Sfruttamento – Pietro Barbetta, Marcelo Pakman

ned_ludd_1 lunedì 19 ottobre, 2015
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Che roba contessa, all’industria di Aldo / han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti; /volevano avere i salari aumentati, / gridavano, pensi, di esser sfruttati.

(Contessa, Paolo Pietrangeli, 1966)

Sbarre

Un certo evitamento concettuale sta pervadendo l’accademia. Il senso del lemma derridiano di “sotto cancellatura” – che sottolinea la preoccupazione di imporre concetti – è stato talmente esagerato da produrre la scomparsa del concetto stesso, da farlo sprofondare nel nulla. Così sfruttamento, per esempio, viene talmente barrato da non essere più leggibile, in modo da prevenire ogni possibile “violenza linguistica”. La pulizia del linguaggio porta a un confronto senza confronto, al terrore per la discussione, per il conflitto. Che poi si manifesta fuori, nel mondo.

Capita di osservare che l’uso del termine sfruttamento venga sconsigliato nella valutazione di un saggio, di una tesi, di un componimento, persino di un tema al liceo. Si suggerisce di usare parole meno dirette e accusatorie, di evitare di prendere posizione. Che cosa evoca sfruttamento per essere oggetto di censura?

La regola, a tratti esplicita, è: non forzare, diluire le affermazioni che producono responsabilità soggettiva. Secondo quest’idea correttiva, ogni termine “forte” coinvolge l’autore in autoaffermazioni narcisistiche. Si tratta di trasformare il soggetto dell’enunciato in un Golem, di renderlo istituzionale, di sostituirlo con il noi di un ente di ricerca scientifica accreditato. Così funziona il sistema censorio contemporaneo: la parola sfruttamento è statisticamente significativa? È standardizzata? Risponde ai criteri basati sull’evidenza? Qual è la sua funzione sociale?

 

Dalla funzione all’origine

Tocca tornare all’origine delle parole, per sottolineare (nel linguaggio come in biologia) che origine e funzione sono eterogenee tra loro. Nel nostro caso, l’esse durativo si riferisce a un’azione considerata nelle sua continuità in modo indipendente rispetto al momento in cui si svolge. Sfruttare significa godere dei frutti di qualcuno in maniera prolungata. Si può essere ospiti, oppure trarne profitto, approfittare. Alle origini del termine c’è un problema di buone maniere: “non vorrei approfittare”, “ci marcherebbe altro!”. Oppure, come nell’industria di Aldo, di alienazione operaia.

Il termine italiano marca, a sua volta, una differenza rispetto ad altre lingue a noi prossime. L’inglese, il francese, lo spagnolo e, in misura simile, il portoghese condividono un prefisso (ex-) e un suffisso (-plo) che fanno pensare all’esplorazione. In portoghese i termini coincidono, per lo spagnolo e l’inglese la derivazione è francese, exploiter, dal latino explicare, explicitare, chiarire, venire a capo di qualcosa. Ma anche esplosione, exploit, prodigio, ciò che desta meraviglia. Comunque la si analizzi, la parola sfonda il linguaggio, dispiega una propria origine irriducibile alla questione operaia ottocentesca. L’Ottocento produce però una realtà materiale che trasforma la parola e la rende funzionale. In quel momento sfruttamento perde la propria equivocità e assume il senso dell’estrazione di plusvalore.

La svolta corporea

In un mondo postmoderno, in cui la realtà è costruzione sociale, la descrizione di quanto accade e quel che accade coincidono. Se dire è fare, allora fare è dire. Ogni enunciato, in quanto enunciato, è già performativo. Il costruzionismo sociale e il suo correlato ermeneutico si sono infine rivelati una sorta di puritanesimo linguistico in virtù delle loro premesse: “la realtà è una costruzione linguistica” oggi suona “ogni costruzione linguistica è la realtà”. Siamo prigionieri del linguaggio in cui “sempre già siamo”, ma i nostri corpi sono là fuori, da qualche altra parte, come in Matrix.

Quel ch’è necessario cancellare, insieme con lo sfruttamento, sono la carne e il sangue dell’esperienza vivente, la sua sensualità materiale, quelle sensazioni che non possiedono significazione astratta, che non sono disponibili all’interpretazione infinita.

I corpi, in carne ed ossa, che vengono a galla, nei mari del Sud europeo, insieme di corpi morti, feriti e sopravvissuti. In quei luoghi, la parola sfruttamento assume un senso.

L’equivocità

Qual è dunque il significato originario di questo termine sotto cancellatura? Quel che va salvato dello sfruttamento è l’equivocità dell’essere inadeguato, ma al contempo necessario, come avrebbe detto Derrida. Bisogna ridestare il senso di sfruttamento, la sensazione materiale di quell’esperienza. L’equivocità delle origini del termine mostrano che, proprio per questa ragione, sfruttamento merita la barra. Si tratta di una presa di posizione equivoca, che sta nella differenza, nella mancanza di sicurezza. La significazione contemporanea di sfruttamento, quella che intende rendere il termine in maniera essenziale, sembra risalire a non prima di un paio di secoli fa, quando nacque il movimento socialista. Prima di allora c’è lo stasimo dell’Antigone.

Molti sono i prodigi [i disastri, le meraviglie, le inquietudini, le violenze, le mostruosità]

e nulla è più prodigioso [disastroso, meraviglioso, inquietante, violento, mostruoso]

dell’uomo,

che varca il mare canuto

sospinto dal vento tempestoso del sud,

fra le onde penetrando

che infuriano d’attorno

e la più eccelsa fra gli dei,

la Terra imperitura infaticabile, con l’aratro

sfrutta.

Macchine

In Marxismo e antropologia, György Márkus (1934) e nel Paradigma perduto, Edgar Morin (1921), descrivono la relazione tra l’uomo e l’utensile. L’opposizione del pollice rende possibile l’utensile, il pensiero umano rende possibile la ricorsività e con essa la reiterazione: l’utensile per costruire utensili, la macchina. La macchina, accoglie in sé due elementi: sul piano funzionale serve a sfruttare la terra, come l’aratro, sul piano simbolico mostra la tracotanza umana, l’animale che sfida la natura, la offende e la domina. Questa tracotanza, nell’uomo – essere appartenente a una specie (Gattungswesen) – diventa ricorsiva, esattamente come la macchina, ma nell’ordine capovolto. Permette di sfruttare le risorse della terra, poi permette di sfruttare le risorse dell’essere umano. Infine è macchina che si emancipa, come in 2001 Odissea nello Spazio. La rivoluzione diventa rivolta della macchina, Hal 9000 può fare a meno dell’uomo.

Forse ciò non è possibile. Oppure ci siamo già dentro, senza accorgerci. Ne siamo incoscienti. Forse siamo già nella fase in cui le macchine non sono più protesi del corpo, è il corpo a essere protesi delle macchine. Dunque non siamo noi a sfruttare la tecnologia, è la tecnologia che ci sta sfruttando. Ned Ludd, agli esordi della Rivoluzione Industriale Inglese, aveva avuto un’intuizione corretta. Se Ludd fosse davvero esistito, col suo gesto, avrebbe già previsto tutto nel 1779 e, nel distruggere un telaio, avrebbe tentato di prevenire il danno. Ma Ned Ludd è il frutto romantico di una fantasia rivoluzionaria e inconcludente. Ludd non è morto, non è mai vissuto. Non possiamo neanche gridare Ludd è morto, viva Ned Ludd!

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