VIVALDI E LA SUA VIOLINISTA RIBELLE: A NATALE ARRIVA “PRIMAVERA”
BELLA STORIA DI MUSICA E LIBERTÀ, FORSE NON TUTTO È PERDUTO
Sorprende un po’ che “Primavera”, una storia interamente ambientata nella Venezia del 1716, non abbia trovato accoglienza alla Mostra del cinema, lo scorso settembre, a vantaggio del festival di Toronto. Immagino che abbiano inciso motivazioni legate alle vendite internazionali (è stato già preso in 25 Paesi) e tuttavia al Lido avrebbe sicuramente figurato meglio di parecchi titoli italiani ospitati in concorso e fuori. Da noi esce il 25 dicembre, lo stesso giorno dell’attesissimo “Buen Camino” di Checco Zalone, e mi auguro che non sia un azzardo puntare sul Natale pieno. Stamattina, con largo anticipo, è stato presentato alla stampa, in vista delle anteprime del 14 dicembre.
Prodotto da Indigo Film e distribuito da Warner Bros, “Primavera” porta la firma dell’apprezzato regista teatrale Damiano Michieletto, veneziano, classe 1975, che aveva esordito nel cinema quattro anni fa con “Gianni Schicchi”, protagonista Giancarlo Giannini, e qui si mostra ancora più bravo e personale, misurato ed espressivo. Lo spunto viene dal romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, premio Strega 2009, anche se il tutto è stato molto rielaborato, con mano felice, dalla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
Lo strillo di lancio recita «Vivaldi cercava l’eternità, lei voleva solo un nome», e mi pare che renda bene l’idea delle dinamiche psicologiche tra i due personaggi in ballo: il grande compositore veneziano Antonio Vivaldi e l’orfana Cecilia, abbandonata da piccola all’uscio del Pio Ospedale della Pietà, dov’è cresciuta in attesa di sapere il suo vero nome e ritrovare la mamma. La ragazza, fiera e dignitosa, è stata promessa in sposa a un nobile che sta combattendo valorosamente contro i turchi a Corfù; ma intanto ha saputo farsi notare come ottima violinista – essendo una delle più capaci “Figlie del Choro” allevate nell’orfanotrofio e costrette a esibirsi con una maschera sul volto – dal musicista e prete appena arrivato per rinverdire le fortune concertistiche dell’ospedale (ci sono di mezzo ricche donazioni). «Tu non suoni per essere lodata» scandisce Vivaldi a Cecilia, e capiamo subito che tra i due, infelici entrambi per ragioni diverse, nascerà un sodalizio artistico capace di sbullonare ipocrisie, pavidità e miserie umane. Ma quanto può durare? Il destino, a guerra finita e vinta dai veneziani, s’incaricherà di mettere Cecilia di fronte a una scelta irrinunciabile…
Se la “primavera” del titolo allude alla più nota delle “Quattro stagioni” vivaldiane (le note echeggiano solo sui titoli di coda), il senso metaforico del film è chiaro, in linea con un pensiero espresso dal musicista in un’intensa scena: «La musica non serve a niente, ma può fare tutto». In effetti, il malaticcio Vivaldi e la sventurata Cecilia trovano nella musica un antidoto alle loro vite recluse, un innesco fantastico e per molti versi liberatorio, una via di fuga.
Più cupo e disperato di quel “Gloria!” che nel 2024 segnò l’ispirato esordio nella regia di Margherita Vicario (l’argomento è per alcuni versi simile), “Primavera” racconta una storia immersa nella creatività artistica e nella miseria umana, tra episodi coloriti, come il concerto per il re di Danimarca in incognito a Venezia, e odiosi soprusi, come le visite ginecologiche effettuate dal cerusico per appurare la verginità delle ragazze nubende. Michieletto mostra una mano sicura nel pilotare la ricostruzione in costume, complici la fotografia a lume di candela di Daria D’Antonio e le musiche discrete di Fabio Massimo Capogrosso (c’è anche Vivaldi, ovviamente); poi ci sono gli attori, tutti bravi e ben scelti: da Michele Riondino e Tecla Insolia, rispettivamente nei panni di Vivaldi e Cecilia, agli altri variamente coinvolti: Antonio Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi…
A volte mi capita di pensare e scrivere, subito rimproverato da qualche regista permaloso, che l’attuale cinema italiano sia rattrappito, sfocato, furbetto, a corto di stile e di idee. Be’, “Primavera” mostra, insieme a pochi altri titoli, che c’è ancora speranza. Meno male.
PS. Faccio un solo rilievo all’aspetto musicale del film: avrei curato con più attenzione la diteggiatura degli attori quando suonano il violino.
