{"id":4777,"date":"2014-04-02T08:21:36","date_gmt":"2014-04-02T06:21:36","guid":{"rendered":"http:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/?p=4777"},"modified":"2014-04-02T08:21:36","modified_gmt":"2014-04-02T06:21:36","slug":"se-vivessimo-in-un-paese-normale-juan-pablo-villalobos-2014-davide-orecchio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/se-vivessimo-in-un-paese-normale-juan-pablo-villalobos-2014-davide-orecchio\/","title":{"rendered":"Se vivessimo in un paese normale ( Juan Pablo Villalobos, 2014 ) &#8211; Davide Orecchio"},"content":{"rendered":"<p>(<em>L\u2019incipit del romanzo di <strong>Juan Pablo Villalobos, <\/strong><\/em><strong><a href=\"http:\/\/www.gran-via.it\/libri\/se-vivessimo-in-un-paese-normale\/\" target=\"_blank\">Se vivessimo in un paese normale<\/a><\/strong><em>, Gran V\u00eda, 2014. \u2013 Lagos de Moreno, Messico, fine anni Ottanta: in una catapecchia alla periferia del paese vivono il tredicenne Oreste e la sua scombinata famiglia\u2026<\/em>)<\/p>\n<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/static.nazioneindiana.net\/wp-content\/2014\/03\/villalobos-se-vivessimo-in-un-paese-normale-300x300.png\" alt=\"Villalobos\" width=\"158\" height=\"158\" \/>Professionisti dell\u2019insulto<\/strong><\/p>\n<p>\u00abVa\u2019 a farti quella gran puttana di tua madre, bastardo! Vaffanculo!\u00bb<\/p>\n<p>S\u00ec, lo so che non \u00e8 il modo migliore per iniziare, ma la mia storia e quella della mia famiglia sono piene di insulti. Se devo raccontare le cose per come sono successe veramente, dovr\u00f2 scrivere un sacco di parolacce. Giuro che non c\u2019\u00e8 altro modo, perch\u00e9 la storia si svolge nel luogo in cui sono nato e cresciuto, a Lagos de Moreno, Altos de Jalisco, regione che per sua maggior disgrazia si trova in Messico.<\/p>\n<p>Per chi non \u00e8 mai stato da queste parti, lasciatemi dire una volta per tutte quattro cose sul mio paese: ci sono pi\u00f9 mucche che persone, pi\u00f9 charros che cavalli, pi\u00f9 preti che mucche e alla gente piace credere all\u2019esistenza di fantasmi, miracoli, navicelle spaziali, santi e roba simile.<\/p>\n<p>\u00abChe bastardi! Siete dei figli di puttana! Vogliamo vedere le vostre facce da coglioni!\u00bb<\/p>\n<p>A gridare era mio padre, un professionista dell\u2019insulto. Si esercitava a tutte le ore, ma la sua sessione intensiva, per la quale sembrava allenarsi tutto il giorno, si svolgeva tra le nove e le dieci, all\u2019ora di cena. E del telegiornale. La routine serale era un mix esplosivo: quesadillas sul tavolo e politici in televisione.<\/p>\n<p>\u00abLadri schifosi! Corrotti di merda!\u00bb<\/p>\n<p>Ci credereste che mio padre era un professore di liceo?<\/p>\n<p>Con quella boccuccia?<\/p>\n<p>Con quella boccuccia.<\/p>\n<p>Mia madre dal <em>comal<\/em> vigilava sullo stato della nazione, girando le tortillas e controllando il livello di collera di mio padre, bench\u00e9 intervenisse solo quando lo vedeva sull\u2019orlo del collasso, quando cio\u00e8 mio padre decideva di soffocarsi durante la sequenza di sproloqui dialettici con cui assisteva al telegiornale. Solo allora mamma si avvicinava per somministrargli sulla schiena qualche pacca ben assestata, perfezionata dall\u2019esercizio quotidiano, finch\u00e9 mio padre non sputava il pezzo di quesadilla e perdeva quel colorito violaceo con cui adorava terrorizzarci. Pura stramaledetta minaccia di morte incompiuta.<\/p>\n<p>\u00abSu, calmati, che ti verr\u00e0 qualcosa\u00bb lo rimproverava mia madre diagnosticandogli ulcere gastriche e colpi apoplettici, come se non fosse sufficiente rischiare di essere uccisi da una letale combinazione di mais industriale e formaggio fuso. Quindi cercava di farci passare lo spavento, di tranquillizzarci, esercitando la contraddizione materna.<\/p>\n<p>\u00abLasciatelo, gli serve per sfogarsi\u00bb.<\/p>\n<p>Noi lo lasciavamo, soffocarsi e sfogarsi, perch\u00e9 in quel momento eravamo concentrati in una guerra fratricida per le quesadillas, una battaglia selvaggia per l\u2019autoaffermazione dell\u2019individuo: tentare di non morire di fame. Sulla tavola era tutto un arraffare del cavolo, sedici mani, con le loro ottanta dita, in lotta per accaparrarsi le tortillas. I contendenti erano i miei sei fratelli e mio pap\u00e0, tutti tecnocrati altamente specializzati in strategie di sopravvivenza in famiglie numerose.<\/p>\n<p>La battaglia si inaspriva quando mia madre annunciava che le quesadillas stavano per finire.<\/p>\n<p>\u00abTocca a me!\u00bb<\/p>\n<p>\u00ab\u00c8 mia!\u00bb<\/p>\n<p>\u00abTu ne hai gi\u00e0 mangiate ottanta!\u00bb<\/p>\n<p>\u00abNon \u00e8 vero\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abChiudi il becco!\u00bb<\/p>\n<p>\u00abNe ho prese solo tre\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abSilenzio! Lasciatemi ascoltare!\u00bb ci interrompeva mio padre, che preferiva gli insulti alla tele a quelli dal vivo.<\/p>\n<p>Mia madre spegneva il fuoco, abbandonava il <em>comal<\/em> e ci dava una quesadilla a testa; questa era la sua visione dell\u2019equit\u00e0: ignorare gli squilibri del passato e distribuire le risorse in parti uguali. L\u2019ambientazione di quelle battaglie quotidiane era casa nostra, una sorta di scatola delle scarpe con un coperchio-tetto in lamina di amianto. Vivevamo l\u00ec da quando i nostri genitori si erano sposati, cio\u00e8, ci vivevano loro, noialtri arrivammo dopo, espulsi dall\u2019utero materno uno dopo l\u2019altro, uno dopo l\u2019altro, e infine, come se non bastasse, in coppia. La famiglia crebbe ma la casa non lo fece di conseguenza, per cui dovemmo stringere i materassi, spingerli contro le pareti, condividerli, per poterci stare tutti. Nonostante il passare degli anni, sembrava che la casa fosse ancora in costruzione, data l\u2019assenza di finiture. La facciata e i muri perimetrali mostravano senza pudore i mattoni di cui erano fatti e che, volendo attenersi alle convenzioni sociali, sarebbero dovuti rimanere nascosti sotto uno strato di intonaco e pittura. Il pavimento era pronto per posarvi le mattonelle di ceramica, ma il processo non si era mai concluso. Identica situazione con le piastrelle, inesistenti nelle zone del bagno e della cucina a loro destinate. Sembrava che la nostra casa amasse andare in giro nuda, o quanto meno vestita leggera. Per non dilungarci, non entreremo nei dettagli sulla precariet\u00e0 degli impianti della luce, dell\u2019acqua e del gas, basti dire che c\u2019erano cavi e tubi dappertutto e a volte era necessario prendere l\u2019acqua dalla cisterna con un secchio legato a una corda.<\/p>\n<p>Tutto questo accadeva pi\u00f9 di venticinque anni fa, negli anni Ottanta, periodo durante il quale io passai dall\u2019infanzia all\u2019adolescenza e dall\u2019adolescenza alla giovent\u00f9, allegramente condizionato da quella che alcuni definiscono visione provinciale del mondo, o sistema filosofico municipale. A quell\u2019epoca pensavo, tra le altre cose, che tutte le persone e i fatti che apparivano in televisione non avessero niente a che vedere con noi e con il nostro paese, che le scene sullo schermo accadessero in un altro livello di realt\u00e0, una realt\u00e0 emozionante che non aveva n\u00e9 avrebbe mai riguardato la nostra misera esistenza. Fino a quando una sera, all\u2019ora delle quesadillas, ci capit\u00f2 un\u2019esperienza incredibile: il nostro paese era il protagonista del telegiornale. Si fece un silenzio cos\u00ec profondo che oltre al racconto dell\u2019inviato si riusciva a sentire il lieve tocco delle nostre dita che sostenevano le tortillas nel loro cammino verso la bocca. Nemmeno davanti a una tale sorpresa smettemmo di mangiare; se pensate che sia impossibile inghiottire quesadillas in mezzo allo stupore generale significa che non siete cresciuti in una famiglia numerosa.<\/p>\n<p>Lo schermo mostrava due fermo immagine alternati, mentre l\u2019inviato continuava a ripetere che la sede del comune era stata occupata dai ribelli; la via principale del centro era bloccata da mucchi di spazzatura che il conduttore del telegiornale chiamava barricate e da un copertone che bruciava con l\u2019inseparabile e arrivista colonna di fumo. In quel momento guardai dalla finestra della cucina di casa nostra, situata in cima al Colle di Merda, e confermai la versione del notiziario. Riuscivo a distinguere quattro, cinque nubi nere, sinistre e puzzolenti, che offendevano la vista della parrocchia illuminata. Menzione a parte merita la parrocchia, un obbrobrio in pietra rosa visibile da qualsiasi punto del paese e sede di un esercito di preti che ci obbligava a seguire il suo credo di arroganza e infelicit\u00e0.<\/p>\n<p>La notizia chiariva le conversazioni sussurrate tra i miei genitori, le insistenti telefonate dei colleghi di mio pap\u00e0 \u2013 <em>Sono il professor Tizio, passami tuo padre. Sono il professor Caio, passami tuo padre<\/em>. Se fossi stato pi\u00f9 attento non avrei avuto bisogno di vedere il telegiornale per rendermi conto di quello che stava accadendo, ma d\u2019altra parte vivevo nella fase suprema dell\u2019egoismo: l\u2019adolescenza. Alla fine mio padre interruppe il linciaggio nazionale dei nostri ribelli locali con dei gesti incazzati che gettarono in aria pezzetti di <em>nixtamal<\/em>.<\/p>\n<p>\u00abCosa dovrebbero fare se li fregano alle cazzo di elezioni? Non vogliono perdere? E allora non organizzino queste elezioni di merda e piantiamola di farci prendere per il culo!\u00bb<\/p>\n<p>Quello stesso giorno, un po\u2019 pi\u00f9 tardi, una camionetta con megafono pass\u00f2 lentamente davanti a casa nostra imponendoci a squarciagola un incomprensibile gesto di civismo, che consisteva nel rinunciare alla strada e nel rimanere chiusi in casa. Fino a nuovo avviso. Se avevano mandato l\u2019ordine persino sul Colle di Merda, dove c\u2019erano solo poche case separate l\u2019una dall\u2019altra da ampie estensioni di acacie spinose, voleva dire che eravamo nella merda.<\/p>\n<p>Mia madre corse in cucina e torn\u00f2 con gli occhi in lacrime e la voce tremante.<\/p>\n<p>\u00abAmore mio\u00bb annunci\u00f2 a mio padre, e in casa questo inizio affettuoso serviva sempre da prologo alle catastrofi, \u00abci rimangono solo trentasette tortillas e ottocento grammi di formaggio\u00bb.<\/p>\n<p>Entrammo in una fase di razionamento delle quesadillas che fin\u00ec col radicalizzare le posizioni politiche di tutti i componenti della famiglia. Conoscevamo alla perfezione le montagne russe dell\u2019economia nazionale grazie allo spessore delle quesadillas che ci serviva mia madre. Avevamo persino creato delle categorie: quesadillas inflazionistiche, quesadillas normali, quesadillas della svalutazione e quesadillas dei poveri \u2013 citate in ordine, dalla pi\u00f9 opulenta alla pi\u00f9 misera. Le quesadillas inflazionistiche erano belle grosse per evitare che si guastasse tutto il formaggio comprato da mia madre, in preda al panico di fronte all\u2019annuncio di un nuovo aumento del prezzo degli alimentari e al pericolo tangibile che il conto della spesa passasse dai milioni ai miliardi di pesos. Le quesadillas normali erano quelle che avremmo mangiato tutti i giorni se fossimo vissuti in un Paese normale, ma se fossimo stati in un Paese normale non avremmo mangiato quesadillas, per cui le chiamavamo anche quesadillas impossibili. Le quesadillas della svalutazione perdevano sostanza per ragioni psicologiche, pi\u00f9 che economiche, erano le quesadillas della depressione cronica nazionale \u2013 e le pi\u00f9 comuni in casa dei miei genitori. E infine c\u2019erano le quesadillas dei poveri, in cui la presenza del formaggio era letteraria: le aprivi e al posto del formaggio fuso mia madre aveva scritto la parola \u201cformaggio\u201d sulla superficie della tortilla. Quello che non avevamo ancora conosciuto era la minaccia della privazione quesadillesca.<\/p>\n<p>Mia madre, che in vita sua non aveva mai espresso un giudizio politico, si mise dalla parte del governo pretendendo l\u2019annientamento dei ribelli e l\u2019immediata restaurazione del diritto umano al cibo. Mio padre sosteneva lo stoicismo e replicava che la dignit\u00e0 non si baratta con tre quesadillas.<\/p>\n<p>\u00abTre quesadillas?\u00bb contrattaccava mia madre, istigata all\u2019ironia femminista dalla disperazione, \u00abcome si vede che non fai niente! Questa casa ha bisogno come minimo di cinquanta quesadillas al giorno\u00bb\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(L\u2019incipit del romanzo di Juan Pablo Villalobos, Se vivessimo in un paese normale, Gran V\u00eda, 2014. \u2013 Lagos de Moreno, Messico, fine anni Ottanta: in una catapecchia alla periferia del paese vivono il tredicenne Oreste e la sua scombinata famiglia\u2026) Professionisti dell\u2019insulto \u00abVa\u2019 a farti quella gran puttana di tua madre, bastardo! 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