The Road ( John Hillcoat, 2010 )

MV5BMTAwNzk4NTU3NDReQTJeQWpwZ15BbWU3MDg3OTEyODI@._V1._SY317_CR0,0,214,317_ giovedì 20 maggio, 2010
Domenico Astuti
Letto 67 volte

Abbiamo visto “ The road “ diretto da John Hillcoat.
Anche da piccoli particolari possiamo comprendere in che realtà siamo e a quale punto della notte. Prendiamo uno dei più acclamati scrittori americani, McCarthy Cormac ( autore anche del romanzo “ Non è un Paese per vecchi “ da cui è stato tratto il film diretto dai Fratelli Coen nel 2005 ) scrive un romanzo che ottiene il Premio Pulitzer nel 2007, e il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 2006. il produttore Nick Wechsler ( quello de “ La “25 ora “ di Spike Lee e “ L’albero della vita “ di Darren Aronofsky ) decide di trarne un film con la sceneggiatura di Joe Penhall ( “ L’ultimo re di Scozia “, “ L’amore fatale “, tra le altre ). Da’ la regia a John Hillcoat, talentuoso regista australiano, la colonna sonora a Nick Cave e la fotografia a Javier Aguirresarobe ( “ Il mare dentro “ di Amenabar, “ The City of Your Final Destination “ di Ivory ). Gli attori, sono bravi divi di Hollywood: Viggo Mortensen, Charlize Theron, Robert Duvall e il bravissimo adolescente Kodi Smit-McPhee. Beh, un film del genere – tuttavia non un capolavoro – ha rischiato di non essere distribuito in Italia perché giudicato “ troppo deprimente “. Cosa vuol dire nel nostro Paese la parola deprimente ? Questo ci fa comprendere la realtà in cui viviamo. Noi troviamo veramente deprimente altre cose che non un’opera cinematografica. Per esempio, certi sorrisi dei politici che coprono le macerie o quel ministro che dice che è meglio non leggere libri e per due anni ci ha bischerato dicendo che tutto andava bene. La natura anche in questo romanzo di McCarthy, è uno specchio infranto che riflette solo l’orrore e il mistero impenetrabile: un qualcosa che nella distruzione rivela il suo volto terribile e cieco, forse divino, di certo disumano, impietoso, indifferente.
In questo romanzo – e solo in parte nel film che cerca di seguire pedissequamente la storia non smarcandosi per differente ’ linguaggio ‘ – la violenza portata alle estreme conseguenze assurge a metastasi dell’esistente, quasi a una metafisica della morte e della vita. E in questa devastazione resta solo il rapporto tra padre e figlio, l’amore che li lega. Ma nel film e nel suo finale sembra che tutto si racchiuda nel concetto che nel mondo l’unico ‘luogo’ che ci protegge e ci identifica sia la famiglia e i sentimenti parentali. Forse un po’ poco come analisi dopo aver affrontato i massimi sistemi dell’orrore dei fatti e degli esseri viventi. Sembra quasi – perché torna spesso, in molti film questa idea ‘conservatrice’– che oramai non c’è rimasto nemmeno un briciolo di ideologia su questo pianeta.
«Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.»
Questo è un refrain e uno dei pochi dialoghi ‘ politici ‘ che c’è tra il padre e il figlio. Ma in realtà cosa sia il fuoco e se veramente ci credono, o è solo un attaccarsi a qualcosa, il film non ce lo svela. Ma resta un ottimo film, cupo, intenso, scarnificato. La storia ? In un mondo colpito da un’apocalisse che non ha un motivo dichiarato ( non viene data alcuna spiegazione: c’è stata una ribellione della natura contro gli esseri umani ? Uno sconvolgimento climatico ? E’ avvenuto tutto dopo una guerra ? O è qualcosa che dovremo ancora conoscere… ), non ci sono più animali, gli uccelli sono scomparsi, non cresce più l’erba, gli alberi cadono marciti dentro: tutto è morto. Gli esseri umani rimasti lottano per la sopravvivenza, qualcuno qui e là si nasconde da bande di cannibali e da personaggi senza più alcuna umanità e punti di riferimento. E’ un mondo in cui tutto è spazzato via, millenni di evoluzione si riducono a un paesaggio deserto e grigio. I due protagonisti sono un padre e un figlio ( un perfetto Viggo Mortensen e un bravo Kodi Smit-Mc Phee ), hanno resistito a lungo nella loro casa assieme alla moglie/madre ( una Charlize Theron di puro contorno ) che tuttavia stanca e senza più speranze li lascia una notte, alla ricerca forse della morte. Il padre è deciso a resistere per il bene del figlio ( che è anche l’unico futuro positivo che può prevedere per il mondo ). I due devono lasciare la loro casa e l’unica speranza è andare verso il sud ( Il luogo che può salvarci dal nostro Nord ? ), al mare ( come l’interpreta la psicanalisi ? ). Padre e figlio fissano un bosco in fiamme ( Le radici che si abbandonano ? ) iniziando il viaggio, si ritroveranno a dover fare delle scelte che risultano sempre determinanti per la loro sopravvivenza ( e per quella dell’intera specie umana ? ). Incontreranno un vecchio Argo semicieco, un nero disperato e affamato, entreranno in una casa di zombie da cui riusciranno a scappare e troveranno anche miracolosamente da mangiare: la forza disperata del padre aiuterà l figlio e il figlio lo aiuterà a non perdere l’umanità che conserva. Fino a giungere al sud e al mare, dove…
Buona la regia e gli interpreti, ottima la fotografia e la colonna sonora di Cave. Qualche piccolo demerito alla sceneggiatura a cui è ‘ mancata ‘ un po’ di fantasia.

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