Tomboy ( Céline Sciamma, 2011 )

48641 venerdì 16 dicembre, 2011
Domenico Astuti
Letto 70 volte

Abbiamo visto Tomboy regia di Céline Sciamma.
Se cercate su un vocabolario la parola Tomboy trovate dapprima il significato di “maschiaccio”, ma cercando meglio vuol dire anche “monella” e “ragazza indiavolata”. E Laure, la protagonista, di dieci anni circa, è effettivamente una monella ma anche un maschiaccio quando prende a pugni gli altri bambini o quando gioca a pallone, e forse prova attrazione per un’amichetta e la bacia sulle labbra. Il confine della sessualità tra età infantile e la prima adolescenza è così labile e scivoloso che è difficile farsi delle opinioni precise. E anche la regista Céline Sciamma (alla sua seconda opera – la prima è stata Naissance des pieuvres (2007) anche in quel film si parla di ragazzine adolescenti e dell’innamoramento della quindicenne Marie per Floriane) sceglie questa strada fatta di tocco gentile, di sensibilità e affronta un tema difficile da raccontare e rappresentare come l’identità sessuale prima del suo sviluppo; lo fa cercando di non essere banale e di non sfiorare alcun tipo di morbosità. Ma allo stesso tempo realizza un film che sembra privo di aria e di spazio, che lascia lo spettatore alla fine della proiezione stanco e sfibrato e poco soddisfatto di quello che ha visto. Forse perché Laure ha una famiglia insopportabile e mielosa, dove c’è una mamma che vive quasi esclusivamente per la nascita del suo terzo figlio ed è anche così affettuosa con le altre due da non rendersi conto di avere in casa una bambinetta che porta i capelli tagliati da maschio, che veste da maschio; c’è un padre affettuoso ma assente per lavoro, e la sorellina piccola è così bellina e arguta da risultare fastidiosa.

Una famigliola giovane e borghese si trasferisce in un nuovo quartiere durante l’estate, il papà è sempre fuori casa, la mamma è in dolce attesa e le due figlie trascorrono le vacanze come possono. Laure (Zoé Héran), la più grandicella, capelli corti, corpo naturalmente acerbo inizia a conoscere i suoi coetanei e si presenta a loro non come Laure ma come Mickäel e nessuno sospetta di nulla. Laure picchia più degli altri, è la migliore quando giocano a calcio e quando decidono di andare tutti al mare non si scoraggia, si infila in un costume da maschietto della plastichina al posto giusto. Il film si sviluppa su due piani paralleli e che non entrano – se non nella parte finale – in contatto: la vita felice in famiglia come Laure e la vita felice con i nuovi amici come Mickäel. E tra tutti i ragazzini è l’unico che inizia anche una specie di vita amorosa con Lisa che sembra innamorarsi di lui. Ma fra poco inizierà la scuola e il gioco Laure/Mickaël entra in crisi, la madre scoprirà questa dualità e troverà una soluzione dura (per Laure) ma concreta (per lei).

Presentato al festival di Berlino, ha ottenuto il Teddy Award – Premio della giuria, riconoscimento per film a tematica GLBTQ, ha vinto anche il premio del pubblico e il premio Ottavio Mai al 26° Torino GLBT Film Festival.

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