Viaggio tra i Tarahumara: Antonin Artaud e Alfonso Reyes – da Pangea

antonin_artaud_2-1024x600 sabato 7 agosto, 2021
Articolo scelto dalla Redazione
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Gli scritti dal Messico, esito del clamoroso viaggio compiuto nel 1936, sono “la testimonianza più sconvolgente che Artaud ci ha lasciato”. Per capire l’entità artistica – cioè: mistica – di quell’avventura oltreoceanica abbiamo due documenti. Intanto, Al paese dei Tarahumara (Adelphi, 1966), l’ebbro reportage in cui Artaud, tra l’altro, racconta La danza del peyotl (“Il soggiogamento fisico era sempre presente. Quel cataclisma era il mio corpo… Dopo ventotto giorni di attesa non ero ancora rientrato in me; bisognerebbe dire: uscito in me. In me, in quell’accozzaglia sconquassata, in quel pezzo di geologia avariata”). Messaggi rivoluzionari, invece – ipotesi di un libro mai realizzato, assemblato da Marcello Gallucci per Jaca Book – raccoglie articoli, lettere, conferenze, taccuini che Artaud ha composto laggiù, nella foga messicana. “Il Messico non può, sotto pena di morte, rinunciare alle attuali conquiste della scienza, ma tiene in serbo un’antica scienza infinitamente superiore a quella dei laboratori e degli scienziati. Il Messico ha la sua propria scienza e la sua propria cultura; sviluppare questa scienza e questa cultura è un dovere per il Messico moderno, ed un simile dovere costituisce, per l’appunto, l’appassionante originalità di questo paese”, scrive su “El Nacional” il 5 luglio del 1936, in un articolo intitolato Ciò che sono venuto a fare in Messico. Cercava accoliti, Artaud, rivoluzionari del miracolo: scoprì l’eremitaggio, tra le montagne dei Tarahumara, civiltà residua, ne era certo, dell’antica Atlantide.

Il punto d’intersezione tra Artaud e i Tarahumara – che glorificano l’idea del teatro come rito, del linguaggio come atto sacro – è un poema di Alfonso Reyes, Yerbas del Tarahumara, scritto nel 1929, tradotto in Francia da Valery Larbaud. Artaud fa di quel poema il primo passo della sua escursione mistica, una specie di mappa che forgia il Messico immaginato. Figura capitale della cultura latinoamericana del secolo scorso, poco tradotto in Italia (il suo Goethe è edito da Garzanti nel 1961; Quodlibet ha pubblicato nel 2018 La regione più trasparente dell’aria: saggi di cultura ispanoamericana), nel 1929 Alfonso Reyes è ambasciatore messicano in Argentina, dove frequenta Victoria Ocampo e José Ortega y Gasset, pubblica Borges – suo ammiratore –, Macedonio Fernandez, Ricardo Güiraldes. Figlio di un alto generale dell’esercito, che guidò un golpe, nel 1913, ai danni del presidente Francisco Madero, visse per un decennio in Spagna, visitò l’Italia, fu in contatto con le grandi personalità dell’epoca. Nominato numerose volte al Nobel – nel 1949, tra l’altro, da Gabriela Mistral fu ambasciatore in Brasile, animatore culturale, omaggiato dalle università di Princeton e Berkeley con la laurea ad onore. Morì nel 1959, autore di un’opera impressionante, creativa e critica. Personalità affatto diversa da Artaud, Reyes avvicina i Tarahumara con curiosità antropologica: Artaud trova tra loro una rivelazione esistenziale prima che estetica, conoscitiva. Entrambi scorgono in quell’arcana civiltà un veleno, che corrode e corrobora.

***

Erbe dei Tarahumara

I Tarahumara sono scesi

segno di anno malato

di scarso raccolto in montagna.

Nudi, abbronzati

duri e dalla pelle lucida, maculata,

anneriti dal vento e dal sole, animano

le vie di Chihuahua,

cauti e sospettosi,

con tutte le radici della paura contratte

come pantere lente.

 

Nudi e scuri

impavidi cittadini delle nevi.

Cattivo anno in montagna

quando il cupo disgelo delle cime

dilaga tra i villaggi

degli animali umani, tra le mandrie.

 

I missionari li hanno fatti cattolici

agnelli dal cuore di leone.

Senza pane e senza vino

celebrano la funzione cristiana

con birra e pinoli,

polvere di tutti i sapori.

 

Bevono birra di mais e peyote

erba di prodigi e di presagi

sinfonia esatta

che trasforma i rumori in colori;

vasta ebbrezza metafisica

li gratifica nel cammino terreno

infine il dolore comune

della razza umana.

Eroi nella maratona del mondo

mangiano carne acida di cervo

omaggiano il primo nel trionfo

il giorno in cui è scosceso

oltre la muraglia dei cinque sensi.

 

A volte, traggono oro da miniere occulte

rompono zolle tutto il giorno

seduti nella via

tra l’invidia colta dei bianchi.

Oggi portano erbe alla mandria

le erbe salutari che mutano il tempo

yerbaniz, citronella, simonillo,

che curano le viscere aggrovigliate

e il male che la gente chiama “bile”;

e l’erba del cervo, del chuchupaste

e l’erba dell’indio, che ristora il sangue;

e l’ocotillo che sana le ferite

erba per la febbre di palude

erba di vipera che cura il raffreddore;

collari di occhi di cervo

efficaci per ogni sorta di sortilegio;

sangue per suturare le gengive

e curare la narice e i denti molli.

 

(Il nostro Francisco Hernández

Plinio messicano del 1500

ha studiato più di milleduecento piante magiche

della farmacopea india.

Senza essere un botanico

don Felipe Segundo

riusciva a spendere settantamila ducati

benché quell’erbario eccezionale

si sia perso tra incuria e polvere!

Padre Moxó ci assicura

che non è stata colpa del fuoco

che nel XVII secolo

ha incenerito l’Escorial).

 

Con la muta pazienza della formica

gli indios radunano per terra

l’erba, in fasci,

straordinari nella loro scienza naturale.

Alfonso Reyes

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