Svegliate i giovani registi italiani e i loro produttori in stato più o meno comatoso dopo una stagione alquanto disastrosa e mandateli a vedere questo perfetto piccolo film cileno. Svegliate anche Rulli e Petraglia, Pasquini, Purgatori e Contarello per vedere come si scrive un film storico e civile.

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Pablo Larrain, dopo due film seri ma cupi come “Tony Manero” e “Post Mortem” che lo avevano lanciato prima a Cannes poi a Venezia tra le grandi promesse del cinema mondiale, ritorna agli anni della dittatura con “No – I giorni dell’arcobaleno” (il titolo originale è solo “No”), che è forse il suo film più riuscito e, in fondo, meno tortuoso, girato in grande povertà ma con estrema lucidità, che gli ha fatto vincere l’anno scorso a Cannes la Quinzaine des Auteurs e che lo ha portato in finale agli Oscar. Larrain, per rendere il tutto più realistico, lo ha girato con le vecchie macchine Umatic in ¾ di pollice, cioè come si faceva prima la televisione.

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Questo ha reso la pasta dell’immagine uniforme con quella degli spot e delle immagini storiche che vediamo, ma diventa pure un tratto di distinzione rispetto ai tanti inutili film con troppi sprechi di effetti speciali. L’effetto visivo è molto accattivante e una grossa produzione non avrebbe saputo fare di meglio. Alla riuscita del film molto è dovuto alla generosa presenza della star messicana Gael Garcia Bernal, nei panni del giovane pubblicitario René Saavedra (ma il personaggio vero si chiamava Eugenio Garcia), al bel testo teatrale di Antonio Skarmeta e alla sceneggiatura di Pedro Peirano.

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Siamo nel Cile del 1988 e Pinochet, dopo quindici anni di dittatura, si è deciso, su pressioni americane, a lanciare un referendum, sicuro che nessuno oserà votargli contro. Mi volete come ancora alla guida del paese per otto anni? Si o No? Visto che siamo in un paese sotto dittatura ma moderno e americanizzato, ricco di pubblicità anni ’80, e la pubblicità, si sa, non può dirsi comunista o rivoluzionaria, i partiti del Si e del No si rivolgono alla maggiore agenzia pubblicitaria cilena per lanciare in tv le proprie idee.

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Solo che mentre gli uomini del Si hanno dalla loro la vecchia volpe della pubblicità cilena Lucho Guzman, interpretato dal protagonista dei primi due film di Larrain, Alfredo Castro, quelli del No si rivolgono al suo pupillo, perla della stessa agenzia, René Saavedra, cioè Gael Garcia Bernal. Quella che segue è la storia dettagliata di una lotta pubblicitaria, altro che “Carosello Reloaded”, che nasconde la lotta per il ritorno della libertà in un paese spezzato dalla lunga dittatura di Pinochet.

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Saavedra decide di puntare non a una vendetta politica, a un ritorno al passato comunista, ma a rimodellare un futuro per un paese in crescita. Il suo No diventa una visione, magari un po’ renziana, per quello che può arrivare dal futuro. Così anche Pinochet e il suo Si diventa vecchi e obsoleti.

Ottimo film civile che a Cannes venne letteralmente sommerso di applausi e ovazioni di cuore per il suo regista e per i suoi attori. Per Larrain è anche l’occasione per togliersi (forrse) definitivamente la cappa di regista della dittatura cilena che lo perseguita da quando ha iniziato a dirigere film. Segue dibatitto. In sala dal 9 maggio.

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