoravo (lì la storia però la insegnavo in italiano), dopo una discussione molto serrata dovuta all’adozione delle leggi sulle fake news, abbiamo deciso che i segnali (e anche le segnalazioni) erano a un punto critico, sarei partito alle dieci della stessa sera per San Pietroburgo e da lì per Tallinn in autobus. Sono entrato in classe, avevo una tosse orribile, e però spiegavo, e le ragazze mi dicono “prof, vada a casa, abbiamo tempo”, insistendo.

Quando hanno chiuso la porta dell’aula, ho pianto, come aveva pianto la collega (con cui non parliamo più, perché sono un “traditore”) quando le ho detto di dover andare. Le ore trascorse nell’autobus per Tallinn, a una frontiera mai così presidiata, sono state lunghissime: per entrare a Narva, a ridosso del confine russo, ci son volute 8 o 9 ore. Durante l’attesa, chat e app venivano cancellate: potevano (come poi è accaduto) controllare cosa veniva scritto. Due amici mi prendono un albergo e un volo, e arrivo il 4 marzo a Napoli. Sarei tornato a quel confine, dalla parte estone, per riprendere la famiglia poco più di venti giorni dopo.

Qualche giorno fa, eravamo a Tallinn, ho detto a mia moglie che volevo andare a Narva, salire sulle mura del castello che fronteggia la fortezza di Ivangorod e da lì vedere la Russia. Non siamo andati, poi, e non saprei quale possa essere l’effetto che fa di gettare uno sguardo su quei posti da cui ci si deve allontanare per forza. Pensare che il paese nel quale ho vissuto e in un certo senso son diventato adulto in questo momento sia in preda a un incendio morale, stretto nella morsa di una repressione brutale e di un’idiozia guerrafondaia spietata, alle volte dispera, altre spinge a far qualcosa.

Un prete, un amico di mio padre, don Peppino Diana, aveva scritto all’inizio degli anni Novanta un documento che rappresentò un momento di svolta per una terra martoriata dalla camorra, e si intitolava per amore del mio popolo non tacerò. Un mio post su Facebook, nei primi giorni, ricordava quel titolo, e credo sia stata, in un certo senso, la mia guida in questo anno di disperazione e solidarietà.

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