La nostra vita – recensione

images-2 lunedì 10 maggio, 2010
Domenico Astuti
Letto 44 volte

Abbiamo visto “ La nostra vita “ regia di Daniele Lucchetti.
Esiste in Italia una generazione di registi fragili, due o tre volte nella carriera realizzano film anche importanti, ma spesso fanno film modesti, inconcludenti, purtoppo inutili. Verrebbe naturale chiedere a Lucchetti, ma con la difficoltà che c’è in Italia di fare un film, con i tempi biblici dall’idea alla realizzazione, con teste ( tra regia, sceneggiatori, produttori ) degne di tale nome, è possibile mai non rendersi conto che si sta pensando ad una storia e a una fotografia dell’Italia di oggi così leggera, priva di pathos, priva di reale analisi critica e di cattiveria ? Cosa si apprende in questo film di nuovo o di originale ? Che c’è la cassa integrazione ? Che i Sindacati sono scomparsi ? Che gli italiani sono brava gente ma un po’ razzista ? Che pensano solo ai soldi ? Che c’è un’illegalità strutturale ? Che gli extracomunitari sanno vivere meglio di noi pur subendo soprusi ? Che rimuoviamo l’idea della morte ? E che alla fine, l’unica cosa su cui si può contare è la famiglia ? Traetene voi le conclusioni. Scusate una digressione, certi francesi devono essere proprio perfidi nei confronti del cinema italiano, se invitano in gara a Cannes un film del genere. Non è la prima volta che ci fanno uno scherzo di questo tipo. Altrimenti possiamo pensare che in giro per il mondo c’è veramente poco cinema.
Lucchetti è regista di una decina di film, alcuni riusciti altri poco efficaci o insignificanti. Il suo più noto è “ Il portaborse “ in cui la presenza di Moretti ( spesso ingombrante per i giovani registi ) offusca la regia. Ha iniziato come assistente nel film “ Bianca “ e quindi aiuto regista in “ La messa è finita “. Il suo primo film è “ Domani accadrà “ del 1988. “ La Scuola “ e “ Mio fratello è figlio unico “ sono i suoi film più significativi. “. “ Arriva la bufera “, “ Dillo con parole mie “ i meno riusciti.
Daniele Luchetti ha dichiarato all’uscita del film: “ Abbiamo valutato anche l’idea di raccontare per chi vota il nostro protagonista, le sue passioni politiche, ma il film si sarebbe impoverito facendo un discorso troppo diretto. Diciamo che è un film politico a posteriori, che fa trarre un ragionamento sulla condizione del nostro paese. In un’altra occasione ho citato una lettera di Chekov, in cui l’autore diceva che l’artista non deve prendere posizione, ma fare le associazioni giuste in un racconto. E’ quello che ho cercato di fare e spero che permetta di far nascere un ragionamento politico “. Forse Lucchetti e gli sceneggiatori Rulli e Petraglia si sono dimenticati delle analisi di Marx, del termine lumpenproletariat e del testo Grundrisse.
Ma raccontiamo la storia, Claudio ( un sempre più convincente Elio Germano ) è un capo operaio edile trentenne, lavora nei cantieri della periferia romana dove ci sono solo extracomunitari illegali e tutto è “ in nero “ e nell’illegalità, come da cronaca giornalistica quotidiana. E’ sposato con Elena ( Isabella Aragonese, stretta in una parte troppo piccola ) e hanno due figli, un terzo è in arrivo. Claudio è un ‘ bravo giovane ‘, affettuoso con la famiglia, gran lavoratore e marito innamorato. Ha un fratello un po’ tontolone ( Raul Bova ), una sorella ( Stefania Montorsi ) più grande, sposata, cassaintegrata, sempre sorridente e istintivamente chioccia nei confronti dei due fratelli; ed ha un amico nel palazzo, un pusher sulla sedia a rotelle che vive con una senegalese e mostra una calma serafica sia quando è pestato per motivi di droga che quando va a messa portandosi i figli di Claudio ( Luca Zingaretti, in un ruolo differente dal solito, ma sempre piacione ) . Questa presentazione dei personaggi, non è noiosa, ma dura circa mezz’ora. D’un tratto la moglie ( forse un po’ tutto troppo preparato ) mentre sta dando alla luce il piccolo Vasco, muore. Claudio è incapace di accettare il dolore, non riesce a elaborarlo; istintivamente si mette in testa di dover risarcire i figli della perdita della madre: vuole comprargli tutte quello che desiderano. Ma non ha i soldi e allora si infila in un affare troppo grosso, si prende il subappalto di una intera palazzina da costruire. Ma tutto inizia ad andare storto, deve farsi prestare dei soldi, prima dall’amico pusher, poi dai fratelli, si trasforma rapidamente diventando inaffidabile, bugiardo, disperato anche un po’ razzista. Ma alla fine riesce a uscirne fuori, rimanendo sempre povero e sembra senza aver imparato la lezione.
“ La nostra vita “ non è precisamente una Commedia né tantomeno un film politico. E’ un film piccolo con delle intenzioni importanti, ci racconta in modo distaccato il mondo delle nuove periferie romane, la vita dei giovani proletari e non solo; quel mondo fatto di centri commerciali, di televisori sempre più grandi, di extracomunitari sofferenti e di un tessuto familiare – nonostante tutto – che resiste in quanto trovato e non cercato: una classe proletaria senza nessuna identità sociale, senza alcuna coscienza civile e distante anni luce proprio da coloro che li vogliono raccontare. E questo è anche il solito difetto del cinema italiano, che se ne sta più chiuso nei propri gruppi culturali piuttosto che vivere la strada. La scelta di Lucchetti è di raccontare persone senza dare alcun giudizio, ma riconoscendo oggettivamente la difficoltà del vivere, di emanciparsi; una visione forse troppo borghese e involontariamente ottimista. Il gruppo di lavoro è composto dai soliti bravi professionisti, Rulli e Petraglia alla sceneggiatura, Claudio Collepiccolo alla fotografia, Basili alle scenografie, Piersanti alle musiche. Il cast d’attori è ben scelto però all’interno di dinamiche un po’ preconfezionate.

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