Sono un insegnante che ha iniziato a fare le prime supplenze nel 1988; in quasi trent’anni ho assistito a svariate mutazioni, tutte superficiali, nell’attività di docente, e, al contempo, ad una ferrea, adamantina, coriacea invarianza fondamentale in ciò che si chiama scuola.

Una delle guide della mia vita ha nome Giorgio Manganelli e questo grande scrittore ebbe modo di scrivere negli anni ‘80, a proposito dei cosiddetti mutamenti scolastici, le seguenti illuminanti e definitive parole: “ mi dicono che le cose sono cambiate. Sarà. Ma ci sono le classi? Le aule? Le campanelle? E allora non ci credo”. Parole sante!

Le riforme della scuola non sono riforme. Sono ritocchi parziali, spesso scoordinati e raffazzonati, tendenti ad un unico fine, triplicemente modulato: tagliare, tagliare, tagliare. Ore, posti di lavoro, siano cattedre o segreterie e dirigenze.

Gli accorpamenti di istituti di cui sono stato testimone negli anni non hanno alcuno scopo se non quello appena ricordato. La didattica, la pedagogia non vi hanno alcuna parte.

L’introduzione della settimana corta, cinque giorni su sette, (che è una realtà della mia scuola, sudtirolese) si spiega con la volontà di risparmiare  sul riscaldamento, sulle spese di trasporto eccetera. Perché tenere accesi gli impianti sei giorni è più dispendioso che tenerli accesi cinque. Pagare gli autisti degli scuola-bus cinque giorni costa meno che pagarli sei. Tutti sanno che è così.

Di riforme autentiche, nella scuola italiana post-unitaria, ce ne sono state unicamente due: quella del 1923 e quella del 1962.

 

La cosiddetta riforma Gentile e la riforma che introduceva la scuola media unica.

Una presentata come fascistissima, ma in realtà, come riconobbe lo stesso Gentile in parlamento, d’impianto liberale, l’altra ispirata alla stagione riformista del centro-sinistra.

Queste due riforme possono piacere o non piacere. Però nessuno può negare che nascessero da idee. Non so quanti ministri e ministre dell’istruzione pubblica abbiano avuto modo di leggere o almeno sfogliare i due tomi del Sommario di pedagogia come scienza filosofica. Lì avrebbero trovato, ripeto, delle idee forti. Repellenti magari, per taluni. Ma sostenute senz’altro da energia di argomentazioni e pensiero. Allo stesso modo, quella della scuola media unica, era una riforma vera, nata da una convinzione profonda, basata su precise prese di posizione, di classe, magari, tanto per usare una parola oggi del tutto desueta.

Ora, metà settembre 2017, i giornali titolano: la svolta dello smartphone. La ministra Fedeli lo vuole autorizzare.

Premetto che io non lo possiedo lo smartphone. E che considero la tecnologia per quello che è: cambio di supporti. Una sciocchezza che sia scritta su carta con lapis, o incisa nel bronzo, o sullo schermo – sempre quella resta: una sciocchezza.

Precisato questo, non so i colleghi (anzi lo so, ma faccio finta di non saperlo, perché a scuola si procede così), ma io lo smartphone sono almeno sette anni che lo faccio usare. Se dico una cosa e gli alunni non mi credono: aggiungo: controllate in rete. Verificate le mie affermazioni in tempo reale, secondo l’abusata espressione. Fonti come wikipedia, per me, sono attendibili. Tutte le volte che le ho consultate ho trovato che dicono sostanzialmente cose giuste e veritiere. Certo ci saranno anche errori, imprecisioni eccetera, ma anche nei libri stampati se ne possono trovare. E non poche. Nel corso della mia lunga attività ho reperito svarioni in grammatiche, manuali, carte geografiche, mappe e persino all’interno di testamenti biffati da notai di fama.

E la ministra lo scopre ora, lo smartphone! Sancta simplicitas!

Ma è sempre così. L’ufficialità è in perenne ritardo. Costitutivamente. Come Achille con la tartaruga. O giù di lì. Chiedere conferma a Zenone, grazie.

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