The Hunter ( Rafi Pitts, 2010 )

hunter-2010 lunedì 20 giugno, 2011
Domenico Astuti
Letto 46 volte

Abbiamo visto The Hunter regia di Rafi Pitts.
Quando pensiamo all’Iran e al suo Cinema ci viene in mente un Paese politicamente sventurato e degli artisti in perenne lotta per difendere il loro diritto alla libertà e non solo creativa. Ricordiamo Panahi che è stato condannato per i suoi film (Offside) a sei anni di carcere e per vent’anni senza la possibilità di fare film e rilasciare interviste; ci viene in mente Ghobadi che ha girato il suo ultimo film in maniera clandestina (I gatti persiani); oppure Makhmalbaf che ha illuminato il suo mondo (Lavagne); e anche quando esce un film non “politico” e “occidentalizzante” come About Elly lo accogliamo con affetto e disponibilità. Adesso esce in Italia The Hunter un film di genere (un uomo che si vendica), che sfiora la realtà iraniana senza trovare un punto di originalità e di identificazione con quella realtà. Il suo assunto “terribile” è: non c’è possibilità di speranza e nemmeno di un sorriso momentaneo. E partendo da questa considerazione crea una storia di rara freddezza, priva di qualsiasi sussulto di vita, duro a tal punto da sembrare quasi compiacersi di un’astenia morale ed esistenziale. Quasi un’operazione chirurgica fatta a tavolino, cercando il più classico dei geli narrativi rafforzato dall’interpretazione del protagonista (lo stesso Pitts) che si presenta con un volto così fisso e unidimensionale che sembra portare sulle spalle il peso del mondo anche quando sta con la sua adorata figlia (che forse figlia sua non è). Pitts è un regista che la critica inserisce nel Nuovo Cinema Iraniano, ma in realtà è un autore a metà strada tra Iran e Occidente e questo film lo conferma del tutto. Ha fatto una lunga gavetta, di gran lusso comunque e in Europa. Poco dopo l’arrivo dell’Imam Khomeini, a 15 anni, è partito per l’Inghilterra raggiungendo il padre inglese, si è laureato al Polytechnic College di Londra e ha da subito collaborato ad alcune decine di cortometraggi e film come assistente alla regia. Si è trasferito a Parigi negli Anni Novanta diventando aiuto regista di Godard, di Carax, di Doillon. Il suo primo film The Fifth Season (1997) è stato notato dalla critica internazionale, una storia che ricordava I quattrocento colpi di Truffaut.
Nella Teheran di oggi fatta di palazzoni anonimi, immersa nel traffico all’Occidentale e col Potere che comunica con il Popolo attraverso radio e televisione, c’è un uomo che si chiama Alì. Ha circa quarant’anni, un’espressione malinconica se non depressa, è stato da poco rilasciato dal carcere in cui è stato sette anni (non si sa per quale motivo), lavora come guardiano notturno in una fabbrica e l’unico suo problema sembra quello di voler cambiare turno per poter stare di più con sua moglie (Mitra Hajjar) e sua figlia (Saba Yaghoobi) nata quando lui era in prigione. Dopo un inizio lento, e, in alcuni passaggi, inutile, Alì torna a casa dal lavoro e non trova né moglie né figlia. Aspetta tutto il giorno, va a cercarle e poi si reca alla polizia. Dovrà aspettare delle ore nel caos del distretto, fino a quando non viene a sapere che sua moglie è stata uccisa durante degli scontri tra manifestanti e polizia, mentre della figlia non si sa nulla. Ali si mette alla ricerca della bambina nonostante sia evidente (ci sono tracce del gesso dei corpi di sua moglie e della bambina per strada dove è successo il fattaccio) che anche lei è morta, ma questa ricerca lo distrae e gli da’ qualche speranza. Ma quando viene trovato il corpo della bambina, l’uomo, senza dare segni di reale squilibrio, impazzisce. Decide di vendicarsi e uccide con un fucile da caccia due ignari poliziotti che transitano sulla tangenziale. Inizia così un altro film, una breve fuga e poi la cattura in un bosco da parte di due poliziotti che più improbabili non possono essere; uno stupido, fanatico e probabilmente assassino e corrotto, l’altro, una recluta ‘civile’, ligio alle regole ma facilmente trasgressivo sotto pressione. I due poliziotti si perdono nel bosco e inizia una marcia lunga almeno due giorni in cui lo stress, il clima inclemente e il carattere umorale del primo poliziotto non fanno prevedere nulla di buono…

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