Donne senza uomini – recensione

martedì 1 Dicembre, 2009
Domenico Astuti
Letto 40 volte

Abbiamo visto “ Donne senza uomini “ ( Women wihtout men ) diretto da Shirin Neshat.
Ci è capitato per caso di vedere questo film iraniano passato all’ultima mostra di Venezia in concorso dove ha vinto meritatamente il Leone d’argento per la migliore regia. Una vera sorpresa, un bellissimo film che ricorda i tempi andati; rimandi a immagini alla Pasolini di Uccellacci e Uccellini, debiti formali e narrativi con Bergman, qualcosa che ci ricorda Adua e le compagne di Pietrangeli; una commistione perfetta, un’amalgama ben riuscita che a parole non può essere data. Un film che ha una particolare e splendida fotografia di Martin Gschlacht, una colonna sonora armoniosa e toccante di Ryuichi Sakamoto e Abbas Bakthtiari e un montaggio a più mani essenziale e rigoroso. Un’opera prima di una regista iraniana che vive negli Stati Uniti e che è una vera rivelazione e di cui sentiremo sicuramente parlare. La Neshat proviene dalla fotografia (e si vede in tutte le inquadrature che potrebbero essere immagini fisse) e dalla video arte; ha dichiarato di «aver affrontato la sfida del cinema con la collega Shoja Azari: abbiamo redatto almeno 80 diverse stesure della sceneggiatura. Volevamo rendere la storia di queste donne in un’epoca così poco raccontata al massimo livello di commestibilità per il pubblico cinematografico».
La storia è ambienta a Teheran nel 1953. Sullo sfondo, ma neanche troppo, del colpo di stato che segnerà la fine del sogno democratico e il ritorno di Reza Pahlavi, lo Scià, sul trono con la complicità degli Inglesi e degli Americani per il solito controllo del petrolio. In quei momenti drammatici, fatti di manifestazioni, scontri e morti, quattro donne di diversa estrazione sociale, una ex attrice sposata e infelice con un generale, una prostituta, una ragazza che non si vuole sposare e la sua migliore amica cercano di sopravvivere ai loro destini tragici stabiliti dagli uomini. Fakhiri, sposata senza amore, prende il coraggio dopo aver rincontrato il grande amore della sua vita e lascia il marito ma la fiamma di un sentimento trascorso è solo suo e non dell’uomo; Zarin è una prostituta abusata dagli uomini di cui non distingue più i volti; Munis è una giovane donna con un’appassionata coscienza politica che resiste all’isolamento impostole dal fratello, Faezeh sogna di sposare l’uomo che ama… A un passo dalla liberazione personale che è anche il trionfo della democrazia del proprio Paese, sfuma il tutto con il golpe militare organizzato dalla CIA. Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin lasceranno la città e si incontreranno in una villa di campagna, sole e vicine alla terra, uno luogo sereno, bucolico, lontano dagli orrori degli uomini e dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro. Ma purtroppo per loro la Storia le raggiunge e riporta l’orrore che avevano abbandonato.
In film – con un po’ d’azzardo – potrebbe essere ascritto come stile al realismo magico pur non confondendolo né con la letteratura di Marquez né tantomeno con i film del grande Marcel Carné. Il film presenta una costruzione circolare, tutto torna disperatamente allo stesso punto e nulla può cambiare davvero. Il destino delle donne è stabilito e già scritto: storie di isolamento e di esclusione che si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste che sono costrette ad una danza immobile.

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