Abbiamo visto “ La sedia della felicità “ di Carlo Mazzacurati.

Nel 1928 in Unione Sovietica esce il fortunato romanzo Le dodici sedie scritto da ll’ja Arnol’dovic ed Evgenij Petrovic Petrov.   Ebbe un clamoroso successo di pubblico e stranamente il terribile Stalin lo permise, forse perché era intento alla grande offensiva contro i contadini e con la sua “rivoluzione dall’alto”  cercava una rapida industrializzazione per l’Unione Sovietica.  Le dodici sedie è un romanzo ironico, in cui si ride in modo dissacrante e in cui le funamboliche avventure servono come espediente per criticare in modo efficace e pungente la vita quotidiana sovietica nel periodo della NEP.   Insomma un romanzo picaresco e di satira sociale, a volte esilarante nonostante un finale mesto e la descrizione di una realtà ai limiti della sussistenza, passato attraverso le catene del regime e che ha avuto un clamoroso successo tra i lettori.  Dopo una quarantina d’anni il Cinema mondiale si è interessato a questa storia e nel giro di qualche anno sono stati realizzati ben tre film.  Il più famoso sicuramente è quello di Mel Brooks alla sua seconda Opera nel 1970; ma l’anno precedente era stato realizzato da Luciano Lucignani e Nicolas Gessner Una su 13 ( con Vittorio Gassman e Sharon Tate al suo ultimo film prima del suo assassinio da parte della banda Manson).  Poi nel 1976, il regista sovietico Mark Anatol’evič Zacharov ha realizzato Le 12 sedie, film dalla incredibile durata: 288 minuti.

Adesso esce postumo “ La sedia della felicità “, del bravo Mazzacurati che purtroppo ci ha lasciati a Gennaio.  Regista schivo e riservato ci ha consegnato con le sue Opere il suo amore per la provincia, i ritratti di luoghi e personaggi marginali, storie comuni fatte da persone semplici e lontane mille miglia dal cittadino rampante e metropolitano ( una via di mezzo tra Olmi e lo scrittore Gianni Celati  ).   Ma dietro a queste storie ‘ minimali ‘ emergono anche il desiderio di raggiungere la ricchezza persino con azioni non proprio nobili da questi piccoli balordi senza importanza, e Mazzacurati ne accetta con affetto le debolezze e i vizi e le racconta con realismo e delicatezza a volte surreale.  Regista minimalista, intimamente partecipe della sorte dei suoi personaggi, capace di raccontare come testimone di un’epoca la realtà in modo appassionato ma anche  lieve, crudele ed anche divertito; sempre coerente con il suo sguardo onesto, semplice, provinciale.  Un microcosmo fatto soprattutto di uomini sfortunati, persone lontane dall’agio ma attaccate alla dignità dei gesti concreti, un po’ sfaticati, spesso sfigati, a volte emigrati ( Vesna va veloce,  Il Toro, Un’altra vita ) e ladri improvvisati ( La giusta distanza, La lingua del Santo ).

Pur consapevole, durante la scrittura e la realizzazione del film che non aveva più molto da vivere non ha voluto fare il suo ‘ ultimo ‘ film e quindi lasciare un testamento alto in cui tirare le somme del suo cinema.  Anzi, ha scelto di realizzare un’opera leggera, usando uno sguardo fanciullesco e svagato, con alcuni ingedienti di surrealtà, per raccontarci la poco verosimile ricerca di un tesoro nascosto in una seggiola venduta con altre identiche a chi sa chi.  Facendo questo, rispolvera il vecchio intreccio del romanzo russo e corre parallelo al cinema geniale di Wes Anderson pur tuttavia restando nel microcosmo italiano e nei suoi limiti.

In una piccola cittadina del Nord-est nei pressi di Venezia c’à l’estetista Bruna ( Isabella Ragonese non al meglio ) che lotta per salvare dai debiti il suo negozio, ha un fidanzato che la tradisce e sente che il futuro è disperante.  Quasi di fronte lavora Dino ( un Valerio Mastandrea che si sta standardizzando in ruoli di uomo malinconico e dolce senza reali qualità ), ha un negozio di tatuaggi ed anche lui è oberato dai debiti tanto che dorme nel negozio e non riesce a pagare gli alimenti alla ex moglie che per rappresaglia non gli fa vedere il figlio.  Bruna per lavoro entra in carcere, deve colorare le unghie dei piedi a Norma Pecche ( Katia Ricciarelli ), la madre di un famoso bandito che ha nascosto un tesoro in gioielli in una delle sedie del suo salotto e quando la donna si sente male e sta per morire confessa alla ragazza, ma anche a un prete disonesto ( Giuseppe Battiston ), il suo segreto.  Naturalmente Bruna si mette alla disperata ricerca della sedia della felicità che nel frattempo con altre sette identiche è stata venduta dal tribunale giudiziario.  Con l’aiuto forzoso di Dino e con la successiva entrata in scena del prete riusciranno in modo rocambolico a trovare la sedia e ad essere felici in un finale rupestre e surreale…

Un film leggero, in cui si sorride per il garbo e la tenerezza che ispirano tutti i personaggi ( in piccolissimi ruoli troviamo gli amici di sempre di Mazzacurati, Albanese,  Natalino Balasso, Bentivoglio, Citran, Silvio Orlando ), con un ritmo divertente, lieve e personale.   Lo sguardo dell’autore  con leggerezza coglie come sempre le contraddizioni esistenziali della provincia italiana, con la descrizione di un campionario di perdenti a volte trasfigurandoli e deformandoli; anche se sinceramente dobbiamo dire che la sceneggiatura è meno accurata delle precedenti, immaginiamo perché dettata da una certa fretta e forse da un umore a volte non proprio dei migliori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *