{"id":6005,"date":"2014-09-01T07:06:49","date_gmt":"2014-09-01T05:06:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/?p=6005"},"modified":"2014-09-28T12:04:32","modified_gmt":"2014-09-28T10:04:32","slug":"generazione-afropolitan-di-valentina-pigmei-per-pagina-99","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/generazione-afropolitan-di-valentina-pigmei-per-pagina-99\/","title":{"rendered":"Generazione afropolitan &#8211; di Valentina Pigmei, per Pagina 99"},"content":{"rendered":"<p>\u201cPerch\u00e9 non ti sembro africana?\u201d, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la pi\u00f9 celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. \u201cPerch\u00e9 hai una camicetta troppo stretta\u201d, commenta la sua interlocutrice. \u201cCredevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l\u2019America ti corromper\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l\u2019Africa per gli Stati Uniti o l\u2019Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo \u201ccasa\u201d. Tale il disorientamento e l\u2019assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture \u2013 tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale \u2013 che sono nati addirittura alcuni neologismi.<\/p>\n<p>\u201cAmericanah\u201d \u00e8 il titolo del nuovo libro della Adichie e <em>americanah<\/em> \u00e8 definita la protagonista Ifemelu, una ragazza nigeriana che, dopo lunghi anni di studi a Princeton e una improvvisa fama come blogger di \u201cafrican lifestyle\u201d, prima di tornare in Nigeria dopo 15 anni di assenza va a farsi fare le treccine afro da una parrucchiera senegalese. Per non sembrare troppo yankee. <em>Afropolitan<\/em> \u00e8 il termine oggi molto in voga, coniato dalla scrittrice Taiye Selasi nel 2005 in un articolo intitolato \u201cBye Bye Barbar\u201d, divenuto poi una sorta di manifesto per gli africani cosmopoliti che in quel testo si sono ritrovati. Taiye Selasi, autrice trentaquatrenne di un libro magnifico, \u201cLa bellezza delle cose fragili\u201d (Einaudi), e volto noto in Italia per la sua partecipazione al talent show letterario \u201cMasterpiece\u201d in veste giudice, scriveva cos\u00ec, quasi dieci anni fa: \u201cLoro \u2013 cio\u00e8, noi \u2013 siamo afropolitani, la nuovissima generazione di emigranti africani, che stanno per arrivare o sono gi\u00e0 stati presi da uno studio legale, un laboratorio chimico, un locale jazz, una banca di credito nei pressi di casa tua. Siamo afropolitan: non cittadini, ma africani del mondo\u201d.<\/p>\n<p>Da quando Tayie Selasi \u2013 che ora vive tra Londra, Roma e l\u2019Olanda, ma ogni tanto torna in Ghana dove \u00e8 in parte cresciuta \u00a0\u2013 invent\u00f2 questo termine, \u201cafropolitan\u201d \u00e8 stato giornalisticamente abusato e privato del suo senso originario e di recente anche molto contestato da vari intellettuali. A partire da Binyavanga Wainaina, scrittore kenyota che ha dichiarato di non sentirsi in nessun modo afropolitan, ma al contrario \u201cpanafricanista\u201d. Anche Alain Mabanckou, autore de \u201cLe luci di Pointe Noire\u201d (66theand2nd) \u2013 un racconto teso e intimo del suo ritorno in Congo dopo 23 anni di assenza \u2013 \u00a0ha detto che \u00e8 \u201cun pericolo incasellare gli scrittori dentro delle categorie\u201d. Secondo Mabanckou, che insegna letteratura francofona in America, \u201cla globalizzazione non \u00e8 un fenomeno dei tempi recenti, anche nei romanzi africani dell\u2019epoca coloniale si trattava il tema dell\u2019incontro tra culture: l\u2019Europa e l\u2019Africa, o l\u2019America\u201d.<\/p>\n<p>Come ha fatto notare Emma Dabiri sulla rivista online \u201cAfrica is a Country\u201d se oggi si cerca Google il termine \u201cafropolitan\u201d escono quasi esclusivamente siti di shopping oline o riviste di moda lussuose. \u201cPer me l\u2019afropolitanesimo \u00e8 troppo educato, troppo <em>corporate<\/em>, troppo patinato\u201d, chiosa la Dabiri. Perfino Minna Salami, autrice del blog \u201cMs Afropolitan\u201d, ha ammesso che l\u2019afropolitanesimo \u201cpotrebbe prendere la deriva della mercificazione della cultura africana\u201d. L\u2019accusa principale fatta al fenomeno \u00e8 quella di dimenticare la ricchezza culturale africana e produrre opere che non sono altro che versioni africane di quelle americane ed europee. Taiye Selasi in particolare \u00e8 stata attaccata per la sua visione dell\u2019Africa \u201cInstagram-friendly\u201d e per essersi rivolta solo a una classe di africani benestanti e apolidi.<\/p>\n<p>\u201cTutte le parole che usiamo per penetrare nella giungla intricata dell\u2019identit\u00e0 personale \u2013 \u201chipster\u201d, \u201cinternazionalista\u201d, \u201cpan-africanista\u201d \u2013 includono o escludono qualcosa\u201d, dice Taiye Selasi a \u201cPagina99\u201d. \u201cIn realt\u00e0 \u00e8 solo un esercizio di demarcazione, di disaggregazione di una parte dal tutto. Pi\u00f9 interessante \u00e8 la questione economica. Quando si parla di middle class africana, le critiche sono inevitabili. Non si sa cosa sia peggio: le madornali ingiustizie economiche? l\u2019insidiosa influenza dell\u2019Occidente? i processi ostici per aver i visti? l\u2019insufficiente mobilitazione politica? C\u2019\u00e8 di tutto. Lo vedo. \u00c8\u00a0sotto i miei occhi. E ho molte cose da dire a questo proposito. Datemi il tempo\u201d, dice accennando un sorriso. \u201cE in ogni caso il fatto che il termine afropolitan sia stato via via frainteso non mi interessa pi\u00f9 di tanto. Come scrittori siamo obbligati a far uscire le nostre parole, lasciare che se la sfanghino da sole per il mondo. Io mi limito a descrivere quello che vedo. Il resto, i dibattiti, le etichette, la politica, le lascio ai professionisti\u201d.<\/p>\n<p>Tra i \u201cprofessionisti\u201d abbiamo interrogato Minna Salami, padre nigeriano e madre finlandese, blogger di \u201cMs Afropolitan\u201d: \u201cL\u2019afropolitanesimo \u00e8 per natura connesso alla vita urbana e alle differenze di classi, e questo \u00e8 il fattore pi\u00f9 critico e destabilizzante per gli africani. Del resto il paradosso \u00e8 che l\u2019afropolitanesimo offre anche un linguaggio con il quale si pu\u00f2 discutere in modo critico proprio quei problemi e quelle ineguaglianze, una linguaggio per la nuova decolonizzazione, proprio grazie alle sue connessioni con la tecnologia, l\u2019architettura, la cultura l\u2019arte\u201d, continua la Salami. \u201cNon direi che gli scrittori afropolitani siano gli unici oggi in Africa, e nemmeno che abbia un senso chiamarli cos\u00ec \u2013 non so nemmeno se oggi ha senso dire \u201cletteratura africana\u201d \u2013 ma direi piuttosto che molti autori contemporanei affrontano di petto alcuni temi cari all\u2019afropolitanesimo\u201d.<\/p>\n<p>Innegabilmente, le storie che pi\u00f9 amiamo (o forse le uniche che arrivano in Occidente?) siano quelle scritte da autori che hanno studiato in America o in Francia e hanno raccontato la loro Africa con una giusta distanza, anche stilistica e narrativa. E immergendosi nella lettura di questi nuovi autori africani o biculturali o afropolitan che dir si voglia \u2013 Chimananda Ngozi Adichie, NoViolet Bulaywo, Teju Cole, Scholastique Mukasonga, Alain Mabanckou, Dinaw Mengestu, la stessa Tayie Selasi \u2013 si coglie senza dubbio lo spaesamento, la novit\u00e0, il dolore, l\u2019entusiasmo della Nuova Africa. Senza mai cadere nell\u2019esotismo o nell\u2019etnicismo, questi giovani autori scrivono di storie di rottura, e lo fanno con tecniche raffinate (forse imparate in qualche college statunitense?).<\/p>\n<p>Prendiamo un\u2019autrice come NoViolet Bulaywo, classe 1981, nata e cresciuta in Zimbabwe, un paese ai margini della crescita economica. \u201cAbbiamo bisogno di nuovi nomi\u201d (Bompiani) \u00e8 un romanzo sconvolgente per stile e contenuti: la storia di un gruppo di bambini di 10 anni che si aggirano per le strade dei sobborghi di una grande citt\u00e0, in cerca di cibo. Una delle bambine \u00e8 incinta, e i suoi amici l\u2019ha accompagnano ad abortire. Nella seconda parte del libro la ragazzina narratrice si trasferisce in Michigan da una zia per studiare, ma non sar\u00e0 tanto facile nemmeno l\u00ec. Nel romanzo a un certo punto arriva un volontario di una ONG che incontra il gruppo dei ragazzini: \u201cE quando ci hanno chiesto da dove venivamo, ci siamo scambiati occhiate e abbiamo sorriso con la timidezza di spose bambine. Ci hanno detto: Africa? Abbiamo fatto segno di s\u00ec con la testa. Quale zona dell\u2019Africa? Abbiamo sorriso. Quella zona dell\u2019Africa in cui gli avvoltoi aspettano che i bambini affamati muoiano? Abbiamo sorriso. In cui l\u2019aspettativa di vita \u00e8 trentacinque anni? Abbiamo sorriso. Dove i dissidenti ficcano kalashnikov tra le gambe delle donne? Abbiamo sorriso. Dove la gente va in giro nuda? Abbiamo sorriso. La zona in cui si sono massacrati a vicenda? Abbiamo sorriso. Dove il vecchio presidente ha truccato le elezioni e la gente \u00e8 stata torturata, uccisa, in gran parte messa in prigione, dove la gente muore di colera\u2026 Oddio, s\u00ec, l\u2019abbiamo visto il vostro paese. Era in tv\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019Africa che si vede in tv \u00e8 molto diversa anche dall\u2019Africa raccontata da Teju Cole, nigeriano e americano. Dopo il celebrato esordio \u201cCitt\u00e0 aperta\u201d, una specie di sebaldiana passeggiata di un giovane psichiatra nigeriano a New York, Cole ci racconta un altro viaggio, questa volta a Lagos, la capitale economica della Nigeria. A tornare in Africa \u00e8 di nuovo un giovane medico, che, come l\u2019autore, \u00e8 cresciuto e ha studiato negli Stati Uniti ed \u00e8 tornato per indagare \u201csu cosa mi mancava davvero tutte le volte che avevo nostalgia di casa\u201d. La scrittura di Cole \u00e8 implacabile. Il suo sguardo \u00e8 ironico, disilluso, affettuoso. La sua citt\u00e0, dopo 15 anni, \u00e8 cambiata ma \u00e8 pur sempre corrotta e piena di contrasti. Lo stesso narratore si contraddice, in un certo senso: prima afferma che Lagos \u00e8 un posto stupefacente, meraviglioso, pieno di dettagli vividi, anche violenti, ma perfetti per uno scrittore.<\/p>\n<p>Altro che i tranquilli sobborghi statunitensi, commenta Cole: \u201cSe John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent\u2019anni fa. Sono convinto che il suo materiale lo ostacolava\u201d. Poi per\u00f2 si rende conto che non ci tornerebbe mai a vivere: \u201cLa Nigeria \u00e8 un ambiente ostile per la vita della mente\u201d. E pensare che, scrive Cole, esiste addirittura un termine yoruba, <em>tokunbo,<\/em> che letteralmente significa \u201cda oltre i mari\u201d e che<em> <\/em>viene dato, con una lieve connotazione peggiorativa, a quelle persone che sono nate all\u2019estero e poi tornate a casa. Forse bastava chiamarli cos\u00ec gli africani della Diaspora. Da oltre i mari.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cPerch\u00e9 non ti sembro africana?\u201d, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la pi\u00f9 celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. \u201cPerch\u00e9 hai una camicetta troppo stretta\u201d, commenta la sua interlocutrice. \u201cCredevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. 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