Il cammino di Rimbaud – recensione di Dario Olivero

lunedì 5 Ottobre, 2009

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Il cammino di Rimbaud
“T’as bien fait de partir, hai fatto bene a partire, Arthur Rimbaud», gli diceva René Char riguardando a ritroso la sua vita, le sue fughe, la sua poesia, i suoi viaggi, la sua Africa, il suo definitivo silenzio. Arthur Rimbaud, l’archetipo del viaggiatore. Riletto in La doppia vita di Rimbaud, da Edmund White, scrittore che con il poeta condivide amori e cadute, diventa archetipo di molte altre cose. Ma mentre nel corso della vita, Rimbaud ha rinunciato al suo talento più puro semplicemente smettendo, dopo aver cambiato per sempre il linguaggio, di scrivere, a una cosa non ha mai rinunciato: viaggiare.
Dal suo quartier generale, a Charleville nelle Ardenne, casa di sua madre, Arthur ha camminato verso il mondo e ritorno. Dalla prima fuga in Belgio non si è più fermato: la Parigi della Comune, quella di Verlaine e del Parnaso, quella dell’Accademia dell’assenzio di rue Saint-Jacques; Bruxelles insieme a Verlaine ormai da amanti; la Londra di Soho, del West End e della Biblioteca pubblica e poi quella di Great College Street, sempre con Verlaine ormai da nemici; e ancora il Belgio di Roche, a curarsi la ferita d’arma da fuoco dell’ultima lite.
Poi, il secondo tempo. Incomprensibile per tutti, White compreso, ultimo a cimentarsi con il più grande mistero della letteratura. Rimbaud attraversa l’Europa, poi punta verso Sumatra, poi ancora verso Stoccolma in una geografia del mondo che non contempla passaggi per la circonferenza, ma sempre dal centro, Charleville, maledetta e irrinunciabile. Finalmente, da Marsiglia si imbarca verso sud. Alessandria, Cipro, Aden, l’Etiopia, l’Abissinia. Resterà in Africa dieci anni, gli ultimi dei 37 della sua vita. E quando uno si aspetta che sia lì per raccogliere materiale per cambiare un’altra volta tutto, per scrivere una nuova Stagione all’inferno, nuove Illuminazioni, nuovi e più esotici Battelli ebbri, più luminose Vocali, il nulla. Non una riga, se non quelle della fredda contabilità dei suoi commerci (d’armi anche, certo). Non un verso se non la litania lamentosa dei suoi guai con il caldo e la sua salute ormai andata. Solo la nave che lo riporta verso la Francia, con la gamba ormai divorata dallo stesso male che colpì la sorella. Ultime parole, da viaggiatore: «Io andrò sotto terra e tu camminerai nel sole».

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