The Lobster ( Yorgos Lanthimos, 2015 )

imm mercoledì 25 novembre, 2015
Domenico Astuti
Letto 32 volte

The Lobster

Un film di Yorgos Lanthimos. Con Colin Farrell, Rachel Weisz, Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen. Fantascienza, durata 118 min. – Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia 2015.

Lanthimos è un giovane regista greco che ha diretto cinque film fino ad ora; il primo è stato My Best Friend che ha girato assieme al suo maestro Lakis Lazopoulos ( un personaggio poliedrico e famosissimo in Grecia, drammaturgo, attore, cantautore, collaboratore di riviste politico-satiriche ), ha diretto quindi da solo Kinetta, un film sperimentale.  Poi Kynodontas, mentre Alps è il suo quarto film. In questi giorni esce The Lobster, premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria. Ma tutti i suoi film hanno girato per i più importanti Festival, ha vinto con il film Kynodontas la sezione Un certain Regard a Cannes ed è stato candidato dalla Grecia come miglior film straniero per gli Oscar, mentre Alps ha ottenuto il Premio Osella come migliore sceneggiature a Venezia. Insomma un classico regista autorale da Festival, e pensando alle sue pellicole si può affermare che le sue storie sono una sorta di laboratorio sociale, un’operazione con i bisturi nelle viscere degli uomini; i suoi personaggi sembrano delle cavie pronte a doversi difendere da una natura ( anche umana ) corrotta e delirante. In cui è completamente interrotta la comunicazione tra gli esseri umani ( dei sentimenti come li intendiamo, nemmeno a parlarne ). Storie in cui i padri segregano i figli in casa e non hanno più nemmeno un nome, in cui passano il tempo con giochi a dir poco insensati come chi resiste di più con un dito sotto il getto d’acqua calda o chi si riprende per prima dopo essersi stordito col cloroformio, in cui gli animali di casa possono diventare i peggiori e più feroci nemici dell’uomo, in cui i pesci compaiono dal nulla in una piscina. Dove una squadra formata da un paramedico, un’infermiera, una ginnasta e il suo allenatore impersonano dei cari estinti per i loro clienti-parenti e chiedono anche se preferiscono un’interpretazione particolare. Il regista è abituato a raccontare con algida lucidità l’essere umano, chiuso in una follia folle ma allo stesso tempo credibile come se ci trovassimo in una fiaba contemporanea destinata a una immobilità senza prospettive e prive di qualsiasi possibilità di finale assolvente. Dove I temi della morte e della sostituzione restano una delle cifre stilistiche dell’autore, mentre esteticamente propone volutamente una visionarietà inadeguata tecnicamente. Insomma sembra di essere dalle parti del Cinema di Haneke per crudezza e disillusione ma senza avere quel tocco di lucido raziocinio e di onestà intellettuale, ricorda per accondiscendenza morbosa il Cinema di Cronenberg senza però quella geometria e perfezione dell’immagine, senza quel bisogno di riflessione esistenziale. Insomma uno di quegli autori intellettuali che ama mostrarsi, che gioca a fare il filosofo-esistenziale, che ama il lato metafisico dell’essere umano e gioca a vivisezionarlo ma da un solo punto di vista. Un autore che più che della sincerità e della ricerca si compiace a spiazzare lo spettatore, quasi fine a se stesso, a volte poco credibile. Un autore tipicamente da festival che piace a quegli intellettuali che restano affascinati dal cupo, dall’algido e dall’esasperazione quasi maniacale e per questo non fanno caso alla vera ricerca e all’onestà dello scopo e della scoperta.

In un futuro che sembra più passato ( città, case, abiti, automobili ) c’è una società tirannica che impone ritmi di vita alienanti. Tra i divieti c’è quello di non poter essere o ritrovarsi da soli affettivamente dopo i trent’anni. Si rischia l’arresto e si viene deportati in un resort freddo e solitario come una sala morgue. Qui si hanno 45 giorni per trovare l’anima gemella, ma si ricevono anche delle punizioni e delle privazioni fine a se stesse ( per un giorno e mezzo iniziali bisogna avere una mano legata al corpo ), oltre ad essere costretti a rispondere ad un questionario volutamente bizzarro. Qui tutti sono costretti a trovare l’anima gemella altrimenti dopo il periodo saranno trasformati nell’animale che hanno segnalato appena arrivati, il nostro protagonista rischia di trasformarsi in una aragosta. David ( un Colin Farrell ingrassato e ingrigito, in una prova d’attore del tutto inutile ) giunge al resort, si adegua alla vita da subito e senza sussulti, fa qualche amicizia, obbedisce a tutte le regole, e finalmente si accoppia con una donna senza cuore che lo maltratta e allora per pura sopravvivenza la uccide; viene aiutato da una cameriera dell’hotel a nascondere il corpo e scappa via nel bosco circostante. E’ evidente che qui ci sono i ribelli, coloro che non accettano le regole di questa società futuribile e vogliono vivere senza amore ma liberi, dormendo al freddo e nascondendosi da chi li vuole uccidere. Il capo dei ribelli solitari è una bellissima e anaffettiva donna bionda ( Lea Seydoux ) che diventa spietatissima quando si accorge che qualcuno prova dei sentimenti; infatti quando David si innamora realmente della solitaria donna miope ( Rachel Weisz ), porta la donna in uno studio oculistico in città e la fa accecare mentre a David gli fa preparare una tomba per quando morirà. Ma i due innamorati riusciranno a scappare nonostante tutto e in un fast food, lui dovrà decidersi se accecarsi con un coltello da bistecca per diventare come l’amata. E il finale resta aperto, con David nel bagno del locale che si punta il coltello all’occhio ma non sembra decidersi.

Attraverso una struttura di fantascienza ( a noi sembra più un sogno delirante che non una possibilità di un futuro ) Lanthimos ci racconta una metafora, un po’ sfocata e per palati buoni, della ricerca di una persona con cui vivere – più che innamorarsi – attraverso riti collettivi, strutture predisposte da un sistema sociale che preferisce gli esseri umani in coppia per poterli meglio controllare e togliergli qualsiasi desiderio individuale. Quasi che la sofferenza di coppia aiuti meglio all’odio condiviso.  Questa è l’idea centrale del film ma ce ne sono varie altre, nessuna però davvero affrontata, come la negatività dell’organizzazione sociale contemporanea o la rappresentazione della mercificazione dei sentimenti.

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