Zingari in viaggio – di Giuseppe Montesano per minima&moralia

4.-josef-koudelka-moravia-1966 venerdì 24 aprile, 2015
Articolo scelto dalla Redazione
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Durante la Rivoluzione del 1848 a Parigi il dandy, l’oppiomane, il ribelle, l’aristocratico, il poeta Charles Baudelaire scrisse una poesia, la intitolò La Carovana e la dedicò alla «profetica tribù dalle pupille ardenti», cioè agli zingari: ma quando tentò di pubblicarla su un giornale diretto dal suo amico Théophile Gautier, il buon Théophile, che non voleva essere licenziato, la rifiutò. Baudelaire invocava un miracolo per quei vagabondi in cammino perenne nel deserto della vita, e chiedeva a una dea di aiutarli: «Fai sgorgare l’acqua dalla roccia e fai fiorire il deserto davanti a questi viaggiatori per il quali si apre l’impero familiare delle tenebre future», le tenebre future che erano la ripetizione ingrandita del passato, esilio, pogrom, shoa, ipocrita accettazione e genocidio culturale. Ma Baudelaire non si arrese alla censura mediatica, intitolò ancora più esplicitamente la poesia Zingari in viaggio, la inserì nei Fiori del male e pensò di scrivere un dramma in cui fuggiva via dalla Francia poliziesca e dittatoriale aiutato da una tribù di zingari, i soli secondo il dandy a rimanere liberi e fieri in mezzo a un’Europa asservita alle nuove tirannie economiche.

Per secoli l’immaginario di molti europei colti si è nutrito e intrecciato con le vicende del popolo che ora chiamiamo rom e che ieri Baudelaire chiamava zingari senza alcun disprezzo, come dimostra un libro di fotografie scattate tra il 1960 e il 1970 dal grande Koudelka, un libro che la Contrasto pubblica in un volume che fa onore al mestiere di editore: si intitola Zingari perché, come spiega Koudelka, allora zingari era una definizione che non comportava nessuna forma di esclusione o di disprezzo. Le fotografie di Koudelka sono indescrivibili, sature di un’atmosfera che ancora aleggiava negli anni Sessanta negli accampamenti zingari di Slovacchia, Boemia, Moravia, Romania, Spagna, Francia, un’atmosfera che Koudelka coglie nel violinista chagalliano, nei carri immersi nella nebbia delle mattine in Boemia, negli sposi giovanissimi, nelle pupille ardenti e disperate, ardenti e felici, ardenti e piangenti, ardenti e tenere, ardenti ed erotiche di ragazze, bambini, vecchi, uomini, un’atmosfera ultrapoetica, un bianco e nero stupefacente, così bello da transitare a volte dalla bellezza all’estetismo.

E negli Zingari di Koudelka si sente risuonare un tempo sopravvissuto persino allo sterminio hitleriano, un tempo in cui un musicista come Django Reinhardt straziava e erotizzava la chitarra suonandola con due dita in meno, e inventava un jazz che era decenni in anticipo sui tempi, un jazz che era tutto dentro l’eccitata estasi dell’improvvisazione (e vale la pena leggere una importante e bella biografia di Django Reinhardt, si intitola Django, è di Michael Dregni e la pubblica la Edt), un periodo che in realtà risaliva ancora a più lontano, alla musica zingaresca senza la quale Brahms sarebbe solo uno dei tanti, alla Madonna degli Zingari di Tiziano, agli zingari sacerdoti e profeti che appaiono nelle opere di Tiepolo affrescate sui soffitti aristocratici di mezza Europa, ai gitani e alle gitane di Picasso, e ai molti zingari felici che popolano le poesie di Cendrars e Apollinaire. La cultura sveglia dell’Europa vedeva negli zingari, bohèmiens, gipsy, gitanos, rom, uno specchio misterioso e deformato della propria stessa cultura, un pezzo rotto e scheggiato di un unico disegno: e sembra passato da allora un millennio. Oggi è forse ancora così, canzoni di De André a parte? Per ripensare bene a tutto ciò andrebbe letto anche un libro bello e molto innovativo, Alain e i Rom, pubblicato dalla Coconino Press Fandango: un reportage fatto dalle fotografie di Alain Keler e da scritti e fumetti di Lemercier e Guibert, con una prefazione di don Luigi Ciotti.

Un libro «militante»? Forse sì, ma dopo poche pagine di questo montaggio di foto, scritti e fumetti che integrano ciò che non si è potuto fotografare, in Alain e i Rom si impone una poesia oggettiva, lucida, disperata e vitale, in un viaggio che, quarant’anni dopo Koudelka, torna in Slovacchia, Francia, Serbia, Kosovo, e arriva in Italia. Alain e i Rom è un reportage che sa denunciare i cupi neonazisti cechi e sa mostrare i rom dagli occhi allegri di Lamezia Terme e di altrove con la stessa acuta attenzione, senza sbrodolamenti e finzioni, cercando di far entrare chi legge in un mondo parallelo ma reso invisibile dai pregiudizi. L’Europa è unita solo quando si devono distruggere le vite degli uomini in nome di quel Dio Mercato che morendo vorrebbe immolarci tutti? Forse l’Europa unita sarebbe meno fallimentare se si occupasse di Rom e Bohèmiens, e degli zingari in viaggio che stiamo diventando tutti, tutti stupidamente accatastati nei vagoni piombati del capitalismo mediatico, tutti in viaggio verso l’impero familiare delle tenebre future.

 

La poesia di Baudelaire di cui scrive Montesano all’inizio del pezzo.

 

Zingari in viaggio   

La tribù profetica dalle pupille ardenti,

ieri s’è messa in viaggio caricandosi i piccoli

sulle spalle e offrendo ai loro fieri appetiti

il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

 

Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti

di fianco ai carrozzoni dove i loro si rannicchiano,

volgendo al cielo gli occhi appesantiti

dall’oscuro rimpianto di non aver speranze.

 

Dalla sabbia del suo rifugio il grillo,

vedendoli passare, moltiplica il suo canto

Cibele, che li ama, stende tappeti erbosi

 

fa fiorire il deserto e zampillare la roccia

innanzi a quei viandanti ai quali si spalanca

l’impero familiare delle tenebre future.

 

Bohémiens en voyage 

La tribu prophétique aux prunelles ardentes

Hier s’est mise en route, emportant ses petits

Sur son dos, ou livrant à leurs fiers appétits

Le trésor toujours prêt des mamelles pendantes.

 

Les hommes vont à pied sous leurs armes luisantes

Le long des chariots où les leurs sont blottis,

Promenant sur le ciel des yeux appesantis

Par le morne regret des chimères absentes.

 

Du fond de son réduit sablonneux, le grillon,

Les regardant passer, redouble sa chanson;

Cybèle, qui les aime, augmente ses verdures,

 

Fait couler le rocher et fleurir le désert

Devant ces voyageurs, pour lesquels est ouvert

L’empire familier des ténèbres futures.

 

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