Ricordo il mio primo volo dal Golfo – dal Bahrein, per la precisione – a Kathmandu: ero l’unica donna in mezzo a uno stuolo di giovani uomini nepalesi, stanchi, sporchi, avvolti in coperte e pieni di borse e pacchi dalle forme curiose. Avevo un’idea confusa del paese verso cui stavo andando e solo mesi dopo avrei saputo pienamente apprezzare l’oscuro cartello appeso nella toilette dell’aereo che invitava al corretto uso del WC: NON ACCUCCIATEVI IN PIEDI SULLA TAVOLA MA SEDETEVI SOPRA. Credevo però di sapere a chi appartenessero quei volti giovani e stanchi: ecco gli schiavi degli anni Duemila, mi dicevo, la forza-lavoro globale del capitalismo avanzato, i dannati della terra. Non avevo mai visto il loro paese, ma pensavo all’effetto che i grattacieli e le spaventevoli autostrade a quattro corsie delle capitali del Golfo dovevano avere su chi aveva trascorso la propria vita in zone rurali, e non aveva – per esempio – mai utilizzato un WC.

 

Anni dopo, lo scorso novembre, raggiungo esausta l’aeroporto Tribuvhan di Kathmandu e mi metto in fila dietro alla ormai solita lunga coda di uomini. I più vecchi hanno trent’anni, ad alcuni sono appena spuntati i primi peli sul viso. Molti sfoggiano una tikā rossa in fronte, unica protezione contro gli ostacoli e i pericoli del viaggio. Un poliziotto si avvicina invitandomi ad attendere seduta. Dopo quasi un’ora ricompare e mi scorta fino al banco, facendomi saltare l’intera fila. Mi vergogno, ma nessuno sembra notarmi. Vorrei chiedere al poliziotto il perché di questo privilegio: non ho un biglietto business, non sono disabile e non ho bambini con me. È perché sono una donna? Perché sono straniera? Khairini (bianca)? Resto codardamente zitta e lo ringrazio.

Raggiungo il mio posto e per la prima volta siedo accanto a una migrante. So bene che esistono, ho lavorato con associazioni di donne migranti in Nepal, conosco le statistiche (sono circa il 13% dei migranti), e un’amica nepalese lavora oggi in una fabbrica alimentare in Malesia. Ho visto Saving Dolma un bel documentario dello scrittore e cineasta nepalese Kesang Tseten su una lavoratrice domestica in Kuwait. Tuttavia, nel pendolarismo tra l’Europa e il Nepal è la prima volta che mi capita di essere seduta accanto a una donna, e lo noto. La guardo da capo a piedi, dal nastro rosso che le raccoglie i capelli, ai sandali dorati. Stringe tra le mani una pochette rossa e dorata – tutto s’intona. Pare vestita a festa e piena di speranze. Deve avere notato il mio sguardo e forse per smorzare l’imbarazzo mi chiede, con un mezzo sorriso “Amrika”? Scuoto la testa e le rispondo nella sua lingua che sono italiana e vivo in Germania. Il viso di Bimala – questo il suo nome – s’illumina. Sembra una ragazzina e, tra le molte domande che mi rivolge, racconta anche di lei. Dice di avere tre figli, di dodici, sei e quattro anni. Da un anno lavora come domestica in Arabia Saudita per poterli mantenere e mandare a scuola. Le chiedo come si trova “bene, molto bene”, risponde raggiante con una punta di orgoglio. “Ti pagano bene?” le domando. Bimala fa una smorfia tra l’imbarazzo e il fastidio, guarda in basso e mormora, “Sì, bene”. Esita perché non la pagano da mesi? La pagano poco? Manda tutti i soldi a casa e non ha controllo sul denaro che guadagna? Vorrei chiederle molte cose ma non so come. Il mio nepalese non mi consente certo di articolare indirettamente le domande o di modularne il tono – e sono troppo stanca. Cambio argomento, e dopo qualche chiacchera pleonastica su quale sia il paese più bello tra Germania, Italia e Nepal, ci addormentiamo entrambe.

Circa cinque ore dopo sono nella saletta di transito a Dubai e aspetto il bus per arrivare al terminale da cui partirà il mio volo per Amburgo. Una giovane donna alta e sinuosa – il suo corpo riemerge da tutte le parti sebbene sia avvolto in una lunga e nera abaya mi porge assertivamente il suo biglietto e mormora “Addis Abeba”. Leggo che si chiama Almaz e il suo volo parte, come il mio, dal Terminale 3. La rassicuro “Aspetti l’autobus giusto, anche io parto da lì”. Lei sorride e incalza “dove vai?” – “Amburgo, Germania”. Mi guarda qualche secondo con sarcastica ammirazione. Non specifico la mia nazionalità, forse per pudore postcoloniale. Almaz ha qualcosa di incredibilmente attraente. Nonostante sembri stanca e provata, non trova pace. Si muove nervosa sulla sedia, getta occhiate interrogative. Mi richiama dal sonno – non riesco a staccarle gli occhi di dosso e mi arrendo quasi subito al desiderio di parlarle.

Prendiamo il bus insieme, Almaz mi siede vicino. All’inizio risponde laconicamente ai miei tentativi di conversazione, anche se sembrano farle piacere. Arrivate al terminale le dico che ho fame e vado a comprare qualcosa, lei preferisce stare seduta. Le lascio la mia valigia e torno con due tè e qualche croissant. Almaz dice che non mangia dolci perché da tempo ha male ai denti, ma è contenta del tè a cui aggiunge tanto latte e tre bustine di zucchero. Apre il suo zaino e mi offre una barretta di cioccolato. Questo piccolo convivio sembra rompere un argine. Almaz inizia a raccontare, in un inglese basilare ma incisivo. Dice di conoscere bene Dubai, dove ha lavorato due anni e mezzo come domestica prima di tornare in Etiopia per qualche mese, per poi ripartire con un nuovo sponsor saudita. I suoi due anni a Riyadh si concludono oggi, nel giorno in cui la incontro. “Dubai è OK – dice – l’Arabia Saudita è diversa, non è aperta”.

Gira il suo tè nervosamente con le dita ingrossate – ha un brutto taglio sul pollice “mi sono fatta male affettando la carne”, spiega. “Ho cucinato troppo” – e indica il suo bel viso che ha qualche macchia chiara. Crede che il fumo della cucina le abbia svaporato il volto, “non riesco a mandarle via con nessuna crema”. Mi descrive la sua routine quotidiana a Riyadh. Verso le 5 di mattina veniva prelevata dalla sua stanza e portata in una scuola dove aveva il compito di pulire i bagni e i pavimenti. Alle 7 tornava a casa, e iniziava l’ininterrotto lavorìo ai fornelli. “Un fratello arriva alle 12 e vuole il pranzo, un altro alle 2, e bisogna cucinare un pasto di suo gusto, e presto, altrimenti sono urla e schiaffi”. Ricorda con orrore la fatica di preparare il pasto serale durante il Ramadan.

In Arabia Saudita, come in vari altri paesi del Golfo e del Medio Oriente, vige il sistema kafala, che può essere tradotto come una sorta di affido (il sistema è, infatti, analogo a quello in vigore per l’affido di un minore i cui genitori naturali siano ancora vivi e rintracciabili). Nel caso dei migranti, il kafil (l’affidatario-datore di lavoro) è necessario affinché il permesso di soggiorno e di lavoro siano validi. I migranti pagano il kafil per l’intero pacchetto e sono a quel punto completamente alla sua mercé, e vulnerabili a qualsiasi forma di sfruttamento.

Il kafil di Almaz era la madre della famiglia che la ospitava, la matrigna alla quale si rivolge con il titolo di madame. A madame, Almaz ha versato i 10.000 riyāl (circa 2.300 €) necessari per essere assunta. Madame, a quanto racconta, trascorreva i suoi giorni in poltrona e quando non si lamentava dei suoi malori, sfogava la rabbia su di lei o in interminabili liti con il marito. “Lui era più facile però – dice Almaz – bastava dargli da mangiare”. Lei stirava, puliva, cucinava. E ancora, ad libitum. Non aveva giorno libero e soprattutto non poteva uscire o vedere nessuno. Comincio ad afferrare vagamente il senso di quel “l’Arabia Saudita non è aperta”. Anche a Dubai Almaz aveva un kafil e lavorava come domestica. Ma poteva uscire, aveva degli amici, aveva un po’ di tempo per sé.

Almaz è sempre più concitata e aggiunge orrore a orrore. I ricatti, le notti senza cena. Le molestie del figlio. “Se mi tocchi chiamo tua madre”, gli diceva Almaz. Ma madame era capace di tutto. “Madame ha ucciso”. Provo a chiedere spiegazioni, ma Almaz resta pietrificata per qualche secondo, lo sguardo fisso e vuoto. “Oggi ho comprato un telefono nuovo per mio fratello” mi dice orgogliosa. “Madame era furiosa e allora per renderla ancora più furiosa mi sono comprata questo” e mi mostra un piccolo anello argentato con incisa una calligrafia. Sorride fiera e felice. Libera. “Avevo studiato un po’ l’inglese, e invece ho dovuto imparare l’arabo. All’inizio capivo poco, ci è voluto tempo…”

Come spesso accade, Almaz non è stata pagata per mesi. Ha dovuto lottare all’ambasciata etiope per ottenere i 5.600 riyāl – stipendio di 8 mesi – che madame le rifiutava. Ripercorre le liti con madame: “Non ho paura di te, vuoi chiamare la polizia, chiamala! Mi vuoi picchiare, picchiami!”. Non riesco a fermarla, o a fare domande. Sembra rivivere quelle conversazioni, mi guarda raramente negli occhi, ma recita i dialoghi ed elenca gli abusi come se madame fosse lì davanti a lei. La mia funzione è quella del testimone. Devo solo ascoltare. Madame non voleva lasciarla andare via. L’ha tenuta chiusa per tre giorni in camera, un giorno intero senza cibo e gli altri due con una fetta di pane e un succo di frutta. Madame è nel business dei kafil e voleva incassare 10.000 riyāl da Almaz per rivenderla a un’altra famiglia.

Quella mattina non aveva trovato i suoi abiti ed era andata all’aeroporto indossando ancora il pigiama sotto l’abaya. “Sempre con addosso questo coso” – sbotta, – “appena atterro ad Addis Abeba lo butto nella spazzatura”. Intanto si aggiusta con gesto automatico il velo nero, incastrandolo dietro alle orecchie. “Madame alla fine mi ha accompagnata all’aeroporto, non mi ha dato né pranzo né cena… mi sono comprata io da mangiare, con i miei soldi”.

 

Tornerai nel Golfo? Le chiedo. Non lo esclude, ma non in Arabia Saudita. Ora tutto quello che vuole è riabbracciare suo fratello ad Addis Abeba, e dimenticare madame. “Se viene in Etiopia… La brucio”.

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