{"id":12941,"date":"2026-06-06T12:22:37","date_gmt":"2026-06-06T10:22:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/?p=12941"},"modified":"2026-06-06T12:22:37","modified_gmt":"2026-06-06T10:22:37","slug":"germania-anno-zero-di-roberto-gilodi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/germania-anno-zero-di-roberto-gilodi\/","title":{"rendered":"Germania anno zero &#8211; di Roberto Gilodi"},"content":{"rendered":"<p>Negli Stati Uniti e in Inghilterra la Germania \u00e8 di moda. Cos\u00ec pare leggendo articoli di riviste e visitando mostre. In Italia, invece, la Germania appare oggi come una maestra arcigna e severa, che si fa beffe degli sforzi di rigenerazione politica ed economica intrapresi dal Belpaese a guida Renzi, e che non perde occasione per impartire a noi, e alle altre nazioni del Mediterraneo, lezioni di amministrazione virtuosa della cosa pubblica e del bilancio dello stato. Angela Merkel \u00e8 il ritratto vivente di quest\u2019attitudine sanzionatoria, la sua aria da brava massaia della politica \u00e8 oggetto nel Bel Paese di commenti irriverenti, che tradiscono, come sempre in questi casi, un senso di inferiorit\u00e0 che si ammanta del suo contrario.<\/p>\n<p>Nel mondo anglosassone invece la stessa signora, e la nazione che rappresenta, sono da qualche tempo al centro di un\u2019attenzione di segno opposto. Si moltiplicano le iniziative tese a fornire una narrazione nuova del gigante tedesco: una vera e propria riabilitazione che ha eliminato i luoghi comuni sedimentati a partire dalle due catastrofi belliche del secolo scorso.<\/p>\n<p>Angela Merkel in visita al Deutsche Historische Museum per la mostra: 1914-1918. The First World War<\/p>\n<p>Deutschland \u00e8 diventata una nazione cool, da scoprire, di cui narrare i grandi meriti culturali del passato ma anche e soprattutto la nuova creativit\u00e0 che sale dal basso, dagli esperimenti di convivenza multietnica, dalle nuove opportunit\u00e0 di lavoro, dall\u2019immagine architettonica delle sue citt\u00e0 in continua mutazione, a cominciare dal suo laboratorio di innovazione pi\u00f9 spettacolare e amato all\u2019estero che \u00e8 Berlino.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 da Berlino che si pu\u00f2 partire per capire quanto la nazione tedesca sia cambiata, e soprattutto se si tratta di vero cambiamento.<\/p>\n<p>In Unter den Linden Nr 2 si trova il \u201cZeughaus\u201d, l\u2019arsenale di Berlino costruito in stile barocco da Federico I di Prussia, elettore del Brandenburgo, tra il 1695 e il 1730. Oggi \u00e8 la sede del Deutsches Historisches Museum, che ha ospitato da maggio a novembre dell\u2019anno scorso una grande esposizione sulla Prima guerra mondiale. Per accedere all\u2019ala dell\u2019edificio che ospita la mostra si passa necessariamente attraverso lo splendido cortile interno, le cui finestre del pian terreno sono sormontate dalle 22 teste di guerrieri morenti scolpite in pietra arenaria dal grande scultore barocco Andreas Schl\u00fcter.<\/p>\n<p>Teste mozzate dai vincitori prussiani, allegorie della vittoria contro turchi e francesi, che tuttavia di allegorico hanno poco: domina infatti la potenza dell\u2019espressione concreta dei volti, la sofferenza che deforma le fisiognomie, le mascelle spalancate, l\u2019orrore negli occhi nell\u2019attimo che precede la fine.<\/p>\n<p>La potenza militare del nuovo regno di Prussia riservava ai suoi nemici il terrore: la consapevolezza di avere osato l\u2019impossibile e lo strazio del corpo come inevitabile punizione. La potenza icastica dei guerrieri morenti \u00e8 il viatico a una mostra che fa i conti con un passato in cui il sogno prussiano si \u00e8 infranto nelle trincee di Verdun.<\/p>\n<p>Oggi, a distanza di cento anni, la Germania si vuole, e si sa, diversa e dunque presenta quel lontano passato come una specie d\u2019inganno collettivo, in cui le singole nazioni coinvolte, tutte, e non solo quella tedesca, commisero errori di valutazione, o proiettarono attese di riscatto politico e di crescita economica. Ma altrettanto chiaramente spazza via il dogma della guerra inevitabile sottolineando la responsabilit\u00e0 determinante della propria classe dirigente.<\/p>\n<p>Le \u2018liturgie nazionali\u2019, come le chiama Oliver Janz, giovane storico tedesco, autore del saggio 1914 \u2013 1918. La Grande Guerra, tradotto di recente da Einaudi, erano generosamente presenti in tutti gli stati europei, ovunque \u201clo spazio pubblico fu riempito di monumenti, che celebravano monarchi, soldati, uomini di Stato, eroi nazionali e padri fondatori come Nelson, Bismark o Garibaldi\u201d.<\/p>\n<p>La liturgia tedesca non era necessariamente pi\u00f9 marcata di altre ma in Germania, e in Austria, l\u2019idea dell\u2019inevitabilit\u00e0 della guerra si era propagata dalle gerarchie militari fino ai soldati semplici, dalla politica a tutti gli strati della popolazione.<\/p>\n<p>Bandiera Tedesca Imperiale, 1914, Parigi, Mus\u00e9e de l&#8217;Arm\u00e9e<\/p>\n<p>\u00c8 questa molla che spiega l\u2019attivismo germanico e il successivo fallimento della strategia militare impostata su una guerra rapida sul fronte occidentale per poi agire vittoriosamente su quello orientale.<\/p>\n<p>La Germania che si presenta nella mostra di Berlino \u00e8 dunque una nazione che fu sconfitta dagli errori dei suoi generali, ma pi\u00f9 ancora dalla sua ubriacatura ideologica: da un nazionalismo innervato di darwinismo sociale, come spiega bene Janz nel suo studio, dove la sopravvivenza del pi\u00f9 forte \u00e8 anche quella del migliore.<\/p>\n<p>Da un lato, l\u2019ideologia dall\u2019altra gli oggetti della guerra, le sue tracce materiali: i luoghi, le armi, le suppellettili, i reperti, i mezzi, le tecnologie. E i milioni di mutilati e di morti di tutte le nazioni coinvolte perch\u00e9 la guerra, questo il messaggio, non \u00e8 stata una fatalit\u00e0 inevitabile ma il risultato delle valutazioni superficiali tanto dei militari quanto dei politici e di una lunga serie di errori.<\/p>\n<p>La mostra di Berlino dice molto della Germania di oggi: una nazione che ha rinunciato consapevolmente e programmaticamente a una \u2018verit\u00e0 nazionale\u2019 per adottare un punto di vista \u2018globale\u2019 sotto le insegne di una storiografia che si presenta come \u2018scientifica\u2019.<\/p>\n<p>Il risultato appare tranquillizzante, vuole esserlo, quindi grado zero della retorica e diplomatica distribuzione degli attori sulla scena, ciascuno con i suoi interessi e con il suo fardello di colpe. Persino le interpretazioni, le letture, le prospettive appaiono dimesse, minimaliste, quasi reticenti. S\u2019impone lo stile della Germania di questi anni, quello impersonato perfettamente dalla Cancelliera Angela Merkel: concretezza, moderazione, fine delle grandi narrazioni e del \u201cGrande Stile\u201d.<\/p>\n<p>A pochi passi dallo Zeughaus, scendendo sulla sponda sinistra della Sprea, c\u2019\u00e8 l\u2019ingresso nel \u201cDDR Museum\u201d. Ancora storia tedesca, quarant\u2019anni dell\u2019altra Germania, quella comunista sotto l\u2019ala protettrice dell\u2019Unione Sovietica, la Repubblica Democratica Tedesca.<\/p>\n<p>Di quella storia, finita con l\u2019abbattimento del Muro nel 1989, il museo esibisce con dispendio di tecnologia interattiva la cultura materiale, gli stili di vita, il mondo del lavoro, la scuola, il tempo libero, il suo motto \u00e8 \u201cLa storia toccata con mano\u201d.<\/p>\n<p>La rappresentazione scenica, che non disdegna trovate a effetto, risulta efficace. Il \u2018teatro\u2019 della DDR si popola di figure e di oggetti dai tratti grotteschi, comici, ridicoli. Come la vecchia Trabant esposta, e in cui si \u00e8 invitati a entrare. L\u2019auto per i tedeschi \u00e8 ancora oggi la concentrazione simbolica del desiderio appagato, il premio dell\u2019operosit\u00e0 senza cedimenti, come mostra il parco automobilistico in circolazione per le sue strade e autostrade; \u00e8 la cifra morale del buon cittadino. Cos\u00ec \u00e8 stato fin dagli anni Cinquanta, tanto all\u2019Ovest quanto all\u2019Est.<\/p>\n<p>DDR Museum, Berlino<\/p>\n<p>La Trabant era l\u2019auto per eccellenza della DDR, uno status symbol, acquistarla richiedeva anni di sacrifici. Nelle sue linee esageratamente semplici, all\u2019insegna di una funzionalit\u00e0 assoluta, palesava tutta la mediocrit\u00e0 estetica della nazione. Il \u2018design\u2019 era un lusso da capitalisti. Auto, case, edifici pubblici dovevano uniformarsi a un criterio di razionalit\u00e0 elementare, fatto di linee rette orizzontali e verticali e di una gamma di colori estremamente limitata, tale da impedire qualsiasi tentativo di individuazione. L\u2019uniformit\u00e0 geometrica e cromatica era una sorta di equivalente figurale della virt\u00f9 politica, della superiorit\u00e0 morale dello stato socialista contrapposto all\u2019anarchia degli stili e al protagonismo individuale dell\u2019Occidente capitalistico.<\/p>\n<p>Usciti dalla Trabant, nella mostra, s\u2019incontrano gli altri \u2018mondi della vita\u2019 di quella nazione: la fabbrica, la scuola, i luoghi della cultura, i teatri, il cibo. La trovata pi\u00f9 spettacolare del museo \u00e8 il ristorante, dove gli ospiti si trovano tra le mani una carta con i cibi tipici della Germania comunista: il \u2018Ketwurst\u2019, l\u2019Hot dog dell\u2019Est e poi la celebre cotoletta alla contadina del Meclemburgo, e la \u2018Grilletta\u2019 in tutto identica all\u2019Hamburger ma guai a usare il nome americano.  <\/p>\n<p>A ben vedere nel DDR Museum si coglie sotto traccia una strana combinazione di spettacolarit\u00e0 e malinconia. La domanda che aleggia nell\u2019aria \u00e8: perch\u00e9 la storia ha dovuto prendere quel corso, si poteva evitare? Perch\u00e9 quei diciassette milioni di tedeschi nati nella parte sbagliata della nazione hanno dovuto subire decenni di angherie, di controlli quotidiani, d\u2019ipocrisie ideologiche funzionali ai disegni egemonici dei sovietici? Come se alla fine a pagare le colpe dei tedeschi fossero rimasti solo loro, passati da una dittatura all\u2019altra senza soluzione di continuit\u00e0.         <\/p>\n<p>In realt\u00e0, le grandi questioni della storia rimangono sullo sfondo, i curatori del museo sono pi\u00f9 interessati agli effetti comici, come ad esempio il goffo tentativo di instaurare una moda femminile comunista in grado di contrapporsi a quella capitalistica dell\u2019Occidente. E cos\u00ec gli spazi pubblici, le fabbriche, i luoghi della vita associata, le case private, tutto doveva competere con l\u2019altra Germania sul terreno di un confronto etico: a Est la distribuzione delle risorse secondo il bisogno, livellando i salari e l\u2019offerta di servizi dello stato, a Ovest la diseguaglianza dei poveri e dei ricchi.<\/p>\n<p>In questo mondo costruito e pianificato a tavolino, gli ideatori del museo non ci fanno entrare per la porta dell\u2019ideologia, ma attraverso l\u2019esperienza sensoriale: si entra nelle case private, si vedono gli oggetti della vita quotidiana, i cibi sulle tavole apparecchiate, se ne immaginano gli odori, in un gioco continuo tra il virtuale dei filmati e il reale degli oggetti disposti nelle sale.<\/p>\n<p>Sembra quasi di entrare in una IKEA dell\u2019Est in cui non solo c\u2019\u00e8 la casa ma anche la scuola, l\u2019ufficio pubblico, il teatro, la birreria.<\/p>\n<p>Il visitatore deve poter provare le stesse sensazioni di chi ha vissuto l\u2019esperienza dello stato socialista. Conta l\u2019aisthesis, la percezione sensoriale; il logos, la spiegazione \u00e8 il criterio della vecchia tradizione museale ormai travolta dalla spettacolarizzazione dei nuovi allestimenti. La storia complessa e contraddittoria di una nazione viene scomposta nelle linee semplici di una commedia di costume, in cui i cattivi sono stati sconfitti dalla loro stessa stupidit\u00e0. Per molti anni quella vicenda era stata rappresentata in Occidente come la tragedia di un popolo privato delle sue libert\u00e0 elementari, con i suoi disperati tentativi di fuga e l\u2019ordine di sparare dato ai gendarmi che controllavano il confine con la Repubblica Federale. Oggi quella storia \u00e8 rappresentata come una grande farsa su cui venticinque anni fa \u00e8 calato il sipario, uno spettacolo per turisti in cerca di emozioni, da gustare tra una visita a un museo e un giro in battello sulla Sprea.<\/p>\n<p>Forse le forme dell\u2019elaborazione del lutto passano anche attraverso la comicit\u00e0, il ridicolo, l\u2019assurdo. Ma se i tedeschi si raccontano oggi quella storia come se assistessero a una commedia verrebbe da ricordare la frase di Francis Bacon, secondo cui nel teatro della vita umana solo a dio e agli angeli \u00e8 concesso di fare da spettatori.<\/p>\n<p>All\u2019indomani del crollo dell\u2019altra Germania, nel clima di euforia che ne segu\u00ec, Hans Mayer ricordava nel suo La torre di Babele (1991) che quella tragicommedia era nata sotto auspici assai diversi: dopo il 1948 molti intellettuali \u2013 il pi\u00f9 noto era Brecht oggi di nuovo celebrato almeno in Italia \u2013 pensarono che dalle rovine della Germania nazista si potesse edificare una societ\u00e0 senza classi, culturalmente rigenerata e libera di progettare il suo futuro. Si sa come fin\u00ec: la torre croll\u00f2 nel giro di pochi anni. La distrussero, scrive Hans Mayer, i politici asserviti agli interessi di Mosca: il compagno Ulbricht e poi il suo successore Honecker. E l\u2019utopia fece la fine di tutte le utopie: divenne la foglia di fico che doveva coprire gli interessi della potenza egemone.<\/p>\n<p>Se i tedeschi di oggi si sono votati senza riserve alla Realpolitik, se sono i pi\u00f9 strenui difensori dell\u2019ortodossia economica europea ci\u00f2 \u00e8 dovuto non da ultimo al fatto che pi\u00f9 di altri in Europa hanno toccato con mano il crollo delle ideologie del Novecento. Nel clima di rassegnazione generale che oggi domina in Europa i tedeschi sanno esibire una dose di realismo che sfiora il cinismo: per loro la storia come la natura non fa salti e le fughe in avanti, i passi pi\u00f9 lunghi della gamba, il tenore di vita al di sopra delle proprie possibilit\u00e0 \u2013 sia per il singolo come per le nazioni \u2013 prima o poi presenta il conto e di solito comporta la perdita della libert\u00e0.<\/p>\n<p>Berlino e il suo passato. Il fl\u00e2neur a spasso per Berlino oggi incontra uno spazio urbano paradossale: accanto alle grandi sperimentazioni architettoniche degli ultimi vent\u2019anni \u2013 il Sony Center e gli edifici di Potsdamer Platz, i nuovi musei, il quartiere governativo \u2013 si trovano i monumenti del passato riportati a nuova vita, ricostruiti con acribia filologica, il Reichstag, il Duomo, i musei della Museumsinsel.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 della loro perfezione, queste ricostruzioni sembrano esibire in filigrana il loro passato di rovine. Il paradosso sta proprio in questo: pi\u00f9 sono meticolosi i rifacimenti e pi\u00f9 \u00e8 evidente lo stato di distruzione da cui provengono. Quest\u2019autenticit\u00e0 inautentica semina un sottile senso di morte in ci\u00f2 che oggi vuole essere nuova vita.<\/p>\n<p>E getta qualche dubbio sulla diagnosi lusinghiera che dei tedeschi ha dato recentemente George Packer sul \u201cNew Yorker\u201d in un ritratto della Germania di Angela Merkel che ha fatto il giro del mondo. \u201cCome uno scrupoloso paziente in analisi, \u2013 scrive Packer, \u2013 la Germania ha portato in superficie il suo passato, l\u2019ha discusso infinitamente e l\u2019ha accettato, e questo lavoro di molti anni ha consentito al paziente di vivere una successful new life.\u201d<\/p>\n<p>Un\u2019intera generazione d\u2019intellettuali e scrittori, da G\u00fcnter Grass a W. G. Sebald, da Heinrich B\u00f6ll a H. M. Enzensberger ha ricordato alla nazione tedesca, nata dopo la seconda Guerra Mondiale, che il suo successo economico e la sua tranquillit\u00e0 piccolo borghese \u00e8 stata costruita sulla rimozione del suo atroce passato. Cos\u2019ha determinato ora la grande svolta di cui parla Packer sulle colonne del New Yorker? \u00c8 vera svolta? \u00c8 davvero una successful new life? O \u00e8 cambiata semplicemente l\u2019immagine della Germania all\u2019estero, soprattutto nel mondo anglosassone? A questo riguardo diventa interessante la visita della mostra in corso al British Museum, \u201cGermany: Memories of a Nation\u201d, dove i tedeschi incassano oggi con moderata soddisfazione il riconoscimento di nazione non soltanto definitivamente riscattata dal suo passato, ma anche, e forse per la prima volta, \u2018sentimentalmente\u2019 vicina alle altre nazioni europee.<\/p>\n<p>Quanto alla sua capitale esistono oggi molte Berlino: non solo quella monumentale della memoria o quella delle archistar. Intorno a questa capitale sta crescendo la citt\u00e0 delle nuove comunit\u00e0 sociali, fatta di giovani e meno giovani, tedeschi e stranieri provenienti da tutto il mondo, precari per necessit\u00e0 e vocazione, artisti, studenti, musicisti, artigiani, un tessuto di nuove relazioni e nuove sinergie, che rappresenta un potenziale ancora tutto da esplorare. Da un lato, i vecchi emigrati lavoratori, turchi, italiani, greci, dall\u2019altra gli ex studenti Erasmus dal Sud Europa, che dopo la laurea inutile nel loro paese sono ritornati e ora campano di lavori precari tra call center e pizzerie. E infine un ceto di neoborghesia colta e snob, bio-responsabile con l\u2019auto ibrida che proviene dall\u2019Occidente ricco, americani, canadesi, inglesi, francesi. Un melting pot in bilico tra neoproletariato etnico e nuovo ceto medio che si \u00e8 insediato nei quartieri che oggi fanno tendenza: Neuk\u00f6ln, Kreuzberg e Prenzlauer Berg.<\/p>\n<p>Il resto della Germania osserva con rassegnata diffidenza questo esperimento sociale: non \u00e8 l\u2019immagine che essa ha di s\u00e9, e forse nemmeno quella che vorrebbe dare al mondo, ma sono una certa Europa e America intellettuale che la vogliono vedere cos\u00ec e la politica tedesca asseconda ed esporta volentieri questo ritratto inedito della nazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Negli Stati Uniti e in Inghilterra la Germania \u00e8 di moda. Cos\u00ec pare leggendo articoli di riviste e visitando mostre. 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