Un alibi perfetto – recensione

images sabato 14 novembre, 2009
Domenico Astuti
Letto 34 volte

Abbiamo visto “ Un alibi perfetto “ regia di Peter Hyams.
C’è un tempo delle vacche grasse e un tempo delle vacche magre. Qui siamo alla quaresima delle idee. Si prende un vecchio film crepuscolare di Fritz Lang ( L’alibi era perfetto, 1956 ), basato sul concetto di persuasione. Truffaut, ha scritto nel suo memorabile libro “ I film della mia vita “: ‘… di tutti i cineasti tedeschi che nel 1932 fuggirono il nazismo, è quello che non si ‘rimetterà’ più, tant’è vero che l’America, che pure lo ha accolto, sembra ripugnargli. Per Fritz Lang non c’è alcun dubbio che l’uomo nasce malvagio…’
Hyams cambia le intenzioni ‘morali’ cercando di adattarle all’oggi: II protagonista diventa un carrierista pronto a tutto pur di fare uno scoop giornalistico, inserisce un paio di corse in auto senza logica, quando tutto sembra perduto compare un poliziotto nero quasi dal nulla che con qualche colpo di pistola cambia gli eventi già abbondantemente stabiliti; ma al regista e sceneggiatore non basta un cumulo di incongruità e banalità da telefilm di seconda serata e allora inserisce un secondo finale e la frase della protagonista che, prima di uscire dalla casa del suo ex amato, dice: ah sì, una cosa volevo dirti: vaffanculo.
La storia… Un giovane giornalista C.J. è allo stesso tempo un ragazzo rampante e carrierista e un paladino della giustizia-giusta. Ma deve sopportare un ruolo marginale nel suo network in crisi di ascolti. Quindi è alla ricerca di uno scoop per emergere dall’anonimato e forse salvare il posto di lavoro. Si convince di poter dimostrare la corruzione del procuratore capo Mark Hunter ( Un grigio e stereotipato Michael Douglas ), futuro prossimo governatore e capo della sua amata Ella. Hunter da qualche anno vince tutti i processi cacciando un coniglio dal cilindro sempre all’ultimo momento, presentando delle prove che C.J. è convinto costruisca ad hoc. Giacchè il direttore del network non gli dà la possibilità di continuare l’inchiesta decide di incastrarlo quasi da solo: Il giovane costruisce false prove e si fa arrestare per l’omicidio di una prostituta di colore, chiede a un amico di filmare ogni cosa e attende che il procuratore porti in aula le prove ‘contraffatte’ per poi smascherarlo. Ma il suo è un piano non ben organizzato e finisce condannato a morte ma…
Il regista, sceneggiatore e direttore della fotografia, Peter Hyams è uno dei tanti registi che lavorano per gli Studios, professionista senza un vero talento e con una filmografia senza sussulti, suoi sono “Una valigia piena di dollari” (Pepper, 1975), “Capricorn One” (1978), “Condannato a morte per mancanza di indizi” (The Star Chamber, 1983), “Il presidio, scena di un crimine” (The Presidio, 1988), “Relic – L’evoluzione del terrore” (The Relic, 1997), “D’Artagnan” (The Musketeer, 2001) e “Il risveglio del tuono” (A Sound of Thunder, 2005). Il cast è composto da, Jesse Metcalfe ( Il mio ragazzo è un bastardo ), un attore che deve ancora mostrare il suo spessore e che ricorda Tyrone Powell, Amber Tamblyn ( General Hospital ) senza alcun fascino cinematografico e Michael Douglas che da alcuni anni non trova un ruolo degno, forse da Traffic di Sodebergh.
Un’ultima annotazione, il film originale di Lang aveva uno schema semplice e trattava un argomento serio come la pena di morte e la responsabilità dell’individuo e le ambiguità della giustizia. La riscrittura di Hyams sposta lo l’analisi sul superamento della linea morale per ottenere un facile successo,

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