Il nome del figlio ( Francesca Archibugi, 2015 )

imm mercoledì 28 gennaio, 2015
Domenico Astuti
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Abbiamo visto “ Il nome del figlio “ regia di Francesca Archibugi.

Il film è tratto dal successo francese del 2012 Cena tra amici, la Archibigi assieme allo scrittore Francesco Piccolo hanno conservato la struttura narrativa ma l’hanno trasportata in Italia adattandola in un contesto tipicamente romano, tra Pigneto, Palocco e forse Parioli. Durante una cena tra amici dall’adolescenza, che continuano a frequentarsi in mdo un po’ strambo, scoppiano quasi subito vecchi rancori ed emergono segreti nascosti anche spiacevoli.   Ma non siamo certo dalle parti di Ritorno a L’Avana, né tantomeno da Carnage. Siamo più dalle parti del primo Virzì, quello di Ferie d’agosto. Dove c’è lo scontro tra intellettuali di sinistra un po’ boriosi e proletari un po’ coatti che tuttavia hanno un contatto con la realtà più diretto; in quel film c’era la coatta Francesca ( Antonella Ponziani ) qui invece c’è la coatta Simona ( Micaela Ramazzotti ), lì c’era il burinissimo Ruggero ( Ennio Fantastichini ), qui invece l’ignorante Paolo ( Alessandro Gassman ) e via discorrendo. Ma il primo film era una commedia divertente e sfaccettata di personaggi, questo film è invece un vaudeville nemmeno tanto sociologico, non particolarmente penetrante e fin troppo costruito come una piece teatrale.  Una critica che si faceva alla Commedia dei Sordi e dei Manfredi era che non riuscivano a superare i confini italici, con film del genere il dubbio è se riesce a superare Roma e quel tipo di pubblico anzianotto, di una cultura pauperizzata che sembra in fondo non esistere più. Il film poi non ha un ritmo in crescendo ( genere: normale cena tra amici che poi deflagra in tensioni e svelamenti ) bensì sembra sin dall’inizio che debba scoppiare da un momento all’altro la tensione e di quelle feroci. In questa storia viene inserita la vita degli stessi protagonisti da ragazzini, con i relativi genitori, alla fine degli Anni Settanta; ma è un inserimento atemporale, troppo interiore, senza confronti epocali né serve a presentare quel mondo che la Archibugi sembra conoscere e che ha già raccontato in Verso sera: solo degli inserti – un po’ approssimativi e forse criptici – che ci appaiono fine a se stessi e che ci mostrano un Pontecorvo padre, ebreo, salvatosi dai campi, nevrotico e sofferente ma che non mostra alcun comportamento da uomo-intellettuale prestigioso e appartenente al gotha comunista. Insomma un film scritto con cura, che non si accontenta di prendere il film francese e riportarlo in lingua italiana ( come se ne sono visti negli ultimo anni ), con un buon cast di attori e tecnici, ma in fondo che fa sgorgare una domanda spontanea: cosa c’è di necessario in un film del genere ?

Siamo nella Roma del Pigneto, un quartiere multietnico da alcuni anni, diventato di moda e di tendenza. Qui abita una coppia di quarantenni, lui è Sandro ( Luigi Lo Cascio ), professore universitario ampolloso, insicuro che si nasconde dietro al cellulare ( Twitter-dipendente ) e ai suoi saggi non celeberrimi, sua moglie è Betta Pontecorvo ( Valeria Golino ) una precaria della scuola in attesa di ruolo, frustrata di casalinghetudine. Entrambi aspettano il fratello di lei Paolo ( Alessandro Gassman ) un agente immobiliare con il sorriso sulle labbra e pronto alla battuta e allo scherzo che forse malsopporta i trascorsi impegnati della sua famiglia, e sua moglie Simona, una coatta che lavora in televisione e che incredibilmente ha pubblicato un romanzo che ha venduto duecentomila copie; e con loro, un amico quasi d’infanzia Claudio ( Rocco Papaleo ) che lavora nel mondo della discografia ( sta producendo un disco jazz sulle canzoni di Califano: battuta che dovrebbe far ridere e riflettere ).   Iniziano la cena senza Simona che arriverà in ritardo e Paolo la incomincia con uno scherzo agli amici, il figlio che gli nascerà fra poco lo chiameranno Benito ( alla faccia del nonno ebreo, onorevole comunista e alto borghese etc. etc. ). Naturalmente Sandro ci cascherà, provocando in lui rabbia e rancore che darà la stura ad aggressioni verbali e a scazzi tra i presenti che degenerano presto in una messa in discussione di valori, scelte e persone, che non mancano di offendere e ferire tutti, nessuno escluso e aumenteranno fino ad esplodere quando giunge Simona… Ma come nelle favole banalizzanti e rassicuranti che terminano bene il gruppo si rincontra dopo la cena in ospedale per il parto di Simona e sembra che l’arrivo della nuova nascitura porti il buon umore tra gli amici e che le tracce di quello scazzo sia scivolato come acqua sulle loro vite senza più futuro.

Il risultato finale per lo spettatore è rimanere in mezzo al guado. Si sorride a volte in modo stanco, resta un’amarezza di fondo anche se non come nella vecchia commedia all’italiana; in più non si prova una grande simpatia per questi figli mai cresciuti ( sia se son di destra che di sinistra, immobiliaristi o musicisti alternativi: risultano tutti degli esseri senza importanza ), come non si prova simpatia per il mondo in cui viviamo. Ma la cosa più grave è che i ruoli sono tutti prevedibili e la storia si stiracchia senza alcuna sorpresa.

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