Lacuna di Nicola Gardini è la storia di un innamoramento, della fascinazione per una parola-ossimoro che veste il vuoto e dà definizione di ciò che non si può o non si vuole definire. Lacuna è uno spazio vuoto, talvolta una fila di puntini, un’interruzione improvvisa, una sospensione brutale cui segue una pagina bianca. Lacuna è ellissi, taglio, silenzio e occultamento, insomma, non guasto, perdita o usura, non insufficienza comunicativa né mutilazione censoria, bensì omissione intenzionale dell’autore che fa spazio al lettore nella sua opera.

Questo il fulcro del lavoro di indagine letteraria che Gardini intraprende negli spazi più misteriosi della letteratura, quei luoghi bui dove le parole non arrivano, dove l’autore non ci accompagna e siamo costretti a percorrere da soli un pezzo di strada.

Là dove l’autore si ferma, il lettore entra in gioco; è un passo a due, un concorso di responsabilità o, ancora meglio, un rituale antichissimo che per riuscire necessita di due officianti. Se l’opera d’arte, per compiersi, esige la collaborazione del fruitore, quest’ultimo nelle lacune lasciate dall’autore ritrova il suo posto, riconosce il proprio ruolo. Lo spazio lasciato sfitto dall’omissione necessita di riempimento, apre la strada al ragionamento, “dà all’intelligenza l’occasione di esprimersi” dice Gardini. Crudele quell’autore che dice tutto e nega al lettore di usar “fior d’ingegno”, lo defrauda della possibilità di costruire il senso, della meraviglia, della conoscenza e del godimento che, già secondo Aristotele, Cicerone e Seneca, l’esercizio dell’intelligenza regala.

La soppressione crea bellezza e piacere («perché obbliga l’anima ad una continua azione, per supplire a ciò che il poeta non dice», scrive Leopardi nello Zibaldone); l’ellissi, l’asindeto e l’eliminazione procurano un “piacere sopraffino” dice Roland Barthes, che riconosce nell’abitudine flaubertiana di tagliare e bucare il discorso la fonte di una “energia linguistica ineguagliabile”. E Jean-Paul Sartre fa un passo ancora oltre scoprendo nell’appello che l’autore rivolge al lettore perché collabori alla produzione dell’opera, nientemeno che un’affermazione di libertà. Ma non è ancora tutto; l’oscurità, paradossalmente, elude la confusione, obbliga il lettore a interporre uno spazio di silenzio e riposo che scongiura la babele delle troppe informazioni, come dire, insomma, che il buio tutt’intorno permette alla luce di brillare più intensamente.

Gino De Dominicis, senza titolo, 1978

Imperativo assoluto, quindi, l’esercizio dell’essenziale; una stringatezza che non è povertà o mancanza, ma densità, disciplina e concisione, la saturazione bramata da Virginia Woolf, la brevità predicata da Calvino nelle Lezioni americane. E ancora una certa “castità dello stile”, ché quando troppo è visibile la mente si addormenta e il potere dell’immaginazione scade nella pornografia.

Solo allora, laddove l’autore sappia dosare parola e silenzio nelle giuste proporzioni, può riuscire l’alchimia che è peculiarità assoluta della letteratura: produrre realtà, arrivare a sfiorare la verità. Quest’incantesimo (di cui Dante è maestro) è un’illusione prospettica: la reticenza, l’ammissione del non detto, stabilisce l’esistenza di una totalità più grande, di cui ciò che l’autore ci confida non è che una ridotta porzione. Quando nella Commedia (Inferno XXI, 1-2) Dante dice di vagare con Virgilio per il regno dei dannati «… altro parlando / che la mia comedía cantar non cura», il lettore viene a sapere che i due hanno conversato a proposito di qualcosa che non gli è permesso conoscere. Il desiderio – reale quanto la curiosità – di riempire quel vuoto rende reale ciò che manca (in quanto ne sentiamo innegabilmente la mancanza) e, per proprietà transitiva, diventa reale anche ciò che c’è, la letteratura. La lacuna è al servizio della mimesi e in questo senso è possibile rispolverare la nozione di realismo letterario rinunciando definitivamente a referenzialità e verificabilità delle informazioni in favore di un’interpretazione del letterario come esperienza di verità.

La verità è un esercizio della mente, anzi, di due menti che collaborano: se il lettore è come un “cercatore d’oro”, a caccia di scintillii in superficie, l’arte è il setaccio; l’unità non sta nel testo, ma fuori, è solo evocata dalle briciole che l’autore lascia cadere tra le sue pagine. Di qui si giunge facilmente al racconto poliziesco, alla ricostruzione, sulla base di indizi, mancanze e – appunto – lacune, di “un passato disintegrato”. E qui sta anche tutto il fascino della lacuna, che è reticenza e omissione, ma anche segreto, irresistibile tentazione di scoprire, di conoscere; quella magia per cui l’allusione genera una tensione restauratrice che si rinnova all’infinito.

Gardini invita alla discussione gli apostoli della rapidità, della concisione, dell’ellissi e dell’omissione; agli autori che hanno seminato di lacune le proprie pagine più riuscite lascia il compito di raccontare perché la letteratura, piuttosto spesso, tace e perché addirittura ammette pretenziosamente di tacere, facendosi custode sibillina di misteri inaccessibili.

Il libro si divide in quattro sezioni: la prima è una definizione di campo, che traccia i contorni dell’abisso da indagare e offre una selezione di acrobati illustri, che danzano come funamboli su strapiombi e dirupi. La seconda indaga come i teorici di epoca antica e moderna abbiano esposto la dottrina dell’essenziale, la densità del silenzio, la bellezza del vuoto. La terza esplora i tentativi di ricostruzione, il lavoro di restauro e l’appagamento della risoluzione che il lacunoso comporta; la quarta raccoglie il precipitato letterario e i paradigmi dell’arte della lacunosità.

Il lavoro di Gardini è partecipe dalla stessa natura del lacunoso di cui tratta, è collezione di vuoti e rimandi. Le citazioni d’esergo sono lì a evocare testi remoti e la stessa trattazione è un tentativo ineluttabilmente limitato di ordinare una materia sconfinata (se ciò che dice la letteratura è un campo di lettere sterminato, ciò che la letteratura non dice è un universo ben più inafferrabile). Ma il risultato finale – lo conferma lo stesso Gardini nelle conclusioni – va ben oltre le premesse: la frequentazione degli spazi lacunosi della letteratura ci spinge, sorprendentemente, a toccare con mano la letterarietà. Che cos’è, allora, la letteratura? Per Gardini è «il non scritto di cui lo scritto è un richiamo, un’ombra […]; una mancanza perennemente rinnovata dalle parole; è desiderio di “altro ancora”, perché quello che c’è sulla pagina non basta, non può essere tutto».

 

La lacuna, quindi, è lo spazio vuoto che deve essere riempito, così da realizzare, unendo due intelligenze fatalmente parziali, una totalità compiuta, combinando due fantasie, arrivare alla verità. E la letteratura, dunque, è il gioco di regalare al mondo l’unità che il mondo non possiede.

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