{"id":6762,"date":"2015-04-12T10:57:22","date_gmt":"2015-04-12T08:57:22","guid":{"rendered":"http:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/?p=6762"},"modified":"2015-04-18T11:01:02","modified_gmt":"2015-04-18T09:01:02","slug":"ricordi-propri-e-daltri-burri-e-i-prigionieri-italiani-in-texas-di-elena-frontaloni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/ricordi-propri-e-daltri-burri-e-i-prigionieri-italiani-in-texas-di-elena-frontaloni\/","title":{"rendered":"Ricordi propri e d\u2019altri. Burri e i prigionieri italiani in Texas &#8211; di Elena Frontaloni"},"content":{"rendered":"<div id=\"maincontent\">\n<div id=\"post-52755\" class=\"post-52755 post type-post status-publish format-standard has-post-thumbnail hentry category-non-categorizzato tag-abissinia tag-adriano-angerilli tag-alberto-burri tag-armando-boscolo tag-arturo-schwarz tag-aurelio-manzoni tag-cesare-brandi tag-dino-gambetti tag-elena-frontaloni tag-etiopia tag-fernando-togni tag-flavio-giovanni-conti tag-gaetano-tumiati tag-giovanni-davi tag-giuseppe-berto tag-hereford tag-libia tag-luciano-caprile tag-manuela-berto tag-mario-tavella tag-nello-sarteanesi tag-nino-de-totto tag-piero-palumbo tag-renzo-barazzoni tag-roberto-mieville tag-silvio-astolfi tag-texas  first-post\">\n<div class=\"storycontent\">\n<p>Della difficile amicizia tra Alberto Burri e le \u201cparole\u201d dice l\u2019artista stesso con le sue poche dichiarazioni e interviste \u2013 <a href=\"http:\/\/www.fondazioneburri.org\/ita\/pdf\/bibliografia.pdf\" target=\"_blank\">3 pubblicate nel corso dell\u2019intera sua vita<\/a> \u00a0\u2013, e dicono anche le testimonianze di critici e conoscenti (meno quelle degli amici intimi e della gente di Citt\u00e0 di Castello, con cui pare fosse molto pi\u00f9 ciarliero). Per l\u2019ufficialit\u00e0, in ogni modo, Burri fu uomo orgoglioso e fiero, incline al silenzio e senza dubbio a lasciar parlare da sola la sua arte. Famosa, esibita nel corso dell\u2019intera vita, \u00e8 la sua diffidenza nei confronti dell\u2019autocommento e della parola critica che vorrebbero spiegare la pittura e non lo fanno o non vi riescono <span id=\"more-52755\"><\/span>(fin dal 1956 accuser\u00e0 le proprie eventuali parole e quelle dei critici d\u2019impotenza e imprudenza nei confronti della pittura; e tra i suoi esegeti salver\u00e0 pi\u00f9 tardi, e con non poche riserve puntuali, solo Argan e Brandi). Altrettanto noto \u00e8 il suo dialogo terso e teso con le parole della letteratura, sia come assiduo lettore, appassionato dei lirici greci, sia come artista che riusc\u00ec a creare il mondo parallelo della propria pittura lavorando in maniera insieme filologica e artigianale su testi di Dante, Ungaretti, Saffo in pregiati libri d\u2019arte. Ma Burri dovette in qualche modo fare i conti, nel corso di tutta la sua vita, anche con un altro tipo di parole, che sono quelle che qui mi interessano: le parole del ricordo sui propri fatti e su come divenne pittore, da medico che era. Non fu probabilmente un rapporto facile fin dall\u2019inizio. Perch\u00e9 gli altri in parte dissero verit\u00e0 e in parte crearono leggende, e Burri, come gi\u00e0 andava facendo con i critici che leggevano le sue opere, o con chi gliene chiedeva ragione, forse ignor\u00f2, forse fece finta di ignorare. In ogni caso, per l\u2019ufficialit\u00e0, rimase a lungo zitto: col suo atteggiamento fece appunto crescere la leggenda e i \u201csi dice\u201d.<\/p>\n<p>Facilmente l\u2019oggetto primo e assoluto di mitizzazione fu questo: Burri divenne pittore dentro un campo di prigionia americano, quello di Hereford, detto \u201cdegli irriducibili\u201d, motivo per cui si guadagn\u00f2 l\u2019etichetta di \u201cfascista\u201d, utilizzata ad esempio per lui dal critico Arturo Schwarz, al quale replic\u00f2 non Burri ma il suo editore, Politi, mettendo avanti i nomi di Borges e Pound. Ecco, di questa nascita alla pittura dentro un momento tanto sensibile Burri arriv\u00f2 a parlare solo alla fine della vita, nel 1995, con Stefano Zorzi, che pubblic\u00f2 subito dopo la morte dell\u2019artista la trascrizione di un lungo colloquio con lui, <em>Parola di Burri<\/em>, mentre gli storici gi\u00e0 avevano iniziato ad accostarsi con i loro strumenti al problema dei prigionieri italiani negli Stati uniti tra il 1943 e il 1945 (un nome tra tutti \u00e8 quello di Flavio Giovanni Conti, attivo fin dalla fine degli anni Ottanta e che ha recentemente aggiornato <a href=\"http:\/\/www.ibs.it\/code\/9788815237613\/conti-flavio-g-\/prigionieri-italiani-negli.html\" target=\"_blank\">il suo grosso volume di studi<\/a>) e mentre i compagni di prigionia di Burri, tra cui per esempio lo scrittore Giuseppe Berto e il giornalista Gaetano Tumiati, avevano gi\u00e0 ricordato, scritto e riscritto: anche di lui, dello scontroso pittore della Citt\u00e0 di Castello.<\/p>\n<p>Ora la conversazione tra Burri e Zorzi, a mio modesto parere, \u00e8 un documento molto discontinuo, che solo in parte d\u00e0 ragione del genio di Burri, e forse anche della sua vita e del suo pensiero, i quali rimangono in qualche modo misteriosi e avvolti in un pudore stizzoso pure dopo la lettura. Burri in pochi casi racconta, e si limita perlopi\u00f9, ancora una volta necessariamente, dopo il suo lungo silenzio, a precisare quanto \u00e8 stato detto della sua vita e della sua pittura. Ma anche in questo caso il suo dire \u00e8 tanto deciso e chiaro in alcuni punti (quel che \u00e8 successo) quanto elusivo in altri (quel che si ricava da quel che \u00e8 successo). Burri infatti dice giusto finch\u00e9 bastano le parole, che non solo nella sua idea, ma anche nel suo modo di usarle per la pittura, il ricordo e la vita, non bastano mai, mostrano sempre la corda e non servono. Come quando gli si chiede del suo rifiuto a collaborare con gli americani al campo: \u201cCerto, io non tradivo. Tutti quelli che allora collaboravano, secondo il regolamento militare, sarebbero dovuti andare sotto processo al loro rientro in Italia. Invece questo non \u00e8 successo, anzi avrebbero voluto processare gli altri. Che cosa vergognosa: tutti i prigionieri al loro rientro venivano interrogati da una commissione, e a me chiesero: \u2018perch\u00e9 lei non ha firmato?\u2019. \u2018Perch\u00e9 se avessi firmato sarei stato un traditore della patria, \u00e8 contro il codice militare, mi avreste dovuto processare!\u2019. Uno parte con un regolamento militare, mica glielo possono cambiare poi\u2026 E infatti mica l\u2019avevano cambiato\u2026 ne davano \u2018solo\u2019 una nuova interpretazione, maledetti schifosi! Io sono andato volontario in Africa a 19 anni con la compagnia Principe di Piemonte. Era il 1935, guerra d\u2019Abissinia, Ambaradan, altro che storie: da soldato semplice, a sparare in prima linea. Mi bucarono anche lo zaino con una pallottola. Poi, tornato in Italia, diventai medico e subito tornai in guerra come ufficiale medico. Ho perso in battaglia il mio unico fratello, che \u00e8 un eroe militare. Altro che storie. Basta, per favore, vorrei parlarne il meno possibile\u2026\u201d (<em>Parola di Burri<\/em>, p. 64). Ma forse il succo dell\u2019intervista \u00e8 proprio questo che sta in queste righe, nella lunga tirata d\u2019inizio e nell\u2019interruzione finale: la precisazione su quanto \u00e8 gi\u00e0 stato detto (spesso da altri), da una parte, e dell\u2019altra il silenzio di Burri, il suo essere sostanzialmente un deluso di destra, lontano dal voto sin dopo il referendum tra monarchia e repubblica e poi per tutta la vita, il suo stare appartato, il suo non voler tornare su argomenti che in tanti hanno voluto trattare con parole velate per difendersi o nascondersi e che sono insieme di storia personale e di storia nazionale. Cito ancora dall\u2019intervista con Zorzi un passaggio utile a capire fin dove arrivano le parole di Burri, che partono sempre da una precisazione, netta, spesso stizzosa, e culminano di frequente in un silenzio, che evita tanto le scuse quanto l\u2019altrui mestiere (il pamphlet, la politica, la chiacchiera, l\u2019invenzione, il \u201cromanzo\u201d): \u201cil re doveva morire alla testa del proprio esercito e non doveva esserci tradimento, perch\u00e9 la cosa che pi\u00f9 odio, che pi\u00f9 detesto e che pi\u00f9 mi fa rabbia, \u00e8 l\u2019amico che tradisce l\u2019amico. A un certo punto, costi quel che costi, bisogna andare in fondo. Non si discute. Queste sono le mie condizioni. Oramai le conosci\u2026 E non ci faccio su una polemica. Ti dico ora queste cose perch\u00e9 \u00e8 giunto il momento di dirle, ma non le scriverei mai per farne questioni, anche perch\u00e9, tra l\u2019altro, non sono capace di scriverle. Poi gli altri ci faranno sopra i romanzi che vorranno\u201d.<\/p>\n<p>A questo punto vorrei velocemente ripercorrere la vicenda di Burri a Hereford mettendo in dialogo i fatti, i racconti degli altri soldati e prigionieri su quella storia e su Burri, il racconto di Burri su quella storia e sulla sua storia di pittore, tanto intrecciate. Alberto Burri negli anni Trenta aveva gi\u00e0 partecipato alla guerra d\u2019Etiopia, era tornato in Umbria come personaggio che s\u2019era ricoperto d\u2019onore. Nel 1940 divenne medico e ripart\u00ec per il fronte Africano, con l\u2019intenzione di specializzarsi come medico tropicale. Sbarc\u00f2 insieme al X battaglione M in Libia nel 1943 e dopo la rotta delle truppe italiane fu preso prigioniero l\u20198 maggio in una localit\u00e0 vicina a Tunisi. Da qui, dopo lunghe marce, intervallate da soste in campi africani di smistamento, i prigionieri italiani che come Burri, lo scrittore Giuseppe Berto e il giornalista Gaetano Tumiati erano destinati ai campi di detenzione degli Stati Uniti, partirono nel luglio del 1943 dal porto di Casablanca. La traversata oceanica dur\u00f2 un paio di settimane. Sbarcati a New York, proseguirono il viaggio in ferrovia per le varie destinazioni. Per Burri e per altri tremila soldati la destinazione finale fu il campo di concentramento di Hereford, nel Texas, a trenta chilometri dalla citt\u00e0 di Amarillo. Il campo era dotato di potentissimi fari, posti molto in alto, di acquedotti, di silos e di enormi capannoni che erano riservati al personale americano di custodia. Si arrivava al campo dopo aver attraversato due cancelli, ed ecco torrette con sentinelle e mitragliatrici, riflettori, una doppia fila di reticolati a far da perimetro a uno spazio vastissimo, diviso in quattro grandi sezioni, a loro volta recintate con filo spinato, con le torrette delle sentinelle e tante baracche nuovissime mai abitate. In questo contesto, i prigionieri vissero due momenti, come ricorda Conti. Il primo momento fu di grande benessere, con molto cibo e grandi spazi di tempi liberi specie per i non-collaboratori, che si diedero a una ricca serie di attivit\u00e0 ricreative (riviste, mostre etc.). Nel 1945 subentr\u00f2 un nuovo clima, in dipendenza di alcuni fatti che avvennero in Europa e in America: in Europa la scoperta dei campi di concentramento e l\u2019esaurimento del numero di soldati americani in mano ai tedeschi (passibili dunque di ritorsioni); in America, negli Stati Uniti per la precisione, una forte crisi economica cui fecero seguito vivace rimostranze della popolazione autoctona. In questa fase, ai prigionieri e specie ai non collaboratori venne riservato un trattamento pi\u00f9 duro: soffrirono la fame, subirono spaventosi dimagrimenti e versarono in condizioni di salute assai precarie fino al rientro in patria. Di tutto \u2013 come del senso di solitudine enorme evocato dal paesaggio, del silenzio, dei lunghi appelli mattutini, del vento che sferzava senza sosta il campo \u2013 hanno ampiamente raccontato Berto, Tumiati, e poi Armando Boscolo, Fernando Togni, Roberto Mieville, Adriano Angerilli, Mario Tavella, Renzo Barazzoni, Giovanni Dav\u00ec, Nino De Totto, Silvio Astolfi, Aurelio Manzoni (ancora una volta riprendo in nomi dal lavoro di Conti). E tra le righe di questi racconti troviamo cenni anche al prigioniero Burri, che da medico divenne pittore.<\/p>\n<p>Il primo dato da sottolineare \u00e8 che Burri compare di rado, mai impigliato nelle diatribe politiche tra i vari gruppi di prigionieri al campo e sempre quale scontroso e silenzioso artista \u2013 quanto a presenza \u201cin scena\u201d fa eccezione l\u2019episodio, raccontato da Tumiati, per cui nell\u2019estate del 1945 le razioni furono ulteriormente ridotte a una pagnotta e un\u2019aringa salata da dividere in quattro e dove si dice che con Burri, il futuro celebre pittore, mangiarono un serpente, cuocendolo nella brillantina per capelli. Rimaniamo su Tumiati, allora. \u00c8 lui tra i primi a ricordare come le iniziali prove di Burri fossero figurative, dedicate ai paesaggi natii, quando parla della felicit\u00e0 dei pittori al campo, e di \u201cAlberto Burri, un medico umbro schivo e malinconico, che popola colline e uliveti di personaggi piccolissimi\u201d. Altri testimoni ricordano nell\u2019agosto del 1945 una mostra d\u2019arte figurativa, artigianato, scultura e pittura, che occup\u00f2 un\u2019intera baracca, e nella quale furono esposte 219 opere. C\u2019\u00e8 un segnale del Burri a venire in questo episodio, se l\u2019artista \u201cpartecip\u00f2 alla mostra con un lavoro artigianale <em>Scacchi d\u2019Africa<\/em>, ovvero un totem di legno che si trasformava in scacchiera, con i pezzi raffiguranti la fauna africana, il tutto intagliato con una lametta\u201d (sempre dallo stesso testimone sappiamo che \u201ci prigionieri, utilizzando materiale di scarto, costruivano un po\u2019 di tutto: sedie, tavolini, mobiletti, lampade, cassettoni, orologi, chitarre, tamburini, violini, oggetti in metallo, sculture, anche lavori d\u2019uncinetto. Ogni tanto presentavano questi oggetti in mostre aperte anche ai cittadini di Hereford, i quali in questo modo potevano vedere i prigionieri sotto un\u2019altra luce e cio\u00e8 come persone reali, con i loro mestieri e capacit\u00e0 artistiche\u201d, cito ancora dal lavoro di Conti). Burri non ha potuto commentare molte delle notizie venute dopo la conversazione con Zorzi: una pi\u00f9 recente testimonianza, raccolta nel 2008 da Francesca Bacci, ci dice che il primo quadro in assoluto, secondo la testimonianza di un ex prigioniero, rappresentava l\u2019interno di una casa \u201ccon un camino, una sedia, un fucile e un cane da caccia\u201d; molti altri prigionieri riferiscono che Citt\u00e0 di Castello era tra i suoi primi soggetti; emerge inoltre il ricordo di una serie di lezioni di disegno impartite da un veneto, Scattolin, \u201cun acquerellista che usava dipingere a memoria piazza San Marco\u201d e di una serie di acquerelli di Burri, secondo Vittorio Rubiu, \u201cdipinti senza mestiere ma prima di tutto con il cuore a Citt\u00e0 di Castello\u201d, dei quali di cui si ricorda qualche titolo: <em>Vecchio al sole, Festa dei morti, Tombola in piazza, Il Veglione<\/em>. \u201cQualcuna di quelle tele\u201d, si legge nell\u2019ultima biografia dedicata a Burri, \u201carriver\u00e0 dopo la guerra in Italia, grazie ai buoni uffici del\u2019YMCA, Manuela Berto, vedova dello scrittore, ne conserva una, regalata da Burri al marito a garanzia di un\u2019amicizia che dur\u00f2 fino alla morte\u201d (<em>Burri. Una vita<\/em>, di Piero Palumbo, uscito nel 2007). Proprio a Berto, del resto, si deve forse il pi\u00f9 vivido ritratto degli inizi dell\u2019artista, e un ritratto tanto pi\u00f9 importante perch\u00e9 nell\u2019intervista con Zorzi viene letto per intero e integralmente discusso dallo stesso autore.<\/p>\n<p>Prima vale la pena di tornare per\u00f2 sui temi e gli oggetti dei dipinti e su quel che ne dice lo stesso Burri a Zorzi: se da un lato non li sconfessa, dall\u2019altro tiene a precisare che l\u2019atmosfera del Texas non \u00e8 stata sua musa pi\u00f9 dei monti umbri e che non c\u2019\u00e8 alcuna relazione tra la sua pittura e il suo precedente mestiere, come avevano voluto diversi critici: \u201cIn verit\u00e0 non esiste alcuna relazione tra la mia attivit\u00e0 di medico nel periodo della guerra e la mia attivit\u00e0 di artista. Non ho mai avuto, come taluni hanno ipotizzato, flash back di alcun tipo su garze, sangue, ferite o altro ancora. L\u2019unica relazione \u00e8 di tipo consequenziale, e cio\u00e8 che io, in quegli anni di prigionia nel campo di concentramento, mi rifiutai di esercitare l\u2019attivit\u00e0 di medico e mi calai completamente nella pittura. [\u2026] In Africa s\u00ec avevo fatto il medico: laggi\u00f9 avevo esercitato la mia professione perch\u00e9 ce n\u2019era davvero bisogno. C\u2019era forse un medico su mille prigionieri, e io avevo una tendina da campo dove potevo esercitare. Fu per questo che, quando fui deportato in America, l\u2019unico bagaglio che portai con me fu lo zainetto sanitario, che conteneva fiale, medicine, e altro ancora. Pensavo che ne avrei avuto bisogno durante la prigionia. E invece fu la prima cosa che mi tolsero [\u2026]. Poi ben presto notai che in quel campo anche come medico ero soggetto a forti restrizioni, forse temevano che potessi scappare. Figurarsi, in quel forte cos\u00ec isolato nel Texas\u2026 E comunque fu cos\u00ec che, schifato per questa situazione e per il comportamento di chi mi teneva prigioniero, cominciai a dipingere. La pittura era una cosa che mi divertiva moltissimo. Mi aveva divertito sempre molto, fin da quando ero ragazzo\u201d (<em>Parola di <\/em>Burri, p. 14). La pittura dunque nasce per riempire le lunghe giornate della prigionia, per smemorarsi di quel che c\u2019era intorno: \u201cdipingevo tutto il giorno\u201d dice ancora Burri. \u201cEra un modo per non pensare a tutto quello che mi stava intorno e alla guerra. Non feci altro che dipingere fino alla Liberazione. E in questi anni capii che io \u2018dovevo\u2019 fare il pittore. I quadri fatti allora sono per me oggi validi come le mie ultime opere, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno in termini di intensit\u00e0 pittorica. Ricordo che continuavo a cambiare soggetti, a dipingere nuovi quadri e a cambiarli ancora, un\u2019infinit\u00e0 di volte. Questo \u00e8 stato il mio vero inizio di pittore, e non c\u2019entra le garze medicali, il sangue e le bruciature della guerra. Tutte storie\u201d (ivi).<\/p>\n<p>Come si diceva, quasi tutti i quadri dipinti da Burri durante il periodo di prigionia sono andati perduti. Venuto a conoscenza che, tramite la Croce Rossa, era possibile spedire in Italia i suoi dipinti, Burri li confezion\u00f2 in un pacco che invi\u00f2 al suo indirizzo di casa e in seguito ricevette. Pi\u00f9 tardi per\u00f2 li distrusse quasi tutti e dei quattro o cinque che racconta di aver salvato, proprio per dimostrare che la sua era una pittura di qualit\u00e0, non si conosce il destino, con l\u2019eccezione del quadro intitolato <em>Texas<\/em>, dipinto nel 1944. Rappresentava proprio ci\u00f2 che i prigionieri avevano sotto gli occhi ogni giorno: una distesa di terra arsa, un mulino, una casupola, le barriere di filo spinato, con il fumo di una locomotiva sullo sfondo. Gli altri, secondo i ricordi di Nello Sarteanesi, erano cinque-sei opere \u201cche avevano tentato di classificare naif: erano macchie geometriche di colore, cominciava a stendere questi colori uno vicino all\u2019altro, era un modo per esprimere un linguaggio, un linguaggio che pi\u00f9 sentiva vicino a lui\u201d.\u00a0 Ma appunto riguardo al Texas, al paesaggio desolato del Texas e di Hereford, si possono leggere alcune righe significative dello stesso Burri, al solito deludente: \u201cio l\u2019Umbria ce l\u2019ho dentro perch\u00e9 l\u2019ho respirata. Questo \u00e8 il punto. Certi uomini pensano in maniera diversa da altri di altri paesi proprio perch\u00e9 diverse sono le radici e l\u2019aria che si \u00e8 respirata. Cosa possiamo avere in comune io e Rauschenberg? Io sin da bambino ho respirato l\u2019aria di Citt\u00e0 di Castello e paesi circostanti, il che \u00e8 ben diverso dal respiro di Rauschemberg nel Texas!\u201d.<\/p>\n<p>Torno alla voce di Giuseppe Berto. Pochi come lui sono tornati con pi\u00f9 costanza e in pi\u00f9 occasioni \u2013 vivente Burri \u2013 sul periodo del viaggio e della prigionia. Di questi temi e luoghi sono intrisi tanto il romanzo <em>Il cielo \u00e8 rosso<\/em> quanto i racconti lunghi <em>Il seme tra le spine <\/em>(le cure mediche), <em>Avvenimento ad Hereford <\/em>(le conversioni), <em>Prospettive <\/em>(l\u2019incontro in Italia, dopo la prigionia, con Gae, Gaetano Tumiati), <em>Animali in prigionia <\/em>(la fame dopo il 1945), <em>25 luglio in Texas<\/em> (la caduta di Mussolini). Ma c\u2019\u00e8 anche un lungo testo integralmente dedicato agli inizi di Burri, come detto, apparso su \u201cVogue Italia\u201d nel 1966. \u201cCon Berto eravamo amicissimi\u201d, dice Burri quando Zorzi si accinge a leggergli l\u2019inizio del pezzo, e lo lascia fare: \u201cAlberto Burri fu uno di mille prigionieri che, racimolati dagli americani sui campi di battaglia della Tunisia, vennero nell\u2019estate del 1943 condotti a convivere nel recinto numero 4 del campo per prigionieri di guerra di Hereford, Texas, dove furono custoditi fino alla primavera del 1946. Straordinaria avventura, la prigionia, la quale, sebbene grosso modo disgraziata, pu\u00f2 talvolta, siccome i detentori offrono del tutto gratuitamente vitto, alloggio e imponenti quantit\u00e0 di tempo libero, dare impulso spirituale alla vita d\u2019 un uomo, offrirle perfino un nuovo indirizzo. In effetti, in quello stesso recinto numero 4 in cui Burri divent\u00f2 pittore, io diventai scrittore, e se per me si tratt\u00f2 soltanto d\u2019una occasione favorevole che mi consent\u00ec di mettere in pratica un\u2019aspirazione che con ogni probabilit\u00e0 mi portavo dentro da un pezzo, per Alberto Burri fu il momento chiave della vita, l\u2019accidente che lo spinse per una strada da lui mai immaginata prima. Io appartenevo alla stessa compagnia di Burri, cio\u00e8 abitavamo coattivamente a non pi\u00f9 di cinquanta passi di distanza, mangiavamo seduti nella stessa baracca, ci schieravamo ad ogni alba e ad ogni tramonto sulle stesse file per venir contati dal sergente americano. Tuttavia per molti mesi io non avrei saputo dire chi, tra i miei mille compagni di pena, fosse Alberto Burri. Non lo conoscevo, non sapevo la sua faccia, per\u00f2 ne conoscevo la leggenda. \u00c8 abbastanza strano che un uomo terragno come Burri, cio\u00e8 ancorato alla terra al pari di un contadino di buona razza etrusca, sia costantemente accompagnato da leggende: la leggenda di come dipingeva, di come abbia fatto fortuna, di come viva isolato e scorbutico nel suo casal di Grottarossa o sui mondi sopra citt\u00e0 di Castello, dove ha una casa di campagna irraggiungibile solo con mezzi cingolati. La leggenda di Burri che circolava nel campo di Hereford era che v\u2019era tra noi un medico il quale, schifato dell\u2019umanit\u00e0, aveva deciso che gli uomini non meritavano pi\u00f9 le sue cure, e perci\u00f2 s\u2019era riproposto di non fare pi\u00f9 il medico.\u201d Come si vede, Berto sottolinea il sentimento di \u201cschifo\u201d per quel che c\u2019\u00e8 intorno che a detta dello stesso Burri lo ha condotto a dipingere, come Burri comprende l\u2019ironia di Berto, il suo modo amaro di scherzare sul tempo libero e sullo \u201cschifo\u201d degli uomini: \u201cUna parte di verit\u00e0 c\u2019\u00e8 in tutto questo\u201d, commenta. \u201c\u00c8 vero che gli uomini mi avevano schifato. In guerra, e per di pi\u00f9 in prigionia, si impara a conoscere gli uomini, e quegli uomini a me facevano schifo. Ma quello che non \u00e8 esatto \u00e8 che per me gli uomini non meritavano le mie cure. Questa \u00e8 una forzatura nel tono ironico di quanto \u00e8 scritto\u201d.<\/p>\n<p>La parola finale di Burri sui suoi inizi di pittore \u00e8 dunque pittura come libert\u00e0 tramite sottrazione: la pittura come arte che gli consente di essere libero senza dire il suo modo di essere libero, rimanendo tra gli uomini, ma distanziato da loro: una condizione, questa, che \u00e8 la stessa prigionia ad avergli insegnato, come scopriamo dalla conversazione con Zorzi che \u00e8 un testo scientifico e non uno di critica o di filosofia ad avergli ispirato la sua unica definizione d\u2019arte: \u201cla nostra stabilit\u00e0 \u00e8 solo equilibrio e la nostra sapienza sta nel controllo magistrale dell\u2019imprevisto\u201d. Poco dopo c\u2019\u00e8 anche una precisazione su un altro mito di Burri a Hereford: l\u2019essere autodidatta. Burri in effetti dice di non aver avuto maestri, ma di essersi in qualche modo affidato a un pittore piuttosto noto all\u2019epoca, d\u2019esperienze futuriste, di Genova, Dino Gambetti: \u201cRicordo in particolare quello che per me era l\u2019unico vero pittore del gruppo: il capitano Gambetti di Genova. Gli altri si divertivano a sporcare le tele. Il capitano Gabetti dipingeva veramente, aveva gi\u00e0 partecipato a numerose mostre importanti prima della guerra\u201d; subito dopo questo ritratto, l\u2019amarezza per i \u201csommersi\u201d del dopoguerra, per questioni artistiche e d\u2019adesione politica, ma tutta contenuta in un racconto, senza giudizi morali: \u201cUn giorno venne a vedere quello che io facevo, e allora gli dissi: \u2018Capitano, guardi che io ho deciso di fare il pittore, di non fare pi\u00f9 il medico. Che ne dice lei? Che ne dice?\u2019. \u2018Lo puoi fare, lo puoi fare. Tu lo puoi fare. E anzi ti dir\u00f2 di pi\u00f9: quando torneremo in Italia, sar\u00e0 pi\u00f9 facile fare il pittore per te che per me\u2019. E fu proprio cos\u00ec. In seguito capii meglio quello che aveva voluto dirmi: sarebbero cambiati i tempi, le mode, e lui avrebbe fatto fatica a reinserirsi. Al rientro in Italia, poi, non ebbi pi\u00f9 sue notizie: Genova era cos\u00ec lontana, lui era un tipo molto chiuso, io non ne parliamo\u2026 Molto tempo dopo, solo una volta, pass\u00f2 a Roma per salutarmi\u201d (si pu\u00f2 leggere su questo episodio, cos\u00ec laconicamente rammemorato da Burri, un ricordo di Luciano Caprile, apparso sull\u2019Espresso qualche tempo fa).<\/p>\n<p>Ecco, e qui Burri torna a starsene in silenzio. Senza maestri, senza odio per gli uomini, con lo \u201cschifo\u201d per gli \u201camici che fanno la guerra agli amici\u201d, per chi gli ha impedito di curare gli uomini e di farsi onore in battaglia. Questo, da quel che sappiamo per bocca sua, gli ha insegnato la guerra e Hereford. Ma forse anche il rendersi irriconoscibile, irripetibile, come comprese bene nell\u2019insolita veste di filastrocchiere Cesare Brandi, la prima volta che lo conobbe, nel 1960, scrivendogli questa claudicante poesiola, che qui trascrivo dall\u2019autografo riprodotto dalla biografia <em>Burri, una vita<\/em>:<\/p>\n<p>Burri, una lepre,<\/p>\n<p><em>c\u2019est la l\u00e8pre<\/em>?<\/p>\n<p>Burri, gli uccelli,<\/p>\n<p>sono uccelli?<\/p>\n<p>Burri \u2013 alle corte! \u2013<\/p>\n<p>la vita \u00e8 la morte?<\/p>\n<p>Non ci son le rime in urri:<\/p>\n<p>\u00e8 Burri una parola<\/p>\n<p>che rima da sola<\/p>\n<p>come la sorte<\/p>\n<p>con la morte<\/p>\n<p>come la vita,<\/p>\n<p>che al principio e alla fine<\/p>\n<p>ha lo stesso confine.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(Nell\u2019immagine una foto del campo di prigionia di Hereford, Texas.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Della difficile amicizia tra Alberto Burri e le \u201cparole\u201d dice l\u2019artista stesso con le sue poche dichiarazioni e interviste \u2013 3 pubblicate nel corso dell\u2019intera sua vita \u00a0\u2013, e dicono anche le testimonianze di critici e conoscenti (meno quelle degli amici intimi e della gente di Citt\u00e0 di Castello, con cui pare fosse molto pi\u00f9 [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":37,"featured_media":6763,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-6762","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-scie-di-inchiostro"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Ricordi propri e d\u2019altri. 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