“Volevo andare dove nessuno ha mai messo piede, fuori da ogni autorità”. Denis Johnson, un tributo – da Pangea

mercoledì 11 Maggio, 2022
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Esiste un memoriale di Riccardo Ielmini su Simone Cattaneo che uscì nel settembre del 2012. Lo lessi quello stesso anno quando diedi alle stampe il mio secondo disco solista, Morire, racchiuso in una busta nera in pelle. Dentro quel disco c’era una canzone dedicata a Simone, Saronno.

Nel memoriale di Ielmini si parla di Albero di Fumo. Fu Simone a suggerire tale lettura. I due chiacchierano in una gelateria bordo lago. Una settimana prima del volo dal settimo piano di una palazzina di Saronno che avrebbe consacrato Cattaneo come il Jim Morrison della poesia nostrana. Più incazzato di Scorsese, più violento di Lou Reed. Le sue poesie saranno sempre un pungo insanguinato contro la mediocrità del mondo.

Così me lo appunto e lo cerco. Albero di Fumo, un romanzo di Denis Johnson uscito qualche tempo prima, nel 2007, per Mondadori. Non è stato ristampato e non è facile da trovare, nemmeno on line e così finisco per trovarlo a Pasqua, mentre da Parigi faccio un salto a Rimini per un concerto. Perso negli scaffali di quelle grandi librerie dell’usato che piano piano stanno scomparendo.

Rimango folgorato. Le pagine ti invitano a procedere dentro un inferno verde che puzza di napalm, di ricordi, di cibi da strada, donne sconosciute. In Vietnam il nemico è ovunque e l’intera regione è un mondo perduto, in cui nessuna redenzione è possibile, esclusa quella offerta dal mito.

Pagine come lame che bruciano foreste.

Albero di Fumo è la storia di tre vite. Quella di William Sand, agente della Cia contro i vietcong, e di Francis Xavier Sands, suo zio, cattolico ed ex studente a Parigi, eroe della Seconda guerra mondiale, campione di football, un’altra scheggia impazzita dei servizi segreti. Ma è anche la storia di Kathy Jones, moglie di un missionario protestante, amante di William e volontaria in una organizzazione che si occupa dei giovani orfani vietnamiti. Storie che si incrociano senza lieti fini, mai disperate.

Questo non è un romanzo sul Vietnam. Si tratta del romanzo sul Vietnam. Ogni pagina è sudore, sangue, polvere, pianti e urla. È il sud est asiatico, la guerra, gli orfani, i cadaveri, l’amore e la morte (di nuovo e sempre insieme). Una lettura che ti porta sul filo della realtà stessa là dove cominciano i sogni. A metà di Albero di Fumo, vincitore in patria del «National Book Award 2007», Denis Johnson costruisce questo dialogo tra soldati americani colti impreparati dall’offensiva del Tet da parte dei Vietcong: «Si può sapere cos’è successo?», chiede uno. «Non ne ho idea», risponde un altro. «Ci hanno attaccato. Per loro siamo il nemico», spiega ai due un terzo. «Io non sono il nemico di nessuno», ribatte il primo. «Io non voglio essere niente, né amico, né nemico», conclude il secondo. Qui c’è l’essenza dell’avventura americana nel Paese del Sud-Est asiatico dove nei primi Anni Sessanta si decise di fermare il comunismo.

Johnson cominciò questo romanzo nel 1963 e continuò a scriverlo fino alla fine degli anni Ottanta riempiendo di cenere, spari, dialoghi serrati, vegetazione, perdita in più di 700 pagine che potrebbero annegare di benzina interi deserti. Mentre si procede nella lettura, vengono in mente oltre al già citato Coppola altre pellicole ormai classiche di Cimino e Kubrick, e libri come Dispacci di Michael Herr o Nato per uccidere di Gustav Ashford, oltre che il DeLillo più complottista. Il Vietnam di Denis Johnson, ex tossicomane, è come l’eroina. Non è una guerra, ma una malattia impossibile da controllare.

Fabrizio Testa

*

La libertà si conquista con il sangue. Un reportage di Denis Johnson

Denis Johnson è tra i grandi scrittori americani contemporanei. Ha attraversato i generi: “Jesus’ Son” – da cui è stato tratto un film omonimo, nel 1999, con Billy Crudup e Samantha Morton – è un libro livido, crudo, ‘di culto’, che rinnova l’arte del racconto; “Albero di fumo” è uno dei grandi romanzi sulla guerra in Vietnam. In Italia, Denis Johnson è pubblicato da Mondadori e da Einaudi; le sue poesie, di genio, sono ancora inedite nel nostro paese. Morto nel 2017 – il libro postumo, “La generosità della sirena”, è edito da Einaudi nel 2019 –, Denis Johnson ha scavato nei luoghi remoti degli Stati Uniti, nelle viscere oscure del continente. Mescolando l’ansia di Thoreau al talento polimorfico di Faulkner, nel luglio del 1995 scrive per “Esquire” un reportage, “The Militia in Me” – plastico esempio di giornalismo ‘narrativo’ – di cui traduciamo alcuni brani. Nella vastità americana, senza eco, risuonano domande terribilmente attuali. Leggere ora il Denis Johnson di allora è utile per capire cosa lacera l’Occidente. (d.b.)

Nel luglio del 1992 me ne sono andato in Alaska a cercare l’oro, a vivere la felice epopea dell’uomo americano che scopre qualcosa di prezioso in una terra incontaminata, su cui nessuno ha mai messo piede prima. Il primo giorno, a Anchorage, ho conosciuto due uomini che mi hanno affascinato. Jacob viveva fuori dal mondo, lontano, sul “filo di rasoio della libertà”, diceva lui. Aveva costruito una capanna, sulle colline nei dintorni di Talkeetna; aveva fatto da levatrice ai suoi quattro figli. Il suo amico David aveva esplorato le Bonanza Hills: cacciava gli orsi con l’arco. Avevano una sorta di quartier generale presso l’Arctic Burger, un ristorante di Anchorage frequentato da vecchi veterani dell’Alaska. Uomini dalle mani aperte, allegri, vittoriosi – d’altronde, erano sopravvissuti fino a quel giorno. Erano scesi in città per appoggiare la candidatura alla presidenza di Bo Gritz, ex eroe dei Berretti Verdi. Non che gl’importasse della politica o che nutrissero speranze di cambiamento al governo.

Io e mia moglie abbiamo passato la luna di miele nelle Bonanza Hills. Un aereo ci ha mollati lì; un aereo è venuto a prenderci. Nel frattempo, io e Cindy abbiamo vissuto senza alcun contatto con quello che credevamo “il mondo”, in un luogo privo di umani, di autorità, di leggi, a settanta miglia dal primo abitato. Avevamo con noi un fucile; non ho mai posseduto una pistola. Qualcun altro deve gestire questa roba, pensavo – e mi ha sorpreso scoprire che tenere a portata di mano un’arma fosse, ora, il requisito fondamentale per vivere. Altre cose che non pensavo così importanti scoprii che lo erano: fiammiferi, attrezzi vari; soprattutto, lucidità di pensiero e capacità di improvvisare. Dovevamo restare concentrati, acuire i sensi: eravamo tutto ciò che avevamo con noi. Infine, qualsiasi cosa sarebbe accaduta, era soltanto a causa nostra, era nostro compito risolverla. Ci siamo resi conto che le nostre vite non erano mai state così nostre.

Ho sempre vissuto sotto la tutela dello “Stato Mamma”: pronto a salvarmi, calmarmi, curarmi. Ma questo è un paese libero. Avevo sempre dato per scontato che il governo si occupasse della mia sicurezza per darmi la possibilità di essere libero. Non ne ero più così certo. Quel piccolo morso di autentica libertà, mi ha lasciato in dono un desiderio ardente. Forse non volevo altro che la libertà da qualsiasi governo. […]

Se libertà significa auto-responsabilità, autogestione, come la mettiamo con chi non può prendersi cura di se stesso? Io sono uno di quelli, caro mio. Se ogni giorno non faccio qualcosa di definitivo, è un miracolo. Lasciami stare, lasciami solo. Sono uno innamorato del miracolo.

La scorsa estate, con la famiglia, ho affittato un rifugio nello Yukon canadese, a quaranta miglia dal paese più vicino. Volevo vivere per un po’, ancora, fuori da ogni autorità. Ma l’ufficiale locale veniva regolarmente a farci visita – non aveva nessuno, tranne noi, con cui parlare. Un giorno venne anche un tizio dell’immigrazione. Mi fece delle domande. Iniziai a desiderare l’Alaska.

La vita era elementare: legno, cibo, acqua, meteo. Ho letto libri sulla Costituzione degli Stati Uniti e sui padri fondatori. Leggevo di idee straordinarie, e di quelle persone così notevoli che le avevano portate avanti per creare gli Stati Uniti. Mi sono chiesto quante cose abbiamo deciso che fossero riviste e revisionate da allora. Questi non sono gli Stati Uniti che mi hanno insegnato a scuola, non sono gli Stati Uniti ideati dai padri fondatori. Fino a quel periodo, avevo creduto alla promessa che l’America è una nazione creata per le persone, per gli uomini, non per i prepotenti e i tiranni. Un governo creato “per garantire i diritti”. Non per concederli, razionarli, darli in licenza. La mia ipotesi è che il mondo sia diventato molto più pericoloso dalla fine del XVIII secolo, quando George Washington e James Madison si affidavano alla Carta dei diritti. In un continente pieno di terroristi e di sabotatori, saccheggiato da diverse nazioni, consideravano la sicurezza meno importante della libertà dei concittadini – e così, onoravano i diritti di quei cittadini di parlare, pensare, pregare, commerciare liberamente e perfino detenere armi sofisticate. Cosa è accaduto da allora? Se lo chiedo ai governanti mi diranno, nulla. Questo è ancora un paese libero. Se lo chiedo agli americani delle zone più infime e lontane dalle città, la risposta è diversa. […]

La mia famiglia è tornata dallo Yukon in aereo. Io ho preso il pick-up è ho attraversato mille miglia di lande selvagge del Nord America, dormendo di fianco ai fiumi, muovendomi secondo il mio ritmo, senza parlare a nessuno.

Qualche miglia a nord di Smithers, nella Columbia Britannica, uno dei pneumatici è scoppiato. Avevo una ruota di ricambio, a bordo, ma il cric non funzionava, quindi ho allungato il pollice, sperando in un passaggio fino a Smithers. Un pick-up targato Alaska si è fermato; ho spiegato il problema ai miei soccorritori; due giovani, con un rimorchio traboccante di corna e un cane impassibile, da slitta, che mi fissava dal sedile anteriore. “Abbiamo un cric”, ha detto uno, è venuto verso la mia macchina, in retromarcia. Erano ragazzi di campagna, di un’altra epoca: tuta, scarpe enormi, jeans anneriti, bretelle rosse, barbe sottili, vergini, come quelle degli spettri della guerra di secessione. L’autista era grosso, biondo, tranquillo; l’altro era magro, rapido, intelligente. Entrambi avevano lo sguardo sincero e schietto dei cani. “Quante corna”, ho detto. Ne avevano raccolte centinaia. Costruivano mobili con le corna, che poi vendevano in giro. “Mi sembrate dei veri americani liberi”, ho detto. “No”, disse quello più piccolo, che prese a parlare, mentre l’altro mi cambiava la gomma. “Nessun americano è libero, oggi”. “Credo che tu abbia ragione. Ma cosa possiamo fare?”. “Combattere. Finché non saremo libero. O saremo morti. Non c’è alternativa”. “E chi combatterà?”. “Un sacco di uomini. Più di quanti immagini. Combatteremo finché non saremo morti. O torneremo liberi”.

Fantasmi. Eccoli qui. Fantasmi che attraversano gli Appalachi per arruolarsi a Gettysburg. “Vi chiedo solo una cosa. Cosa volete?”. “Te l’ho detto. La libertà. Vogliamo solo la libertà”. “Intendo dire. E una volta che fai cadere il governo, con cosa lo sostituisci?”. “Un capo. Ci vogliono uomini forti. Il tempo ce li darà”. “E l’unico modo per farlo è la guerra?”. Il giovane masticava tabacco. Aveva occhi grandi, gentili. Masticò per un po’. “La libertà deve essere conquistata con il sangue. È sempre stato così”.

In quel paesaggio montano, nel vuoto, lontani da tutto, quella frase risuonò con una autorevolezza profonda e arcana. Sacrificio di sangue. Vecchio quanto la spiritualità umana. Il filo che lega l’Antico Testamento al Nuovo, che lega nella fede il popolo cristiano a Dio: la libertà dal peccato si conquista grazie al sacrificio dell’unico Figlio. Ma il prezzo non è già stato pagato? O siamo stati abbandonati qui, irredenti, confusi, cercando di decifrare uno strano, nuovo libro sacro? Un Terzo Testamento, che ha messo insieme pezzi degli altri due e interpretazioni facili, feroci. Profezie sul sacrificio di sangue e una guerra tra il bene e il male, il rigurgito di promesse non ancora compiute, in attesa di adempiersi.

Denis Johnson

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