E’ la terza volta che intervisto Domenico Astuti all’uscita di un suo nuovo romanzo, scrittore, sceneggiatore, regista e giornalista.  Mi manda una copia cartacea in anticipo, ma non mi chiama e non lo farebbe se non lo facessi io, forse per un senso di pudore, forse non vuole mettermi in imbarazzo.  Quando termino un suo romanzo che è molto differente dal precedente, mi resta nel profondo quel bisogno di libertà che l’autore cerca e che sembra diventare sempre più asfittica.   Questo ultimo romanzo è differente dal precedente, quasi una rivoluzione copernicana, in cui lascia la profondità, il sudore, la sofferenza e si sofferma sulla superficie dei rapporti umani, se il centro della storia precedente era quella di un uomo con i suoi deja vu e le sue domande a cui cerca di rispondere nelle strade di Parigi sulla figura del padre, in quest’ultimo invece ci sono una decina di protagonisti che galleggiano in una  città come Napoli, senza pretese ma con il bisogno d’amore.

Sono quattro anni che non ci sentiamo, ma sembra che il tempo si sia fermato.  Questa volta ci incontriamo in una sala da tè sul lago di Neuchâtel, mentre il cielo è piovoso, c’è nebbia e fa anche abbastanza freddo; Astuti appare sempre come deve essere, affabile, amichevole, gentile e se ne ha voglia anche particolarmente competente. Parlandogli si capisce che considera il libro esclusivamente come un sogno, un suo bisogno di comunicare e non come un prodotto da vendere, ne parla in fondo poco e non cerca di arruffianarsi nessuno.  Iniziamo a parlare d’altro, a lungo, di quando abitavamo in Guatemala, io in realtà ancora ci vivo, poi devo impormi e iniziare l’intervista.

Oltre ad averti portato in questo bel posto di pace, ti faccio la prima domanda: cosa stai provando oggi con questo nuovo libro-viaggio ?

Una sensazione di pacificazione, ma resta anche la paura, l’alienazione, il bisogno d’amore, la voglia ancora di vivere e forse ingannare la morte.   Sono questi i luoghi di questo nuovo viaggio. E poi con la fine un senso generico di inizio.

Parliamo di te come scrittore, quando ti sei avvicinato alla pagina scritta per la prima volta ?  È stato per necessità, gioco, per passione o cosa ?

Praticamente sono uno scrittore molto precoce, già a undici anni scrivevo, ma non racconti bensì soggetti per il cinema di una sola pagina e larve di sceneggiature.   Mi ricordo un balconcino dell’albergo in cui ero d’estate e dove scrivevo nel primo pomeriggio una specie di sceneggiatura basandomi su un libro in cui c’erano degli script di Fellini.   Cercavo una realtà fuggendo dalla mia, come un bisogno naturale.  In inverno invece andavo molto spesso al cinema anche da solo per amore del Cinema e fuggire dalla vita che trovavo angusta, in famiglia, a scuola, con gli amici. Ho continuato per degli anni a scrivere soggetti e qualche sceneggiatura, poi intorno ai ventitré ho scritto un romanzo e poi un altro senza riuscire a pubblicarli.  La delusione mi ha fatto avvicinare al teatro casualmente e sono stato tre anni nella bottega di Eduardo De Filippo, poi ho seguito per un po’ Dario Fo ed ho ripreso a scrivere per il Cinema come professione dopo aver conosciuto Pirro e Leo Benvenuti.  Dopo un periodo lungo in cui ho pubblicato un libro di racconti ed ho girato due film ho riiniziato a scrivere romanzi e nel 2013 ho pubblicato “ Grand’Hotel des bains “, il resto è storia recente.

Cosa significa per uno scrittore aver vissuto fino a quarant’anni nel secolo scorso e gli ultimi venti nei Duemila?

Posso parlare per me e non per la mia generazione, io non mi trovo a proprio agio con questi anni e i miei romanzi sono legati al modo di intendere del secolo scorso, storicamente solo un apparente passato.   Sono cresciuto in un periodo anche buio che sembrava però che ci avrebbe condotto verso un futuro migliore, più eguale tra gli esseri umani, più libero nel pensiero, con un maggiore benessere economico.  Invece oggi ci troviamo in una regressione e un’omologazione asfissianti.  Abbiamo perso dei valori, siamo in conflitto con la memoria sempre più sbiadita e ci mancano oltre i veri sentimenti, la nostalgia e la solidarietà: insomma la fine del sogno…  In verità, mi dispiace dirlo, l’essere umano può essere molto pericoloso, a volte è un bastardo molto pericoloso. Se è nelle condizioni adatte tira fuori il male, un male che non s nemmeno di avere dentro.  Per questo il mio bisogno di scrivere e di immergermi in realtà fantasiose mi dà una mano a sopportare il resto.

Negli ultimi quattro anni ti sei dedicato alla saggistica, pubblicando un libro sulla Guerra di Spagna e uno sulla vita di sette anarchici italiani.

Sì, un modo per vivere delle realtà molto concrete ed essere lontano dalla mia. Conoscere meglio degli esseri necessari come Berneri, Durruti, Malatesta mi legano sempre più al mio passato. Nonostante tutto trovo ancora il Novecento un secolo migliore di quello in cui viviamo.

Qualche premio ti ha incoraggiato ?

Sono dieci anni che porto avanti questa attività come micro autore, ma lo considero il mio vero lavoro oggi.  Pur non inserito nei circuiti maggiori dell’editoria  proseguo a scrivere senza arrendermi, non sono mai stato ambizioso e la necessità  è troppa per arrendermi o ritirarmi in pensione.  I premi che ho ricevuto mi hanno reso contento per un giorno poi li ho dimenticati.

 Come nasce questo romanzo?

Nasce da tante premesse comunicative che in questo caso sono pubbliche e poco private, posso dire che appartengono del tutto alla fantasia e forse ad una visione più cinematografica.  Alcuni protagonisti li ho presi da una sceneggiatura che era arrivata in finale al Premio Solinas.

 La tua opera incontra e affronta numerosi personaggi, tutti con caratteri diversi, tutti un po’ al limite e con storie quasi opposte: qual è per te il significato ?

Anche se i miei personaggi vivono a Napoli, una città talmente contraddittoria da essere inafferrabile, la vita di questi tempi è in parte disossata, dissacrata ed è legato ad altri sistemi esistenziali.  Chi la vive sembra che sia alla sua portata, in realtà senza comprendere più l’etica e la morale, senza più reali valori, che gli permette di fare scelte individuali e ottenere delle cose quando le si vuole, senza comprendere che ci troviamo in un supermercato dell’esistente. E quello che scegliamo è in bella mostra tra gli scaffali.  Uno dei protagonisti è Victor che vive la sua vita solo attraverso il teatro e i cui testi che recita gli sfuggono di giorno in giorno; c’è Carmela che vive un dolore estremo e forse ritrova un certo equilibrio solo con la vendetta, c’è Lucia una foglia in autunno che vola via, c’è Salvatore che si innamora di sua nipote e perde tutto in un pomeriggio e poi c’è Shrek, un uomo semplice che fa un regalo di compleanno a sua moglie e forse la perde.  Tutte anime in cerca di una redenzione, sbattute di qua e di là senza nemmeno reali colpe.

Il personaggio di Victor sembra quello più cosciente nonostante tutto, sembra che si carichi sulle spalle il peso del mondo, quello di Carmela invece sembra cinico nonostante la sofferenza che prova, il più tenero e concretamente napoletano è quello di Lucia.  Mentre il tassista Shrek può ricordare un personaggio di Marotta ne L’oro di Napoli.   Quattro possibili specchi di Napoli.

Sono in fondo quattro personaggi ingenui nonostante quello che gli capita e credono che la vita sia una cosa che vale la pena di vivere nonostante i dubbi e le contrarietà. Victor è un intellettuale marginale che vive con contraddizione la sua carriera, lo vorrebbero comico e lui si intestardisce a recitare in teatro nemmeno fosse Lenny Bruce, Carmela che è una donna concreta e coerente si vede abbandonata da un marito a cui ha fatto assistenza per tre anni ed ha abbandonato tutto per lui.  Lucia è una giovane donna che vive la vita attraverso i personaggi dei libri che legge e che vende nella libreria di famiglia, ma gli uomini che incontra non sono mai alla pari con un protagonista di Marquez o di Kundera.  Su Shrek hai ragione, l’uomo è buono ma ha una gelosia che ricorda Marotta anche se quello che fa sbagliando è per lui un gesto d’amore.

Perché hai scritto un romanzo così, per la prima volta corale ?

Avevo voglia di raccontare personaggi complessi ma dall’immagine normale. Per renderli anche inconsapevolmente simpatici, buffi, affettuosi a modo loro.   Per fotografare un tempo provvisorio che altrimenti esistenzialmente può scomparire da un momento all’altro; ed io per fuggire della realtà e inventarne una più semplice e concreta, forse per renderla anche affettuosa.  E poi come dico spesso scrivere è come viaggiare, una volta sceglie l’Asia, un’altra l’America Latina ed io questa volta sono andato a Napoli, un modo economico per viaggiare.

Hai trovato il tuo ruolo di scrittore nella società ?   

In questa società i ruoli non sono reali, sono così fluidi che ti fanno dimenticare la gabbia in cui sei, sono solo apparenze,  Come spesso si dice “ Tutto chiacchiere e distintivo “ e per distintivo intendo il ruolo sociale in cui ti sei nascosto.  Il ruolo dell’artista oggi va sempre più svalutandosi ed anche la sua funzione.  Adesso c’è una confusione completa dei ruoli, in libreria puoi trovare un libro di Totti e accanto Borges, in un cinema trovi un film dei Fratelli Dardenne e nella sala accanto un film comico con due personaggi televisivi trucidi e questa comunella la chiamano modernità..

Allora è pessima la situazione culturale italiana ?  

 Non domandarlo a me.  Chiedi al Ministro della cultura oppure a Federico Mollicone o a Lucia Borgonzoni loro ti sapranno rispondere.

Hai altre pubblicazioni prossime ?

Niente di niente, sono sei mesi che non scrivo praticamente nulla.

Allora ci possiamo salutare, è sempre un piacere per me ascoltarti.  Ti ringrazio.

Ringrazio io te.  Spero di passare per casa tua a Panajacel.

 

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