{"id":8444,"date":"2017-09-08T17:30:26","date_gmt":"2017-09-08T15:30:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/?p=8444"},"modified":"2017-09-08T21:55:58","modified_gmt":"2017-09-08T19:55:58","slug":"la-mostra-di-venezia-1-di-michele-anselmi-per-cinemonitor","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/la-mostra-di-venezia-1-di-michele-anselmi-per-cinemonitor\/","title":{"rendered":"La Mostra di Venezia ( 9 &#8211; 8 &#8211; 7 &#8211; 6 &#8211; 5 &#8211; 4 &#8211; 3 &#8211; 2 &#8211; 1 ) &#8211; di Michele Anselmi per Cinemonitor"},"content":{"rendered":"<div id=\"js_9\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<div id=\"js_8\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<div id=\"js_9\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<div id=\"js_d\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<div id=\"js_9\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<div id=\"js_a\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<div id=\"js_b\" class=\"_5pbx userContent\" data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}\">\n<p>\u201cHANNAH\u201d: TROPPI TEMPI MORTI ALLA FINE UCCIDONO PURE IL FILM<br \/>\nDALLA FRANCIA UNA TOSTA STORIA DI AFFIDO E ODIO CONIUGALE<\/p>\n<p>La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (11)<br \/>\nD\u2019accordo, siamo alla Mostra internazionale d\u2019arte cinematografica di Venezia, quindi non dovrebbe valere l\u2019antico adagio hollywoodiano secondo il quale \u201cil cinema \u00e8 la vita senza i tempi morti\u201d. Ma se metti in un film solo tempi morti alla fine ammazzi il film medesimo. Capita con \u201cHannah\u201d, quarto titolo italiano in concorso alla 74\u00aa edizione, ambientato in Francia ma firmato dal trentino Andrea Pallaoro, classe 1982. Un tempo l\u2019avremmo definito \u201cfilm da festival\u201d. La formula \u00e8 stantia, neanche corrisponde pi\u00f9 alla realt\u00e0, ma una cosa \u00e8 certa: \u201cHannah\u201d dura solo 95 minuti e sembra non finire mai.<br \/>\nPallaoro ha studiato cinema negli Stati Uniti, quattro anni fa port\u00f2 a Orizzonti il suo \u201cMedeas\u201d, cita tra i suoi ispiratori registe sofisticate come Lucrecia Martel e Chantal Akerman. Per\u00f2, con tutto il rispetto, non basta ingaggiare un\u2019attrice-feticcio come Charlotte Rampling per dare un senso alla storia. \u00c8 lei l\u2019Hannah in questione.<br \/>\nSiamo in un\u2019imprecisata cittadina francese, bench\u00e9 molte riprese siano state fatte a Roma. Dimessa, intristita e dignitosa, l\u2019anziana signora ha appena visto il marito finire in carcere. Non si dice per cosa, ma si capisce via via da segnali e allusioni: pedofilia. Hannah sembra credere all\u2019innocenza del consorte, e intanto la sua vita va progressivamente in pezzi: il figlio non vuole pi\u00f9 vederla, le ritirano la tessera per la piscina, la madre di una vittima bussa alla sua porta, anche i corsi di espressione corporea\/teatrale non la sollevano pi\u00f9.<br \/>\nIl film racconta, per gesti quotidiani che si vorrebbero emblematici di una condizione umana desolata, lo sgretolamento psicologico della protagonista, anche la sua perdita di autocontrollo di fronte alla spietatezza del contesto. Hannah, insomma, come la balena spiaggiata di cui sente parlare in tv, prossima alla fine. Metafora metafora\u2026<br \/>\nCharlotte Rampling naturalmente \u00e8 una garanzia. Magari poco credibile come donna delle pulizie in una villona tutta vetri e specchi, e tuttavia capace di caricarsi sulle spalle l\u2019intero film. Parla bene il francese, il suo fisico altero, mostrato anche senza veli, e le rughe dolenti, da donna messa all\u2019angolo, sono ammirevoli; ma non bastano a fare di \u201cHannah\u201d una riuscita. Sfilacciata e ambiziosa, la storia \u00e8 un po\u2019 fatta di niente: solo di atmosfere meditabonde, di artificioso stile.<br \/>\n* * *<br \/>\nProprio l\u2019opposto di \u201cJusqu\u2019\u00e0 la garde\u201d, l\u2019altro film in concorso della giornata. Anche qui si parla francese, ma il regista esordiente Xavier Legrand, nella vita anche attore, viene da quel Paese, s\u2019\u00e8 fatto le ossa a teatro e cerca una cifra personale. Basterebbero i primi dieci minuti, un autentico pezzo di bravura per forza drammaturgica e tensione interpretativa, a definirne il nascente talento.<br \/>\nDavanti a una giudice, assistiti dai rispettivi avvocati, i divorziati Myriam e Antoine devono risolvere un problema non da poco. Il figlio undicenne Julien ha terrore del padre, non vuole pi\u00f9 vederlo, la donna ha chiesto l\u2019affido esclusivo, ma l\u2019uomo, disposto anche a trasferirsi di citt\u00e0, ottiene l\u2019affido congiunto. Chi dice la verit\u00e0? Il padre \u00e8 davvero cambiato, come dice? La madre \u00e8 prevenuta perch\u00e9 ha un altro uomo?<br \/>\n\u201cVolevo realizzare un film politico, un film di guerra, forse addirittura un horror\u201d spiega Legrand. Magari esagera. Ma \u201cJusqu\u2019\u00e0 la garde\u201d si vede davvero come stando sui carboni ardenti, in un crescendo di ferocia sotterranea, minacce sommesse, scenate profetiche. A Hollywood una storia del genere avrebbe avuto un\u2019altra fine, per\u00f2 anche qui si spara. Il monumentale Denis M\u00e9nochet e la bionda L\u00e9a Drucker sono i due \u201ccombattenti\u201d, mentre il piccolo Thomas Gioria, davvero ben scelto, si ritrova nel mezzo di una guerra coniugale che sembra presa da un acre fatto di cronaca.<br \/>\n* * *<br \/>\nSi spara, e molto, pure in \u201cLe Fid\u00e8le\u201d, terzo film francofono della giornata, inserito tra i Fuori concorso (forse senza molta convinzione). Scritto e diretto dal belga Micha\u00ebl R. Roskam, trattasi di romanzo criminale in bilico tra action-movie all\u2019americana e amour-fou all\u2019europea. Molto lungo, circa 130 minuti, debitore di qualcosa a \u201cThe Town\u201d di Ben Affleck, comunque ben interpretato da due attori mica male: il fiammingo Matthias Schoenaerts, ormai gettonato anche a Hollywood, e la francese Ad\u00e8le Exarchopoulos, che fu lanciata da \u201cLa vita di Adele\u201d di Kechiche. Belli, sensuali e molto \u201cfisici\u201d, i due sono Gino detto Gig\u00ec e B\u00e9n\u00e9dicte detta Bib\u00ec: lui \u00e8 un gangster che rapina banche e furgoni con una banda di vecchi amici; lei \u00e8 una pilota da corsa che lavora nella ricca azienda di famiglia. Si conoscono, si amano, meditano di sposarsi e di fare un figlio. Ma per Gino \u00e8 impossibile smettere di fare il bandito, ce l\u2019ha nel sangue; e naturalmente l\u2019ultimo colpo, il pi\u00f9 spettacolare, sar\u00e0 l\u2019inizio di un calvario. Per entrambi.<br \/>\n\u201cLe Fid\u00e8le\u201d si lascia vedere volentieri, specie nella prima parte, che aggiorna la tradizione dei \u201cpolar\u201d alla Melville, con un sovrappi\u00f9 di sangue e adrenalina. Poi s\u2019impone la tragica storia d\u2019amore, con tanto di malattia, e il film prende un\u2019altra strada, all\u2019insegna del Destino.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>PER KECHICHE UN PO&#8217; GUARDONE ARRIVA \u201cIL TEMPO DEI MELONI\u201d<br \/>\nDALLA CINA UNA BRUTTA STORIA PEDOFILA, SOLDINI TRA I CIECHI<\/p>\n<p>La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (10)<br \/>\nAnche per Abdellatif Kechiche \u00e8 arrivato \u201cIl tempo delle mele\u201d. Anzi dei \u201cmeloni\u201d, come un collega impertinente ha ribattezzato il nuovo film dal titolo enigmatico, \u201cMektoub, My Love: Canto Uno\u201d, per via del goloso sguardo sui giovani corpi femminili allegramente mostrati nelle loro forme tornite. Classe 1960, tunisino, Palma d\u2019oro quattro anni fa a Cannes con lo scandaloso e riuscito \u201cLa vita di Ad\u00e8le\u201d, Kechiche ha fama di cineasta incazzoso e poco incline al sorriso. \u201cMektoub\u201d eccetera batte bandiera francese per lingua e ambientazione, ma \u00e8 stato produttivamente realizzato perlopi\u00f9 con soldi italiani, sicch\u00e9 uscir\u00e0 distribuito da Vision. Magari avr\u00e0 i suoi estimatori da noi, di certo i fischi spazientiti piovuti sulle due proiezioni per i giornalisti alla 74\u00aa Mostra non avranno fatto granch\u00e9 piacere al regista.<br \/>\nKechiche \u00e8 un habitu\u00e9 al Lido, vi ha gi\u00e0 portato \u201cTutta colpa di Voltaire\u201d, \u201cCous Cous\u201d e \u201cVenere nera\u201d, difficile quindi per il direttore Barbera non prendere in concorso il nuovo film, primo capitolo di una trilogia in parte autobiografica, bench\u00e9 alla base ci sia un romanzo di Fran\u00e7ois B\u00e9gaudeau. Spente le due citazioni dal \u201cVangelo\u201d e dal \u201cCorano\u201d, si parte con un prolungato amplesso, anche piuttosto realistico, e bisogna riconoscere che Kechiche sfodera una certa cura nel ritrarre le nudit\u00e0 della fremente fanciulla, che si chiama Oph\u00e9lie, sotto i colpi dello sciupafemmine Toni. A spiarli di nascosto \u00e8 Amin, un aspirante sceneggiatore di origini tunisine, si direbbe alter-ego dell\u2019autore, sceso da Parigi, per le vacanze estive, nell\u2019assolato paesino di mare, non fistante da Marsiglia.<br \/>\nSiamo nel 1994. Bello, magro, osservatore, un po\u2019 timido e &#8220;flosofo&#8221;, il giovane uomo \u00e8 l\u2019opposto del dionisiaco cugino Toni, che in fatto di sesso va forte non solo con la burrosa pastorella Oph\u00e9lie. Sulla spiaggia i due rimorchiano due avvenenti ragazze appena arrivate da Nizza, e si capisce subito che il loro soggiorno sar\u00e0 piuttosto movimentato sul piano sentimentale (diciamo).<br \/>\nKechiche poca ama il montaggio, che forse trova artificioso, infatti gira film interminabili, nei quali ogni scena viene lasciata scorrere ad libitum, affinch\u00e9 sembri rubata dalla vita vera, quasi a sfidare la pazienza dello spettatore. In realt\u00e0 non \u00e8 cinema documentaristico, il suo, bens\u00ec assai meditato: nell\u2019uso della luce naturale e della musica diegetica, nella direzione degli interpreti e nello snocciolarsi della chiacchiera un po&#8217; alla Rohmer ma senza Rohmer.<br \/>\nI sapori della cucina tunisina (c\u2019\u00e8 di mezzo un ristorante di famiglia) fanno tutt\u2019uno con i corpi sodi e voluttuosi di quelle \u201csirene\u201d in costume da bagno, riprese da ogni angolatura in acqua, sulla spiaggia, in discoteca, mentre si vestono o parlano di gelosia e tradimenti. Il doppio parto di una capra ripreso in diretta e l\u2019inevitabile bacio lesbico siglano un film certamente d\u2019autore, ma alquanto scombinato. Difficile arrivare in fondo ai 180 minuti. Kechiche, ormai asceso allo status di venerato maestro, \u00e8 un altro che non lavora ma \u201ccapolavora\u201d.<br \/>\n* * *<br \/>\nDi sesso, ma per nulla gioioso e liberatorio, anzi fosco e perverso, parla anche il cinese \u201cGli angeli vestono di bianco\u201d, scritto e diretto dalla regista Vivian Qu. Pure qui siamo in una cittadina di mare, all\u2019ombra di una gigantesca statua di Marilyn Monroe con le gonne al vento, come nel film \u201cQuando la moglie \u00e8 in vacanza\u201d. Mia, una sedicenne solitaria e senza documenti, fa le pulizie in un hotel, pagata una miseria. Una sera le capita di lavorare alla reception: e dalle telecamere a circuito chiuso osserva un ricco papavero locale mentre molesta e forse stupra due studentesse dodicenni.<br \/>\nIl caso finisce in tv, le ragazzine sono sottoposte a ripetute visite ginecologiche per appurare i fatti, Liu prova a ricattare il potente pedofilo e viene pure pestata, alla fine tutto viene messo a tacere.<br \/>\nIl tab\u00f9 della verginit\u00e0 \u00e8 l\u2019elemento cruciale di questo film strano e malinconico, a tratti amarissimo, dove l\u2019iniziale violenza sessuale sembra quasi un pretesto per raccontare, con quieta sensibilit\u00e0 femminile, i meccanismi di una societ\u00e0 post-comunista crudele e fortemente maschilista.<br \/>\n* * *<br \/>\nArriva sempre, nella carriera di una brava attrice, un ruolo da cieca (un tempo anche da suora o prostituta). Nel nuovo film di Silvio Soldini tocca a Valeria Golino, che col regista milanese aveva girato \u201cLe acrobate\u201d. Presentato tra i Fuori concorso, \u201cIl colore nascosto delle cose\u201d trae ispirazione da un documentario dello stesso Soldini intitolato \u201cPer altri occhi\u201d. L\u2019idea di fondo \u00e8 questa: i non vedenti non sono come il cinema li ha spesso rappresentati, e cio\u00e8 spaventati, depressi, rinunciatari. Di sicuro tale non \u00e8 Emma, appunto Golino, che ha perso la vista a sedici anni e oggi, donna ancora piacente reduce da un divorzio, fa l\u2019osteopata a Roma senza farsi mancare nulla: vestiti, cene, amicizie. Anche per questo la donna finisce nel mirino di Teo, cio\u00e8 Adriano Giannini, un pubblicitario di successo, facile ai tradimenti, immaturo e in fuga dal passato familiare. All\u2019inizio \u00e8 solo una scommessa, per la serie \u201cmi faccio una cieca\u201d, ma poi le cose si complicheranno. Per tutti e due.<br \/>\nSi parte al buio e si finisce al buio, solo al suono delle voci, in modo da proiettare lo spettatore in una sorta di piccola esperienza sensoriale. Il film \u00e8 onesto, anche ben recitato, Soldini esercita uno sguardo non banale sui suoi personaggi. Ma purtroppo manca qualcosa, al termine dei 115 minuti risulta difficile appassionarsi davvero alla storia di Emma e Teo.<br \/>\n* * *<br \/>\nStupisce ogni volta la libert\u00e0 espressiva del cinema israeliano, la sua capacit\u00e0 di affrontare temi spinosi, come la Shoah, la religione o il conflitto con i palestinesi, senza cadere nella retorica, spesso rovesciando le attese, spiazzando lo spettatore. Prendete il magnifico \u201cHa\u2019Edut\u201d, ovvero \u201cLa testimonianza\u201d, di Amichai Greenberg, passato in \u201cOrizzonti\u201d. Yoel \u00e8 un ebreo osservante, molto rispettoso delle tradizioni, che di mestiere fa lo storico dell\u2019Olocausto. Teorizza a un collega: \u201cNon esiste la verit\u00e0 mia o tua, esiste solo la verit\u00e0 assoluta, e bisogna decidere se accettarla o respingerla\u201d. Facile a dirsi.<br \/>\nNel marzo del 1945, in un campo attorno a Lendsdorf, Austria, furono uccisi e sotterrati dalla Gestapo circa 200 ebrei. La fossa comune non \u00e8 stata mai ritrovata e ora qualcuno sta progettando di costruire un complesso immobiliare su quei terreni. Yoel ha i giorni contati per trovare fatti, prove, testimonianze. E intanto, messo sotto pressione dagli eventi, il ricercatore scopre per caso che l\u2019anziana madre malata, sopravvissuta ai campi di sterminio, forse non \u00e8 la donna che ha sempre detto di essere. Indagine familiare e indagine storica si mischiano in questo film teso, serrato, anche dolente, alla fine del quale nulla, per Yoel, sar\u00e0 uguale a prima. Barba inclusa.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I MANETTI BROS. FANNO CENTRO COL LORO MUSICAL CAMMORRISTA<br \/>\nBARDEM GIOCA CON PABLO, DALL\u2019AUSTRALIA UN WESTERN TRISTE<\/p>\n<p>La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (9)<br \/>\nLa battuta che gira tra i festivalieri non \u00e8 male. Da \u201cLa La Land\u201d a \u201cNa Na Land\u201d. Na come Napoli, s\u2019intende. Ormai cittadini onorari della citt\u00e0 partenopea, i romanissimi Antonio e Marco Manetti, meglio noti come Manetti Bros, hanno deciso di dare un seguito al loro fortunato \u201cSong\u2019e Napule\u201d del 2013. Il nuovo film doveva chiamarsi \u201cNun \u00e8 Napule\u201d, ma strada facendo s\u2019\u00e8 preferito \u201cAmmore &amp; malavita\u201d, funzionale al clima da musical survoltato con un occhio al poliziesco d\u2019azione e uno alla sceneggiata strappacuore.<br \/>\nNon ha sbagliato il direttore Alberto Barbera a metterlo in concorso, certo rischiando un po&#8217;; anche se gli interessati, che sono notoriamente burloni, ci scherzano sopra facendo un po\u2019 gli scongiuri: \u201cDiciamo che \u00e8 come se la Sanbenedettese andasse al Bernabeu a giocare contro il Real Madrid\u201d hanno detto a \u201cCiak in Mostra\u201d.<br \/>\nIl film, nato da un\u2019idea di Carlo Macchitella, che coproduce con la societ\u00e0 dei Manetti e soprattutto Raicinema, \u00e8 una riuscita: fresco, divertente, ricolmo di strizzatine d\u2019occhio e parodie cinefile, anche di ottima musica firmata da Pivio &amp; Aldo De Scalzi su testi di Alessandro Garofalo (Nelson). Dura tanto, ben 133 minuti, ma non si guarda mai l\u2019orologio, il che depone a favore dell\u2019esperimento. Rivolto al grande pubblico e tuttavia animato da una certa finezza\/scaltrezza d\u2019autore.<br \/>\nNel frullatore dei Manetti anche \u201cGomorra\u201d diventa lo spunto per uno sfott\u00f2 tra l\u2019affettuoso e il pungente: vedi la gita turistica alle Vele di Scampia, su una scuola-bus rubato, con tanto di scippo per la delizia dei paganti stranieri; ma soprattutto l\u2019apparizione dello spilungone e nasuto Ciro Petrone, il quale, bench\u00e9 armato di Kalashnikov come nel film di Garrone, stavolta viene risparmiato.<br \/>\nLa storia, ridotta all\u2019osso. Scampato per miracolo a un agguato, il potente don Vincenzo finge d\u2019essere morto e si nasconde nella segretissima \u201cpanic room\u201d in attesa d\u2019espatriare con la moglie avida. Nella bara \u00e8 finito un povero venditore di scarpe colpevole solo di somigliargli. Ma un\u2019infermiera precaria ha visto in ospedale ci\u00f2 che non doveva vedere, sicch\u00e9 il superkiller Rosario, met\u00e0 di un duo letale chiamato \u201cLe tigri\u201d, viene spedito a eliminarla. Facile a dirsi: Fatima, la giovane donna, fu nell\u2019adolescenza il primo amore del sicario, che ora, nel ritrovarla uguale e cambiata, non sa pi\u00f9 bene cosa fare\u2026<br \/>\nLe citazioni si sprecano: \u201cFlashdance\u201d, i film di 007, \u201cIl marchese del Grillo\u201d, \u201cRitorno al Futuro\u201d, i polizieschi di John Woo, e via accumulando. Ma non sono ingombranti o gratuite. I Manetti giocano con una certa Napoli \u201cneo-melodica\u201d e col prediletto cinema di genere, ritagliandosi anche una comparsata nella metropolitana di New York. Sopra le righe quanto basta, e pure bravi a cantare e ballare, gli interpreti principali, che sono Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso in doppio ruolo e Gennaro Della Volpe in arte Raiz. Avrete capito che \u201cAmmore e malavita\u201d lavora sui clich\u00e9 partenopei con spirito goliardico, senza prendersi mai sul serio. Per questo di sicuro piacer\u00e0 anche al sindaco Luigi de Magistris e al patron Aurelio De Laurentiis.<br \/>\n* * *<br \/>\nSi spara molto, ma non per ridere, anche in \u201cLoving Pablo\u201d, il film dello spagnolo Ferando L\u00e9on de Aranoa passato tra i Fuori concorso. Il Pablo in questione non \u00e8 Picasso bens\u00ec Escobar, il supernarcotrafficante che terremot\u00f2 la Colombia prima d\u2019essere ucciso in un conflitto a fuoco nel 1993, all\u2019et\u00e0 di 44 anni. Javier Bardem, pure produttore, si diverte a incarnarlo sotto la parrucca riccioluta e le protesi gommose necessarie a farlo sembrare panzone. Il film, purtroppo girato in inglese, \u00e8 rozzo, schematico, ma a suo modo efficace. Il famigerato \u201cre della coca\u201d \u00e8 gi\u00e0 stato portato al cinema da Benicio Del Toro, e tuttavia Bardem, del tutto fuori parte in \u201cmother!\u201d di Aronofsky, qui giganteggia, anche per gigionismo, nel restituire lo spirito imprenditoriale, la ferocia inaudita e le premure paterne del supercriminale. Si allinea al clima a tratti grottesco anche Pen\u00e9lope Cruz, nei panni dell\u2019anchorwoman colombiana Virginia Vallejo, che fu controversa amante di Escobar e poi oggetto di pesanti minacce di morte prima di essere presa sottotutela dalla Dea statunitense. \u201cLoving Pablo\u201d si svolge tra il 1981 e il 1993, secondo gli schemi classici della formula ascesa\/ trionfo\/caduta (un po\u2019 alla \u201cScarface\u201d di De Palma). Talvolta, tra una canzone dei Santana e un aereo del narcotraffico che atterra come niente fosse su un\u2019autostrada della Florida, viene da chiudere gli occhi di fronte alle crudelt\u00e0 perpetrate. Per dire: a un certo punto ammazzano un uomo legandogli un pastore tedesco sulla schiena, naturalmente reso rabbioso dalle botte ripetute.<br \/>\n* * *<br \/>\nTutt\u2019altra atmosfera nel secondo film odierno in concorso. Nella Mostra attraversata dal filo rosso del razzismo e delle migrazioni non guasta l\u2019australiano \u201cSweet Country\u201d del regista, sceneggiatore e direttore della fotografia Warwick Thornton. Titolo da leggere per antifrasi, quel Paese non fu affatto \u201cdolce\u201d vero i nativi; e storia vera, che risale al finire degli anni Venti, tra gli aridi e maestosi panorami dell\u2019Australia centrale, dalle parti di Alice Springs.<br \/>\nThornton applica i moduli narrativi di un certo western minimalista e antropologico per raccontare la fuga a piedi di un cowboy aborigeno e di sua moglie. Accusato di aver ucciso un piccolo proprietario bianco reduce dalla Prima guerra mondiale, dedito a violentare le donne e maltrattare i \u201cneri\u201d, l\u2019aborigeno Sam Kelly ingaggia una sfida neanche tanto simbolica con un sergente razzista deciso a farlo impiccare. Si capisce sin dalle prime inquadrature, a mo\u2019 di flash-forward, che la faccenda, sia pure dopo un processo equo, non finir\u00e0 bene. Ma \u00e8 notevole lo stile severo, fatto di silenzi, dettagli, sospensioni, che Thornton applica a questa ballata amarissima incisa sulla pelle del protagonista Hamilton Morris. Nel cast due attori australiani molto noti a Hollywood negli anni Ottanta e poi quasi scomparsi: Sam Neill e Bryan Brown.<br \/>\nLa facciata di un\u2019erigenda chiesetta, in quel villaggio selvaggio e desolato, suggerisce forse un barlume di speranza, mentre sui titoli di coda echeggiano le note del gospel \u201cThere Will Be Peace in the Valley for Me\u201d cantata da Johnny Cash. Bellissima.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>ARONOFSKY E LA SUA \u201cMOTHER\u201d: LA CONFERMA DI UN CINE-BLUFF<br \/>\n(MA PER FORTUNA ARRIVA DAL GIAPPONE \u201cIL TERZO OMICIDIO\u201d)<\/p>\n<p>La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (8)<br \/>\nDarren Aronofsky era la passione dell\u2019ex direttore della Mostra, Marco M\u00fcller, che infatti piazz\u00f2 in concorso tre dei suoi film, \u201cThe Fountain\u201d, \u201cThe Wrestler\u201d , pure Leone d&#8217;oro, e \u201cIl cigno nero\u201d. Speriamo che non diventi tale anche per l\u2019attuale Alberto Barbera. Intanto per\u00f2 \u00e8 arrivato in prima mondiale al Lido il nuovo \u201cmother!\u201d (con la emme minuscola, vai a sapere perch\u00e9). Fischi e \u201cbuuu\u201d all\u2019anteprima mattutina per la stampa, il che significa poco, stasera fioccheranno gli applausi in Sala Grande.<br \/>\nIn ogni caso pare difficile congegnare qualcosa di pi\u00f9 ridicolo e insensato, a un passo dall\u2019idiozia, e siccome Aronofsky firma pure la sceneggiatura c\u2019\u00e8 poco da fare: la colpa \u00e8 tutta sua. Nelle note sul catalogo il cineasta newyorkese, classe 1969, confessa di aver scritto la prima bozza di \u201cmother!\u201d in soli cinque giorni. Si vede. Avrebbe fatto bene a prendersi qualche ora in pi\u00f9, non fosse altro perch\u00e9 il medesimo Aronofosky aggiunge: \u201cNon sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questa storia\u201d.<br \/>\nTrama top secret fino all\u2019ultimo, un\u2019aura di capolavoro annunciato, un manifesto allusivo che ritrae la vedette Jennifer Lawrence, oggi fidanzata del regista, mentre tiene in mano un cuore insanguinato appena estratto dal suo petto. La madre in questione \u00e8 lei: bionda e paziente, accudisce il marito scrittore in crisi creativa. I due vivono in una suggestiva e lignea \u201cmansion\u201d, appena ricostruita dopo un incendio devastante, nel cuore della campagna americana. Un non luogo, perch\u00e9 &#8211; forse avrete capito &#8211; siamo nel campo della metafora allarmante, dell\u2019incubo strisciante, del mondo letterario di Hubert Selby (espressamente citato dal regista).<br \/>\nLei vuole un figlio, per coronare il matrimonio e dare calore a quell\u2019enorme casa. Lui, incapace di rimettersi a scrivere, \u00e8 restio ad accoppiarsi. Finch\u00e9 uno sconosciuto, piuttosto ag\u00e9, dalla salute periclitante e dai modi insinuanti, non bussa alla porta. Si professa fan dello scrittore, vuole incontrarlo prima di morire, e di l\u00ec a poco si presenta anche la moglie, bella e sensuale. Il giorno dopo \u00e8 la volta dei due figli gi\u00e0 pronti a scannarsi per l\u2019eredit\u00e0. Sar\u00e0 l\u2019inizio di una sarabanda forsennata alla quale la padrona di casa, nel frattempo scopertasi incinta, assiste in un crescendo di segnali premonitori che non promettono nulla di buono: presenze moleste, pavimenti sanguinanti, rumori dalla cantina, riti a un passo dal satanico\u2026<br \/>\nSchematizzando un po\u2019, siamo tra \u201cUno sconosciuto alla porta\u201d e \u201cRosemary\u2019s Baby\u201d, anche se Aronofsky immerge lo spettatore, attraverso lo sguardo della povera protagonista, in quello che definisce \u201cun brodo primordiale di angoscia e impotenza\u201d. Bello a dirsi, meno a vedersi. Il film diventa quasi subito un pastrocchio senza capo n\u00e9 coda. Si evocano la follia di massa nella societ\u00e0 contemporanea, i nuovi fanatismi capaci di tramutarsi in guerra fratricida; ma i modelli estetici sono quelli di un certo horror paranormale e visionario, di forte impronta sonora, dove il cattivo sbuca sempre da dietro la porta aperta di un frigorifero. Jennifer Lawrence, quasi una Madonna addolorata e stupefatta, si misura col marito finto soave Javier Bardem e i minacciosi intrusi Ed Harris e Michelle Pfeiffer. Per tutto il tempo l\u2019attrice pi\u00f9 pagata del cinema hollywoodiano sembra chiedersi: ma in che film sono finita? Purtroppo se lo chiedono anche i festivalieri. Un altro passo falso del concorso.<br \/>\n* * *<br \/>\nPer fortuna, a riequilibrare il tono della giornata, \u00e8 arrivato dal Giappone \u201cThe Third Murder\u201d (\u201cIl terzo omicidio\u201d) di Kore-eda Hirokazu, regista di quel \u201cRitratto di famiglia con tempesta\u201d uscito anche in Italia. Partendo da un assunto poco rassicurante, e cio\u00e8 \u201cil tribunale non \u00e8 il luogo in cui si stabilisce la verit\u00e0\u201d, il cineasta e sceneggiatore immagina un giovane avvocato di gran nome alle prese con un caso controverso. Il signor Misumi, gi\u00e0 condannato per un omicidio commesso trent\u2019anni prima e da poco uscito dal carcere, \u00e8 di nuovo a processo per aver rapinato, ucciso e bruciato un altro uomo, il suo datore di lavoro. Misumi \u00e8 reo confesso, tutto sembra chiaro, difficile evitare la pena di morte. Ma il legale, nell\u2019ascoltare l\u2019interessato e i parenti della vittima, si convince a poco a poco che le cose siano andate in modo diverso.<br \/>\nIl senso del film \u00e8 chiaro sin dal titolo: il terzo omicidio stavolta lo commette lo Stato. Ma \u00e8 il tono della narrazione, disteso e meditabondo, contrappuntato con misura dalle note pianistiche di Ludovico Einaudi, a colpire nel segno. Il regista si interroga su temi cruciali come la natura dell\u2019uomo, la ferocia familiare, l\u2019avidit\u00e0 capitalistica, l\u2019imperfezione della giustizia, lasciando che affiori via via, nello spettatore, un sentimento di quieta rassegnazione rispetto al concetto di Verit\u00e0.<br \/>\n* * *<br \/>\nSi ride invece, ma fino a un certo punto, col documentario dal titolo torrenziale \u201cJim &amp; Andy: The Great Beyond &#8211; The Story of Jim Carrey &amp; Andy Kaufman With a Very Special Contractually Obligated Mention of Tony Clifton\u201d accolto tra i Fuori concorso. L\u2019ha diretto Chris Smith partendo da un\u2019intervista a cuore aperto con Jim Carrey, oggi attore pensoso con il viso incorniciato da una venerabile barba bianca. Nel 1999 il divo dalla faccia di gomma fu chiamato da Milos Forman per incarnare in \u201cMan of the Moon\u201d il comico televisivo Andy Kaufman, morto a soli 35 anni nel 1984. Artista controverso, al tempo stesso irritante e rivoluzionario, perfino oltraggioso nei panni del suo alter ego ciccione Tony Clifton, Kaufman si trasform\u00f2 in una sorta di ossessione per Carrey, allora all\u2019apice del successo.<br \/>\nL\u2019identificazione, fisica e comportamentale, fu assoluta, al punto da provocare pi\u00f9 di un guaio sul set, incluso un breve ricovero in ospedale. Il camaleontico Carrey si sentiva intimamente Kaufman, ne assunse movenze, toni di voce, buffonerie. Faticando, infine, a uscire dal personaggio politicamente scorretto che in buona misura rimandava a se stesso. Composto e pensoso, l\u2019attore canadese, ormai fuori dal giro che conta, rievoca quell\u2019avventura esistenziale\/artistica con l\u2019aiuto di filmati inediti, anche assai gustosi, da \u201cdietro le quinte\u201d. Alla fine viene una gran voglia di rivedere il film di Forman.<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"_3x-2\">\n<div data-ft=\"{&quot;tn&quot;:&quot;H&quot;}\">\n<div class=\"mtm\">\n<div class=\"_2a2q\">\n<div class=\"_46-h\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"_46-i img\" src=\"https:\/\/scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net\/v\/t1.0-0\/s480x480\/21314274_490845501279084_6167942761606787339_n.jpg?oh=ec2e94754a4f4f274a4665130b5212a3&amp;oe=5A1AF3E0\" alt=\"L'immagine pu\u00f2 contenere: 1 persona\" width=\"480\" height=\"319\" \/><\/div>\n<div class=\"uiScaledImageContainer\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"scaledImageFitHeight img\" src=\"https:\/\/scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net\/v\/t1.0-0\/s280x280\/21270799_490845641279070_4554239449832189027_n.jpg?oh=f52be78407b1f580cfce576b6bbbd5a4&amp;oe=5A2094B3\" alt=\"L'immagine pu\u00f2 contenere: 2 persone, primo piano\" width=\"280\" height=\"157\" \/><\/div>\n<div class=\"_46-h\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"_46-i img\" src=\"https:\/\/scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net\/v\/t1.0-0\/s280x280\/21272517_490845761279058_4868499092966396200_n.jpg?oh=a758ee8704c67e18cf1d1321d70780dc&amp;oe=5A1F0657\" alt=\"L'immagine pu\u00f2 contenere: 1 persona, barba, occhiali_da_sole e primo piano\" width=\"280\" height=\"158\" \/><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>FRANCIS MCDORMAND CERCA VENDETTA A EBBING: PRODIGIOSA<br \/>\n\u201cUNA FAMIGLIA\u201d: IL FILM ITALIANO CHE SI VORREBBE NON VEDERE<\/p>\n<p>La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (7)<br \/>\nGeorge Bernard Shaw teorizzava che \u201cinglesi e americani sono due popoli divisi dalla stessa lingua\u201d. Vero, probabilmente. E tuttavia la lingua madre aiuta se dalla vecchia Europa si va negli Stati Uniti per girarvi un film di ambientazione americana. Ogni riferimento a Paolo Virz\u00ec e al suo \u201cThe Leisure Seeker\u201d non \u00e8 casuale. La controprova viene da \u201cThree Billboards Outside Ebbing, Missouri\u201d, scritto e diretto dal drammaturgo londinese, sia pure figlio di irlandesi, Martin McDonagh. Classe 1970, ha diretto film bizzarri come \u201cIn Bruges\u201d e \u201c7 psicopatici\u201d, ma questo nuovo, dal titolo ironicamente descrittivo, \u00e8 il suo migliore. Bene ha fatto Alberto Barbera a prenderlo in concorso alla 74\u00aa Mostra di Venezia, piazzandolo in una giornata non particolarmente felice.<br \/>\nSiamo appunto a Ebbing, cittadina nello Stato del Missouri (confederato all\u2019epoca della Guerra Civile). Dove, estenuata dal disinteresse della polizia riguardo alla morte atroce della figlia, rapita, stuprata e bruciata, la tosta Mildred Hayes decide di noleggiare per un anno tre enormi cartelloni pubblicitari dismessi. L\u00ec affigge, su fondo rosso, un\u2019unica scritta divisa per tre che suona come un atto d\u2019accusa nei confronti dello stimato sceriffo Willoughby. La donna, pure mollata dal marito per una diciannovenne, \u00e8 rabbiosa, esacerbata, esige di riaprire le indagini ferme da sette mesi. Come un caterpillar, Mildred non guarda in faccia a niente e nessuno, neanche il tumore al pancreas che sta uccidendo Willoughby sembra fermarla. E intanto, nell\u2019intrecciarsi di eventi sempre pi\u00f9 minacciosi, tra suicidi, incendi e minacce, anche il poliziotto pi\u00f9 fesso del posto, un certo Dixon, sembra finalmente deciso a cercare la verit\u00e0.<br \/>\n\u201cThree Billboards Outside Ebbing, Missouri\u201d non \u00e8 solo ben scritto e recitato. Lo spunto della vendetta materna, tipico di un certo cinema americano di svelto consumo, viene maneggiato da McDonagh con vivo senso dello spettacolo e densa ambiguit\u00e0 etica. Il guscio \u00e8 da commedia nera, con personaggi buffi, battute fulminanti e rigurgiti \u201csuprematisti\u201d, ma rispetto a \u201cSuburbicon\u201d di Clooney tutto \u00e8 tenuto insieme meglio, senza affondi farseschi, in bilico tra apologo morale e ballata sudista, in linea con il dilemma che attraversa un po\u2019 tutta la vicenda. Quale? Ogni azione, anche commessa a fin di bene, rischia di produrre conseguenze inattese, anche nuove ingiustizie.<br \/>\nFrancis McDormand \u00e8 prodigiosa, come sempre, nel dare corpo a questa madre scorticata e risoluta, molto country, dalla lingua tagliente e lesta a menare le mani. Ma non sono da meno Woody Harrelson, finalmente toccante, e Sam Rockwell, al solito survoltato, nei ruoli dello sceriffo malato e del vice razzista. Le note accattivanti di \u201cThe Night They Drove Old Dixie Down\u201d ci ricordano in che America siamo. Anche se il finale aperto istilla nello spettatore un palpito di ragionevole speranza sulla natura umana.<br \/>\n* * *<br \/>\nSenza speranza, nel senso del risultato artistico, \u00e8 invece il secondo film tricolore sceso in competizione, dopo &#8220;The Leisure Seeker&#8221;. Si chiama \u201cUna famiglia\u201d, \u00e8 firmato dal catanese Sebastiano Riso, 34 anni, fattosi notare col precedente \u201cPi\u00f9 buio di mezzanotte\u201d. Non so se sia rubricabile sotto la loffia etichetta \u201cfilm da festival\u201d, ma so che \u201cUna famiglia\u201d riassume tutti i difetti di un certo cinema d\u2019autore all\u2019italiana: ridicolo involontario, scene madri urlate, balletti in salotto, dialoghi inconsistenti, sospensioni pensose, fotografia livida. Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel sono Maria e Vincent, una coppia abile nel mimetizzarsi che si nasconde in una periferia romana desolata e anonima. Il loro \u201clavoro\u201d? Mettono al mondo figli che vendono per 50 mila euro, naturalmente al di fuori di ogni regola, a coppie sterili pronte anche a indebitarsi e far mutui. Lei, vittima e complice insieme, \u00e8 sfibrata fisicamente, vorrebbe smettere, infatti si fa impiantare di nascosto la spirale dal ginecologo che dirige il traffico; lui, al quale nulla sfugge, \u00e8 una specie di \u201cpadre-padrone\u201d met\u00e0 orco diabolico e met\u00e0 amante caliente. Tutto precipita quando due ricchi omosessuali, s\u2019intende attori, si faranno sotto per coronare il loro sogno di paternit\u00e0.<br \/>\nIl film, pare nato da un\u2019esperienza personale vissuta dal regista, non intende essere un instant-movie sui temi dell\u2019utero in affitto, delle leggi retrograde e delle adozioni illegali. L\u2019ambizione \u00e8 pi\u00f9 alta: Riso racconta un estremo dramma dei sentimenti, una perversa dinamica di coppia che pesca nella cronaca per sublimarsi nella tragedia. Bruel, in Francia, \u00e8 un cantante alla moda, rassicurante: quindi deve essergli piaciuta l\u2019idea di farsi &#8220;mostrizzare&#8221;. Ramazzotti, sempre pi\u00f9 scarnificata, dovrebbe mangiare un po\u2019 di pi\u00f9 e mutare espressione. \u00c8 una brava attrice, non ci piove, ma non sempre sceglie i copioni giusti.<br \/>\n* * *<br \/>\nQuanto al terzo titolo in competizione, \u201cEX LIBRIS &#8211; The New York Public Library\u201d, torrenziale documentario dell\u2019americano Frederick Wiseman, confesso di aver resistito poco pi\u00f9 di un\u2019ora in sala (l\u2019intera faccenda dura 197 minuti). Bostoniano del 1930, Oscar onorario, regista eclettico e venerato, Wiseman realizza un esauriente reportage su quella che \u00e8 considerata \u201cuna delle pi\u00f9 grandi istituzioni del sapere al mondo\u201d, appunto la Biblioteca pubblica di New York. Diciotto milioni di utenti, 32 milioni di visitatori on line, un luogo di accoglienza, scambio culturale, confronto religioso, creativit\u00e0 artistica. Lo sguardo del regista \u00e8 rigoroso, il risultato piuttosto noioso. Il fuggi fuggi \u00e8 stato massiccio, ma chi ha resistito fino in fondo ne parla molto bene. Ci fidiamo. Per\u00f2 gli si faceva un piacere a metterlo fuori concorso.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>VIRZ\u00cc FA L\u2019AMERICANO ON THE ROAD, MA IN ITALIA GLI VIENE MEGLIO<br \/>\nGU\u00c9DIGUIAN TRA PROFUGHI E BRECHT, JUDI RIF\u00c0 QUEEN VICTORIA<\/p>\n<p>La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (6)<br \/>\nSi parte con \u201cIt\u2019s Too Late\u201d di Carole King e si finisce con \u201cMe and Bobby McGee\u201d di Janis Joplin. Le canzoni, tra il nostalgico e l\u2019evocativo, non mancano di certo in \u201cThe Leisure Seeker\u201d di Paolo Virz\u00ec, primo film italiano, bench\u00e9 girato in inglese negli Stati Uniti, sceso in gara alla 74\u00aa Mostra di Venezia. Applausi calorosi pure alle due proiezioni per la stampa, con un sospetto di claque; commenti esaltanti su Facebook, del tipo: \u201cGrandissimo Virz\u00ec, grandissimo\u201d o \u201cChe dominio del sentimento, che romanticismo avventuroso\u201d; un passaparola festivaliero che evoca gi\u00e0 il capolavoro, o gi\u00f9 di l\u00ec. Sommessamente non concordo.<br \/>\nPaolo Virz\u00ec \u00e8 un brillante regista, tra i pi\u00f9 bravi in Italia: sa scrivere bene, trae sempre il meglio dai suoi attori, possiede il senso della \u201ccommedia umana\u201d, ha precisato con gli anni uno stile personale e popolare allo stesso tempo. Tuttavia \u201cThe Leisure Seeker\u201d, tratto dal romanzo di Michael Zadoorian da noi edito col titolo \u201cIn viaggio contromano\u201d, non \u00e8 una riuscita. Un qualsiasi regista anglosassone di buon calibro avrebbe girato la storia \u201con the road\u201d esattamente cos\u00ec, alternando situazioni umoristiche e affondi drammatici, panorami suggestivi e torsioni aspre.<br \/>\nVirz\u00ec non \u00e8 al suo primo film americano. Per\u00f2 \u201cMy name is Tanino\u201d fu realizzato in situazioni produttive improbe, umilianti, nel cuore del tracollo di Cecchi Gori; mentre oggi, reduce dal successo di \u201cLa pazza gioia\u201d, il cineasta livornese gode giustamente di mezzi e opportunit\u00e0 (produce e distribuisce Raicinema-01). Infatti ha potuto ingaggiare due interpreti di levatura internazione, come il canadese Donald Sutherland e l\u2019inglese Helen Mirren, per animare l\u2019ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani. Cambia un po\u2019 il percorso rispetto alla pagina scritta, la sceneggiatura firmata con Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Stephen Amidon aggiunge qualche digressione al cine-racconto, ma resta intatto il cuore della storia.<br \/>\n\u201cThe Leisure Seeker\u201d significa \u201cil cercatore di svago\u201d, dal nome dato a un camper della Winnebago molto in voga negli anni Settanta. \u00c8 su un vecchio esemplare del 1975 che Ella e John salgono una mattina, senza dir nulla ai figli quarantenni, per un viaggio verso Sud dai contorni altamente simbolici. La destinazione \u00e8 Key West, per visitare la famosa casa di Hemingway, e non sar\u00e0 facile arrivare fin l\u00ec da Boston. Ella, ormai devastata dalle metastasi, ha deciso di sottrarsi a inutili cure mediche, ma non riesce a separarsi dalla sua parrucca; John, malato di Alzheimer, alterna momenti di lucidit\u00e0 a stati di rimbambimento totale, e sempre pi\u00f9 spesso se la fa sotto.<br \/>\nVirz\u00ec definisce il suo film \u201cuna ballad buffa e triste, con qualcosa di irragionevole e pazzoide, ma vitale e felice\u201d. Secondo i canoni del genere picaresco, sia pure in chiave crepuscolare, il film pedina i due anziani &#8211; lui prof colto e democratico, lei concreta e repubblicana &#8211; in quella fuga liberatoria verso la libert\u00e0 dai condizionamenti dell\u2019et\u00e0. E intanto, a ogni fermata, le diapositive proiettate sul camper rievocano giovent\u00f9, viaggi e tappe di quella vita in comune. Amorosa, litigarella, non sempre lineare.<br \/>\nNaturalmente Sutherland &amp; Mirren arpeggiano su tutta la tastiera della commozione, si fa un gran parlare di Hemingway, Joyce, Melville, echeggia anche Bob Dylan e una piccola manifestazione pro-Trump offre il pretesto per lo sfott\u00f2 d\u2019obbligo. Il film, fitto di battute sulla vecchiaia e di incontri bizzarri, sfodera un andamento lento ancorch\u00e9 a tratti toccante. Virz\u00ec replica un po\u2019 lo schema di \u201cLa pazza gioia\u201d. Ma si rimpiangono, suppergi\u00f9 sulla stessa materia, film come \u201cA proposito di Schimdt\u201d e \u201cLittle Miss Sunshine\u201d.<br \/>\n* * *<br \/>\nLa fatica dell\u2019invecchiare torna anche nell\u2019altro titolo in gara, il francese \u201cLa villa\u201d di Robert Gu\u00e9diguian. Regista di ispirazione comunista arrivato al successo di nicchia con \u201cMarius et Jeannette\u201d, del 1997, Gu\u00e9duguian non si allontana mai granch\u00e9 dalla natia Marsiglia e usa sempre gli stessi interpreti: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, G\u00e9rard Meylan, Jacques Boudet\u2026 Cinema \u201cin famiglia\u201d, a basso costo, spesso di ambientazione operaia, malinconico e combattivo insieme. Qui siamo a \u201cla calanque de M\u00e9jean\u201d, un ameno villaggio di pescatori non distante da Marsiglia, sovrastato da un gigantesco viadotto ferroviario. Un ottantenne, colpito da paralisi, sta morendo nella sua bella casa con affaccio sul mare, \u201cla villa\u201d appunto. Per i tre figli \u00e8 arrivato il momento di rivedersi e discutere del dopo: la diva teatrale Ang\u00e8le non s\u2019\u00e8 mai ripresa dalla morte in acqua della figlia; il professore marxista Joseph si presenta con una ricca fidanzata che ha met\u00e0 dei suoi anni; il ristoratore Armand \u00e8 l\u2019unico rimasto a vivere nel borgo.<br \/>\nI film di Gu\u00e9diguian non piacciono pi\u00f9 ai cinefili, sono giudicati stanchi, ripetitivi, na\u00eff. Eppure \u201cLa villa\u201d, nonostante la chiacchiera un po\u2019 esibita e le sottolineate citazioni brechtiane da \u201cL\u2019anima buona di Sezuan\u201d, sfodera pregi superiori ai difetti. L\u2019irrompere in quella caletta di tre bambini profughi, salvi per miracolo dall\u2019annegamento, porr\u00e0 i tre fratelli di fronte a una scelta morale che non \u00e8 pi\u00f9 figlia di una politica collettiva ma di una solidariet\u00e0 individuale, di una personale ribellione alle leggi dello Stato. Un consiglio: non bisogna prendere alla lettera \u201cLa villa\u201d, l\u2019ideologia di Gu\u00e9diguian si stempera nel rito familiare, nei paradossi dell\u2019esistenza. Chiss\u00e0 se uscir\u00e0 mai in Italia.<br \/>\n* * *<br \/>\nAndr\u00e0 invece benissimo in sala, dove uscir\u00e0 il 26 ottobre con la Universal, \u201cVictoria &amp; Abdul\u201d di Stephen Frears, accolto tra i Fuori concorso. Quattro anni dopo \u201cPhilomena\u201d il bravo regista britannico torna a lavorare con la straordinaria Judi Dench. Il film ricostruisce l\u2019inaspettata e un po\u2019 scandalosa amicizia tra la regina Vittoria e il giovane commesso indiano Abdul Karim. Storia vera, ancorch\u00e9 romanzata da Lee Hall con qualche spiritosa licenza. Piccola curiosit\u00e0: Judi Dench incarna per la seconda volta la regina Vittoria che regn\u00f2 per 63 anni (mor\u00ec nel 1901). La prima fu nel 1997, in \u201cLa mia regina\u201d di John Madden, e anche l\u00ec la regina intratteneva, dopo la morte del marito Albert, un\u2019amicizia considerata impropria con un ruvido stalliere scozzese, tal John Brown. Nel suo genere \u201cVictoria &amp; Abdul\u201d \u00e8 perfetto: fa spesso sorridere ed \u00e8 recitato benissimo, ricostruisce i rituali di corte con britannica perfidia, non edulcora pi\u00f9 di tanto il bizzarro rapporto che un\u00ec, dal 1887 in poi, il devoto contabile musulmano, interpretato da Al\u00ec Fazal, alla ruvida e annoiata \u201cqueen\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019ISRAELIANO MAOZ BALLA UN \u201cFOXTROT\u201d SURREALE E CRUDELE<br \/>\nL\u2019AMERICANO CLOONEY IMITA I COEN A COLPI DI COMMEDIA NERA<br \/>\nL\u2019israeliano Samuel Maoz ha molto da dire, col suo \u201cFoxtrot\u201d, e lo fa in modi complicati e spiazzanti; l\u2019americano George Clooney non ha molto da dire, col suo &#8220;Suburbicon\u201d, e lo fa in modi divertenti e prevedibili. In ogni caso giornata buona, almeno per quanto riguarda il concorso, alla 74\u00aa Mostra di Venezia.<br \/>\nLeone d\u2019oro 2009 a Venezia con \u201cLebanon\u201d, ovvero la guerra vista dall\u2019interno di un carro armato israeliano, Maoz non si allontana granch\u00e9 dal tema, sia pure escogitando qui una densa partitura in tre atti, partendo, per sua diretta ammissione, da un aforisma di Einstein: \u201cLa coincidenza \u00e8 il modo usato da Dio per restare anonimo\u201d. La cine-parabola \u00e8 filosofica, anche bizzarra per i repentini cambi di tono, volutamente teatrale nella messa in scena. Il foxtrot \u00e8 un ballo che evoca atmosfere tra il languido e il nostalgico, ma in questo caso sono i quattro passi fondamentali &#8211; ogni volta, disegnando una specie di quadrato, si torna al punto di partenza &#8211; a fornire la chiave metaforica della vicenda, nella quale ogni evento rimanda a un altro, in un inseguirsi di episodi ricorrenti.<br \/>\nDue soldati si presentano alla porta di un borioso architetto, Michael Feldman. La moglie Dafna apre e sviene appena li vede. Il figlio ventenne Joseph, caporale dell\u2019esercito israeliano, \u00e8 morto al fronte. Disperazione, rabbia, ansia. Il cinquantenne padrone di casa ha fatto il soldato, ma \u00e8 ateo, politicamente di sinistra: per questo risponde con fastidio crescente alle premure della burocrazia militare, lesta a organizzare le esequie del giovanotto secondo patriottica ritualit\u00e0. Solo che Joseph non \u00e8 morto, un errore di omonimia; la buona notizia irrompe nella famiglia gi\u00e0 in lutto, ma Michael, a quel punto, non si fida. E ci fermiamo qui. Sappiate solo che il secondo atto trasporta lo spettatore nell\u2019isolato posto di blocco dove Joseph e tre compagni d\u2019arme vigilano sul nulla sommersi dal fango, mentre il terzo ci riporta nella casa dell\u2019architetto per un confronto serrato tra lui e la moglie.<br \/>\nIntermezzi surreali o a fumetti, dettagli cromatici o iperrealistici, insistite riprese dall\u2019alto, anche un tono beffardo e iconoclasta che non piacer\u00e0 agli alti comandi militari e agli ambienti della destra governativa (ogni guerra ha le sue \u201cvittime collaterali\u201d da nascondere).<br \/>\n\u201cFoxtrot\u201d \u00e8 certamente un film compiaciuto, molto artificioso, a tratti irritante; ma affiora, nel precisarsi degli eventi collegati alle vicende dei Feldman e alle giravolte del \u201cfato\u201d, una ricchezza etica\/estetica non comune, anche la libert\u00e0 a tutto tondo di un cineasta capace di interrogarsi, fuori da ogni schema, sulla Fede e la presenza di Dio.<br \/>\n* * *<br \/>\nNel confronto, \u201cSuburbicon\u201d di George Clooney sembra acqua fresca. Amabile, brillante, sardonico, con qualche affondo macabro in linea con il cinema dei prediletti Coen. Proprio i due fratelli hanno fornito la sceneggiatura, scritta negli anni Ottanta, mai diventata film e rimaneggiata per l\u2019occasione dal famoso attore, qui al suo sesto film da regista.<br \/>\nTrattasi di commedia nera, sia pure immersa, per contrasto, in una ridente cittadina di fine anni Cinquanta chiamata, appunto, Suburbicon (il riferimento \u00e8 alla vera Levittown). Qui, tra casette a schiera, portalettere sorridenti, tinte albicocca e cartelli beneauguranti, una piccola e media borghesia rigorosamente bianca assiste con sconcerto all\u2019arrivo di una famiglia \u201cdi colore\u201d. E intanto, mentre monta il rigurgito razzista verso i nuovi arrivati, la famiglia Lodge viene sconvolta da un brutale e inspiegabile sequestro in stile \u201cPromontorio della paura\u201d che finisce con la morte, apparentemente accidentale, di una donna sulla sedia a rotelle.<br \/>\nIl tono generale tra buffo, survoltato e feroce fa simpatia, tutto torna negli snodi narrativi, i riferimenti a Trump e ai \u201csuprematisti\u201d arrivano a segno, la ricostruzione d\u2019ambiente \u00e8 perfetta. E naturalmente Matt Damon, Julianne Moore e Oscar Isaac sono bravi nel maneggiare i ridicoli personaggi. Solo che Clooney-regista non ha il tocco lucente dei Coen. La sua commedia, accolta comunque da calorosi applausi, \u00e8 frenetica ma un po\u2019 inerte.<br \/>\n* * *<br \/>\nVedrete che passer\u00e0 sotto silenzio il francese \u201cLa m\u00e9lodie\u201d di Rachid Hami, inserito tra i Fuori concorso in una chiave vagamente pop. Certo non \u00e8 il classico film per cinefili, per\u00f2 si lascia vedere volentieri. Per storia e atmosfera siamo un po\u2019 dalle parti di \u201cGoodbye Mr. Holland\u201d, 1995, con Richard Dreyfuss. Nell\u2019odierna Parigi multietnica e periferica (la torre Eiffel appare in lontananza, piccola piccola) un concertista cinquantenne deluso, demotivato, pure padre irrisolto, accetta di insegnare il violino in una classe di dodicenni. All\u2019inizio nessuno se lo fila, i ragazzini pensano ad altro a quell\u2019et\u00e0, ma il prof. Simon tiene duro, vede nel solitario e ciccione Arnold un talento in erba, capisce che vale la pena di impegnarsi con la classe in vista del concerto di fine anno alla Filarmonica. Tutto gi\u00e0 visto, ma Kad Merad \u00e8 perfetto nell\u2019incarnare, con quello sguardo da cane bastonato, l\u2019insegnante capace di ritrovare, nel contatto con i ragazzi vivaci e sensibili, la voglia di divertirsi. Sui titoli di coda, per contrasto, echeggia \u201cFreedom\u201d di Richie Havens.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>ROBERT &amp; JANE E LE ANIME DI NOTTE. UN PO\u2019 RIFATTI MA ONESTI<br \/>\nPRIMO SCIVOLONE DEL CONCORSO CON \u201cHUMAN FLOW\u201d DI WEIWEI<br \/>\nBisogna dire la verit\u00e0: Robert Redford e Jane Fonda sono, allo stesso tempo, la forza e la debolezza di \u201cLe nostre anime di notte\u201d. Il film di Ritesh Batra, tratto dall\u2019ormai famoso romanzo breve di Kent Haruf edito in Italia da NN, \u00e8 approdato in prima mondiale, fuori concorso, alla 74\u00aa Mostra di Venezia per completare il Leone d\u2019oro alla carriera conferito ai due grandi attori ottantenni. Gli applausi sono risuonati calorosi in Sala Grande, s\u2019intende, ed \u00e8 giusto cos\u00ec: perch\u00e9 Robert &amp; Jane, qui al loro quarto film insieme, sono bravi, convincenti, anche misurati, insomma non strafanno sullo schermo, intonandosi al registro buffo\/malinconico della storia. Senza il loro s\u00ec probabilmente Netflix non l\u2019avrebbe mai prodotto. E tuttavia i due carismatici divi appaiono vagamente \u201cingombranti\u201d rispetto all\u2019intima sostanza della pagina scritta: troppo truccati, troppo levigati, troppo ritoccati per risultare veri. Pensate se al loro posto avessero duettato, sullo stesso tema, che so, Richard Jenkins e Susan Sarandon o Richard Dreyfuss e Meryl Streep\u2026<br \/>\nIl film segue fedelmente, con qualche ovvia libert\u00e0 sceneggiatoria, la pagina scritta. Chi ha apprezzato il romanzo ricorder\u00e0 l\u2019incipit: \u201cE poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio\u201d. Siamo nell\u2019immaginaria cittadina di Holt, in Colorado. I due, poco pi\u00f9 che settantenni, entrambi vedovi, vivono giornate sempre pi\u00f9 svuotate di incombenze e impegni, dentro una solitudine che pesa. Scatta qui la proposta neanche troppo \u201cindecente\u201d di lei: \u201cVuoi passare le notti da me?\u201d. Lui accetta, nasce una storia di intimit\u00e0, amicizia e amore. Ma che dir\u00e0 la piccola comunit\u00e0 di Holt e soprattutto i figli dei due \u201camanti\u201d tardivi?<br \/>\nNon siamo nel mondo di \u201cHarmony\u201d, come pure qualcuno ha sfotticchiato qui al Lido. Certo \u00e8 facile demolire \u201cLe nostre anime di notte\u201d se la storia non interessa o viene considerata prevedibile. L\u2019et\u00e0 dello spettatore, in questi casi, conta; non a caso Netflix, che mander\u00e0 direttamente il film in tv il 29 settembre senza farlo uscire in sala, stavolta sembra puntare a un pubblico pi\u00f9 tradizionale e \u201cgeneralista\u201d.<br \/>\nA parer mio, il film restituisce bene il tono sommesso ma non banale di quell\u2019incontro amoroso, i palpiti e gli imbarazzi a letto, il dischiudersi dei ricordi, anche i pi\u00f9 agri, la quieta crudezza di un destino familiare che finir\u00e0 per separare, ma non del tutto, i due innamorati.<br \/>\nRedford, sempre in jeans, camicie a scacchi e giacca da lavoro Carhartt, \u00e8 un Louis incuriosito e fattivo, che recupera strada facendo qualit\u00e0 pedagogiche ritenute sepolte. Fonda, parruccona grigia e gote porcellanate, porta invece nella coppia il brivido di una piccola trasgressione, il piacere di rimettersi in gioco, in fondo anche sessualmente. Musica folk con aggiunta di Emmylou Harris e Willie Nelson fanno da contrappunto alla ballata senile il cui senso \u00e8 bene riassunto da una frase che Louis sospira alla sua Addie: \u201cVoglio solo vivere la mia giornata e venire a raccontartela la sera\u201d.<br \/>\n* * *<br \/>\nQuanto al concorso, il terzo giorno batte la fiacca, ed \u00e8 un peccato perch\u00e9 s\u2019era partiti benissimo. L\u2019inglese Andrew Haigh, quello di \u201c45 anni\u201d, si trasferisce stavolta nell\u2019Oregon americano per raccontare, con \u201cLean on Pete\u201d la storia di un adolescente che ruba un cavallo. Detta cos\u00ec, parrebbe una roba da ragazzi, ma in realt\u00e0 il film, come il romanzo del musicista Willy Vlautin da cui \u00e8 tratto, non inclina al sorriso, anzi.<br \/>\nCharley Thompson \u00e8 il nome del sedicenne in questione, incarnato dal vibrante Charlie Plummer. Abbandonato dalla madre appena nato, tirato su da un padre affettuoso quanto sventato con le donne sposate, Charley trova una specie di famiglia in Del, uno spiegazzato e truffaldino addestrare di cavalli da corsa, e nella sua fantina e complice (sono Steve Buscemi e Chlo\u00eb Sevigny). Echi di Steinbeck, Shepard e McCarthy risuonano nel libro, cos\u00ec leggiamo; mentre il film, lungo due ore e piuttosto divagante, a tratti noioso, cerca la chiave del racconto di formazione, specie quando Charley, alla ricerca di una zia nel Wyoming, sottrae ai due il vecchio cavallo Lean on Pete altrimenti destinato a un macello messicano. Paesaggi desolati, miseria diffusa, puledri dopati, barboni violenti: \u00e8 in questo contesto che Charley prova a non farsi travolgere dagli eventi, semmai a guidarli, confidando nella propria innocenza.<br \/>\n* * *<br \/>\nSe \u201cLean on Pete\u201d si lascia vedere, il documentario \u201cHuman Flow\u201d dell\u2019eclettico artista cinese Ai Weiwei sta in concorso senza un motivo (per\u00f2 \u00e8 distribuito da Raicinema). Su Facebook il collega Gabriele Niola ha riassunto cos\u00ec il proprio giudizio: \u201cUn documentario grande e grosso, ma compilativo. Quantitativo. Con un\u2019inutile e vanesia sovraesposizione dell\u2019autore\u201d. Meglio non si poteva dire. Lungo 140 minuti, ma potrebbe durarne 30 di meno o 30 di pi\u00f9 e nulla cambierebbe, il film sposa una causa nobile. Vuole metterci di fronte alla portata sconvolgente del \u201cflusso umano\u201d rappresentato da milioni di rifugiati in cerca di un po\u2019 di pace, lavoro e tranquillit\u00e0. Girato in 23 Paesi, inclusa l\u2019Italia ma non la Cina e dintorni, \u201cHuman Flow\u201d registra, senza spiegare granch\u00e9, tragedie epocali, migrazioni disperate, singole storie di sofferenza e umiliazione. Purtroppo lo fa con un\u2019estetica effettata, tutta droni, selfie e composizioni visive sghembe.<br \/>\nPoi c\u2019\u00e8 lui, Ai Weiwei, praticamente sempre in campo, lesto a calarsi nell\u2019inferno degli sradicati, a condividerne fame e stenti, puzze e cartoni, anche a farsi tagliare barbona e capelli per sentirsi uno di loro. Solo per un po\u2019 (lui \u00e8 ricchissimo e vive a Berlino).<br \/>\n* * *<br \/>\nCi sarebbe da dire, nella giornata Netflix, anche di \u201cSuburra: La Serie\u201d, nata sulle orme dell\u2019omonimo film di Stefano Sollima. Un antipasto di 100 minuti (andr\u00e0 in onda dal 6 ottobre) \u00e8 stato mostrato alla stampa, tre i registi coinvolti nella fattura delle 10 puntate: Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi. Se il film era, drammaturgicamente, tagliato con l\u2019accetta, la filiazione televisiva accentua l\u2019impressione, riprendendo alcuni dei personaggi, in una chiave forsennata e iper-violenta, tra porporati viziosi, clan in guerra, echi di \u201cMafia Capitale\u201d, il sindaco che sta per dimettersi, politici corrotti, fanciulle desnude. Tutti recitano urlando, sparando e pippando: magari \u00e8 la nuova frontiera della tv giovanile.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>DOWNSIZING\u201d PARTE BENISSIMO, POI DIVENTA PICCOLO PICCOLO<br \/>\nNICCHIARELLI SUONA UN BLUES PER NICO, FRIEDKIN INDEMONIATO<br \/>\nPeccato. \u201cDownsizing\u201d poteva essere un gran film, e per due terzi tale \u00e8, purtroppo si perde nell\u2019ultimo atto, smaterializzandosi tra fiordi norvegesi, apocalissi annunciate e nuove Arche di No\u00e8, lasciando un senso di quieta delusione. Pochi applausi, neanche convinti, alla proiezione mattutina per la stampa della nuova creatura di Alexander Payne, scelta dal direttore Alberto Barbera per inaugurare la 74\u00aa Mostra (magari, invece, il pubblico in Sala Grande impazzisce). Payne \u00e8 regista brillante ed eclettico, non fa un film uguale all\u2019altro. Il mio preferito \u00e8 \u201cParadiso amaro\u201d, ma anche \u201cA proposito di Schmidt\u201d, \u201cSideways\u201d e \u201cNebraska\u201d non sono male. Con \u201cDownsizing\u201d il tema da fantascienza prossima ventura \u00e8 dichiarato gi\u00e0 nel titolo, che significa \u201criduzione\u201d: in questo caso, miniaturizzazione. Un classico del genere.<br \/>\nAlzi la mano chi, oggi attorno ai sessant\u2019anni, da bambino non ha eletto \u201cViaggio allucinante\u201d tra i film del cuore? E si potrebbero citare, tra i tanti, \u201cRadiazioni Bx: distruzione uomo\u201d, \u201cTesoro mi si sono ristretti i ragazzi\u201d, pure il recente \u201cAnt-Man\u201d. Ma bisogna riconoscere che Payne e il suo sceneggiatore Jim Taylor affrontano l\u2019argomento da un punto di vista del tutto inedito, anche sorprendente. \u201cUna satira sociale di dimensioni epiche, con protagonisti alti dodici centimetri\u201d sintetizza il regista americano a proposito del film. Il quale immagina che, sulla scorta di un riuscito esperimento messo a punto da scienziati norvegesi, l\u2019uomo moderno possa ridurre la propria taglia, in una scala da 2.744 a 1. Si resta uguali nelle fattezze, a patto di aver prima rimosso capsule dentali e placche ossee altrimenti tutto esplode, e naturalmente la vita dei neo-lillipuziani conosce un considerevole risparmio: meno cibo, meno spazio, meno benzina, meno vestiti, meno consumi, meno energia.<br \/>\nIl 3 per cento della popolazione mondiale si converte alla \u201criduzione\u201d, e tra questi c\u2019\u00e8 una felice coppia sposata di Omaha (Nebraska), i Safranek, cio\u00e8 Matt Damon e Kristen Wiig. La banca non concede loro il mutuo desiderato, cos\u00ec, stanchi di stringere la cinghia, i due vendono tutto e si fanno rimpicciolire: li aspetta il magnifico mondo di LeisureLand. Per\u00f2 non tutto va come previsto, solo lui, Paul, si ritrova miniaturizzato nella sontuosa magione alta come uno scatolone e sar\u00e0 l\u2019inizio di una strana odissea ricolma di sorprese e incontri.<br \/>\nNon storcete il naso, perch\u00e9 incanta il modo con il quale Payne racconta i due mondi paralleli, appunto dei \u201cminuscoli\u201d e dei \u201cgiganti\u201d (cio\u00e8 i normali). Sul filo di una parabola ben temperata, a tratti assai divertente, scopriamo che l\u2019invidia nei confronti dei miniaturizzati, scopertisi improvvisamente ricchi rispetto alla vita precedente, si traduce in rancore sociale e delegittimazione civile, per la serie: quanto vale il loro voto? Ma anche a LeisureLand non tutto \u00e8 come sembra: dietro la superficie liliale e privilegiata si staglia una realt\u00e0 classista, nascosta da una specie di muro, che oscura alla vista dei ricchi decine di container popolati di miserabili, malati, barboni, immigrati. Tra questi una vietnamita ribelle che fu incarcerata e rimpicciolita in patria, e ora, vistosamente zoppa, fa le pulizie per campare e aiuta come pu\u00f2, da buon cattolica, i suoi simili. Che dite: nascer\u00e0 qualcosa con il sensibile Paul? Hong Chau, appunto l\u2019asiatica, e Christoph Waltz, nei panni di un serbo imbroglione che ama la \u201cdolce vita\u201d, completano il cast di una commedia inventiva e arguta, anche maliziosa, finch\u00e9 si resta dalle parti del Sogno Americano. Poi tutti si trasferiscono in Norvegia, l\u00e0 dove nacque la colonia originale dei miniaturizzati, e anche il film diventa piccolo piccolo. Nell\u2019ansia di dire troppo finisce col non dire nulla.<br \/>\n* * *<br \/>\nIn ogni caso sempre meglio di \u201cNico, 1988\u201d di Susanna Nicchiarelli, chiamato a inaugurare la sezione Orizzonti (anch\u2019essa competitiva). Produttivamente italiano ma girato in inglese, il film \u00e8 il terzo lungometraggio della regista romana, classe 1975, che piacque a tutti con \u201cCosmonauta\u201d e a pochi con \u201cLa scoperta dell\u2019alba\u201d, dal romanzo di Veltroni. Cantante, attrice, modella, animatrice dei Velvet Underground, in buona misura \u201cicona\u201d di un certo maledettismo gotico tra fine anni Sessanta e primi Settanta, Nico &#8211; al secolo Christa P\u00e4ffgen, tedesca di Colonia &#8211; mor\u00ec misteriosamente a Ibiza nel 1988. Si spiega cos\u00ec l\u2019anno inserito nel titolo del film. \u00c8 una Nico gi\u00e0 47enne, in parte dimenticata dal pubblico, appesantita ed eroinomane, strappata al figlio Ari, quella che da Manchester, dove s\u2019\u00e8 trasferita, parte per una scalcinata tourn\u00e9e organizzata dal manager innamorato di lei. La band raccogliticcia non funziona, lei fa scenate in pubblico e ha bisogno costante di droga per carburare sul palco, la data di Anzio sar\u00e0 un disastro.<br \/>\nL\u2019attrice danese Trine Dyrholm \u00e8 brava nel restituire gesti, allucinazioni e atteggiamenti di quella che fu definita \u201cmusa di Andy Warhol\u201d; il film, costruito come un malinconico road-movie, non \u00e8 sentimentale o indulgente nei confronti del mito, per\u00f2 avanza a fatica, gioca con l\u2019aria del tempo senza riuscire a restituirla, tutto \u00e8 molto esteriore (abiti, auto, acconciature).<br \/>\n* * *<br \/>\nSi fatica a prendere sul serio anche il documentario che William Friedkin, a quasi mezzo secolo dal suo memorabile \u201cL\u2019esorcista\u201d, dedica al vero esorcista padre Gabriele Amorth, scomparso a 91 anni nel 2016. \u201cThe Devil and Father Amorth\u201d recita il titolo del lavoro, girato in buona misura in Italia e accolto tra i \u201cFuori concorso non fiction\u201d. La curiosit\u00e0 sta nel fatto che il regista americano, in scena anche come intervistatore, riusc\u00ec ad ottenere dal famoso religioso italiano il permesso di filmare un esorcismo nei confronti di una sedicente \u201cposseduta\u201d, tal Cristina, giovane architetta di Alatri. In effetti il rito fa una certa impressione, soprattutto perch\u00e9 la trentenne indemoniata, pur senza raggiungere i noti eccessi di Linda Blair nel film, sembra davvero abitata dal Male, sprofondata in una sorta di trance vigile che scatena voci minacciose e reazioni violente.<br \/>\nCrederci? Non crederci? Friedkin mostra l\u2019esorcismo romano a medici e psichiatri americani, e nello stesso tempo rende omaggio al vecchio prete italiano che urla a Satana (dentro Cristina): \u201cNon vali una cicca\u201d. Qualcuno ha sorriso in sala, e tuttavia ha ragione Friedkin quando spiega: \u201cNon posso che definire questa esperienza sconvolgente, un viaggio esplorativo, la chiusura di un ciclo cominciato oltre quarantacinque anni fa\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cHANNAH\u201d: TROPPI TEMPI MORTI ALLA FINE UCCIDONO PURE IL FILM DALLA FRANCIA UNA TOSTA STORIA DI AFFIDO E ODIO CONIUGALE La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (11) D\u2019accordo, siamo alla Mostra internazionale d\u2019arte cinematografica di Venezia, quindi non dovrebbe valere l\u2019antico adagio hollywoodiano secondo il quale \u201cil cinema \u00e8 la vita senza i tempi [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":38,"featured_media":8445,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[],"class_list":["post-8444","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-onda-filmica"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>La Mostra di Venezia ( 9 - 8 - 7 - 6 - 5 - 4 - 3 - 2 - 1 ) - di Michele Anselmi per Cinemonitor | Traffico di Parole di Domenico Astuti<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Traffico di Parole di Domenico Astuti\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/la-mostra-di-venezia-1-di-michele-anselmi-per-cinemonitor\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"La Mostra di Venezia ( 9 - 8 - 7 - 6 - 5 - 4 - 3 - 2 - 1 ) - di Michele Anselmi per Cinemonitor | Traffico di Parole di Domenico Astuti\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Traffico di Parole di Domenico Astuti\" \/>\n<meta property=\"og:url\" content=\"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/la-mostra-di-venezia-1-di-michele-anselmi-per-cinemonitor\/\" \/>\n<meta property=\"og:site_name\" content=\"Traffico di Parole di Domenico Astuti\" \/>\n<meta property=\"article:publisher\" content=\"https:\/\/www.facebook.com\/domenico.astuti.1\" \/>\n<meta property=\"article:published_time\" content=\"2017-09-08T15:30:26+00:00\" \/>\n<meta property=\"article:modified_time\" content=\"2017-09-08T19:55:58+00:00\" \/>\n<meta property=\"og:image\" content=\"https:\/\/www.trafficodiparole.com\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2017\/08\/images.png\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:width\" content=\"291\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:height\" content=\"173\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:type\" content=\"image\/png\" \/>\n<meta name=\"author\" content=\"Scelto dalla Redazione\" \/>\n<meta name=\"twitter:card\" content=\"summary_large_image\" \/>\n<meta name=\"twitter:label1\" content=\"Scritto da\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data1\" content=\"Scelto dalla Redazione\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:label2\" content=\"Tempo di lettura stimato\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data2\" content=\"44 minuti\" \/>\n<script type=\"application\/ld+json\" class=\"yoast-schema-graph\">{\"@context\":\"https:\\\/\\\/schema.org\",\"@graph\":[{\"@type\":\"Article\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.trafficodiparole.com\\\/wordpress\\\/la-mostra-di-venezia-1-di-michele-anselmi-per-cinemonitor\\\/#article\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.trafficodiparole.com\\\/wordpress\\\/la-mostra-di-venezia-1-di-michele-anselmi-per-cinemonitor\\\/\"},\"author\":{\"name\":\"Scelto dalla Redazione\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/www.trafficodiparole.com\\\/wordpress\\\/#\\\/schema\\\/person\\\/2fc06368d80b7801f6a2a9d0487604de\"},\"headline\":\"La Mostra di Venezia ( 9 &#8211; 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