Teneramente folle ( Maya Forbes, 2014 )

imm sabato 27 giugno, 2015
Domenico Astuti
Letto 54 volte

Abbiamo visto “ Teneramente folle “ ( Titolo originale Infinitely Polar Bear )

Un film di Maya Forbes. Con Mark Ruffalo, Zoe Saldana, Imogene Wolodarsky, Ashley Aufderheide, Beth Dixon.   Commedia drammatica, durata 88 min. – USA 2014.

La sceneggiatrice quarantenne Maya Forbes ( Mostri contro alieni, The Rocker, Diario di una schiappa ) decide di debuttare come regista con una commedia sentimentale autobiografica.   Storia che proviene dalla sua esperienza di bambina decenne e quindi assai personale, soprattutto perché l’immaginario creativo adolescenziale a volte trascende la verità dei fatti e delle cose. La Forbes realizza un piccolo film gradevole, minimalista e affettuoso, permettendo a Mark Ruffalo ( I ragazzi stanno bene, The Avengers, Tutto può cambiare ) un ruolo che qualsiasi attore vorrebbe interpretare almeno una volta nella carriera.

Teneramente folle è un’opera prima che si basa più sulla descrizione coerente dei personaggi e sul loro interagire che non usando una scrittura fatta di intreccio e di narrativa; le atmosfere di un tempo – siamo alla fine degli Anni Settanta, ma sembrano anni tracimati dl decennio precedente – hanno un naturale sapore giovanile e leggero, sintomo di quegli anni ma anche del ricordo infantile della protagonista, e l’affrontare il dramma della bipolarità di un padre viene mostrato con un tono sempre lieve, quasi ironico sicuramente troppo affettuoso. Ed anche le situazione assai serie, come quelle di due bambine che vivono sole con il padre affettuoso ma anche inquietante nei comportamenti e l’andar via della madre Maggie ( Zoe Saldana ) che vuole studiare all’università di New York per poi poter divenire una manager sono narrati con una delicatezza quasi da favola buona d’altri tempi.

Teneramente folle si inserisce in quella filiera del disturbo mentale e della malattia raccontata in forma di commedia bonaria, affettuosa ma anche furba e professionalmente accattivante, che non decide di diventare chiaramente un’opera mainstream o un sano prodotto del cinema indipendente americano. Ma forse anche per questo è uno di quei film che vengono accettati e apprezzati dal pubblico di Festival come il Sundance e il Torino film festival.

Siamo a Boston, alla fine degli Anni Settanta, Cameron Stuart è un figlio di questa città americana-“europea”, aristocratica e colta. E’ stato un direttore della fotografia, dalla buona cultura e dalla famiglia borghese. Soffre di un disturbo bipolare che negli anni precedenti, fatti di hippy e vite alternative, lo hanno ‘ nascosto ‘ dall’ufficialità della malattia, ma adesso che i tempi sono cambiati e lui è stato ricoverato per un esaurimento nervoso tutto è venuto a galla. Uscito dalla clinica, allontanato dalla sua famiglia d’origine per i comportamenti poco appropriati, senza più un lavoro, resta solo in città con le sue due bambine. Sua moglie che lo ama ma che ha deciso di non continuare a vivere in questo modo provvisorio e precario si è iscritta alla Columbia University, per poter ottenere l’Mba, trovare un lavoro da manager e avere una vita dignitosa assieme alle figlie. Deve stare per 18 mesi a New York mentre le bimbe rimangono a Boston con il padre. Ma il tutto non è facile per nessuno dei quattro. Cameron perde subito un lavoro e non ne cerca un altro, trascorre le giornate in modo bizzarro e riempie la casa di cianfrusaglie per tenersi impegnato, tutte cose che creano disagio nelle due bambine. Maggie si sente sola a New York, ha nostalgia delle figlie e della città e quando vorrebbe rientrare non riesce a trovare a Boston un lavoro degno in quanto donna e nera. Cameron è deciso a mettercela tutta perché ama le sue figlie e le vorrebbe felici e anche riconquistare sua moglie e ricreare la sua famiglia.  Ma la sua malattia maniaco-depressiva lo rende a volte ‘ selvaggio ‘, incline agli eccessi affettivi e di rabbia, mentre le sue bambine si sentono sì amate ma anche frustrate e a disagio nei confronti del padre ma anche del mondo esterno; la più grande è Amelia ( Imogene Wolodarsky, figlia della regista ) che tenta di ribellarsi a questa vita randagia e sconclusionata, mentre la piccola Faith ( Ashley Aufderheide ), reagisce sempre con battute molto graffianti nei confronti del padre. Il finale resta aperto, malinconico e leggero allo stesso tempo.

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