Un ricordo di Walter Benjamin – redazione

225px-Benjamin-sm martedì 3 novembre, 2009
Domenico Astuti
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Vorrei ricordare Walter Benjamin…
La sua vita… Nasce a Berlino il 15 luglio del 1892, in una famiglia di ricchi ebrei. Frequenta a Berlino il Friedrich-Wilhelm Gymnasyum. Nel 1917 sposa Dora Kellner, nel 1918 nasce il suo unico figlio, Stefan. Il 27 giugno del 1919 si laurea in filosofia discutendo una tesi sul concetto di critica nel primo romanticismo tedesco.
Gli anni dal 1920 al 1927 sono anni di grande impegno intellettuale; scrive, in ordine cronologico, Per la critica della violenza, Il compito del traduttore, Saggio su Le affinità elettive di Goethe e la complessa opera Il dramma barocco tedesco. In questi anni conosce Ernst Bloch, Franz Rosenzweig, Theodor W. Adorno, Erich Fromm. Nel 1924 aveva conosciuto Asja Lacis, una regista rivoluzionaria lettone con la quale inizierà un rapporto intellettuale e sentimentale che sarà determinante per la sua decisa svolta in senso marxista e comunista. Nel 1928 stringe amicizia con Bertolt Brecht. A partire dagli anni ’30 si avvicina all’Istituto per la ricerca sociale diretto da Max Horkheimer, con il quale i rapporti si faranno più intensi a partire dal 1934-1935. Negli stessi anni si impegna in saggi letterari su Kafka, quello su Baudelaire e il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica).
Stabilitosi a Parigi, nel settembre del 1939, allo scoppio della guerra, viene internato in un campo di lavori forzati in quanto cittadino tedesco.
Il 14 giugno del 1940 Parigi è occupata dai tedeschi. Benjamin fugge verso la Spagna nel tentativo di varcare il confine per raggiungere una località di mare e imbarcarsi verso gli USA dove già si erano rifugiati i suoi amici dell’Istituto per la ricerca sociale, tra cui Theodor W. Adorno. Nella notte del 25 settembre del 1940, presso la località di Port Bou nella Catalogna spagnola, nel tentativo di sfuggire alla probabile cattura da parte della polizia di frontiera spagnola e alla conseguente espulsione dalla Spagna verso il territorio francese, ormai saldamente nelle mani dell’esercito nazista, Benjamin decide di togliersi la vita ingerendo della morfina. Aveva con sè una valigia nera che custodiva gelosamente, in cui erano contenuti probabilmente dei manoscritti o delle pagine incompiute. Il giorno dopo ai suoi compagni di viaggio sarebbe stato permesso di proseguire per la loro destinazione. Altri suoi amici, tra cui Henny Gurland – futura moglie di Erich Fromm – provvidero alla sua tumulazione nel cimitero di Port-Bou, pagando il fitto del loculo per soli cinque anni. Dopo tale periodo non si sa dove possa essere finito il suo corpo, né la sua valigia nera fu mai più ritrovata.
… le sue idee…
E’ uno scrittore asistematico che privilegia la forma del saggio e dell’aforisma, e prende posizione per la negazione dell’ordine esistente. Riprende la pratica del commentario ebraico, diretta a restituire all’originale la forza distruttiva: l’uomo deve dare voce alle cose mute. Dunque, teoria critico-materialistica e pensiero utopico-messianico si congiungono: filosofia romantica, pensiero nietzschiano, l’esperienza delle avanguardie artistico-letterarie (per tutto ciò che di rivoluzionario e di dirompente hanno avuto nei confronti).
E’ al tema di una lingua pura, immediatamente simbolica (cui si oppone la violenza operata dall’astrazione e dal giudizio concettuale proprio delle moderne concezioni del pensiero e del linguaggio) sono dedicati i primi saggi di Benjamin. L’opera più compiuta di Benjamin – la sola ch’egli potè portare a termine – è L’origine del dramma barocco tedesco (1928).
A partire dagli anni ’30 Benjamin si avvicinò alla Scuola di Francoforte: pur senza mai entrare a far parte organica del gruppo, collaborò con la “Rivista per la ricerca sociale” ed ebbe un’intensa, seppur travagliata, amicizia con Adorno. Le molteplici differenze tra i due pensatori non debbono far dimenticare la loro innegabile prossimità di interessi e anche, entro certi precisi limiti, di convinzioni teoriche. Sia Adorno sia Benjamin respingono il privilegiamento dell’esistente, la barbarie dell’organizzazione capitalistica e della società. Entrambi (ma soprattutto Benjamin) rifiutano un’interpretazione e una pratica della riflessione come ricerca del sistema, del fondamento assoluto. La filosofia, secondo loro, deve soprattutto mettere in luce le contraddizioni celate sotto le ingannevoli apparenze della realtà e, insieme, il bisogno di felicità e di emancipazione insito nel mondo umano. Tale bisogno si esprime nelle situazioni, nei testi, negli eventi più disparati

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