La Repubblica dei Matti di John Foot racconta l’impresa di Franco Basaglia e di tutte le persone con cui ha combattuto, interagito, litigato, collaborato nelle fasi della sua formazione. Una formazione che sembra un romanzo, comincia prima della nascita e non termina dopo la morte. Come il Napoleone a cavallo di Hegel – cavallo che, in questo caso, sarebbe matto e si chiamerebbe Marco – Basaglia è stato lo spirito del mondo psichiatrico, la sua antitesi, che ha subito prodotto sintesi: Gorizia. Il testo di Foot torna sulla questione “antipsichiatria”, in particolare sull’idea “la malattia mentale non esiste”. Penso che la questione “malattia mentale” sia, in primo luogo, linguistica. Chi pone la questione “malattia mentale”, a cinquant’anni di distanza da quel dibattito, si trova stritolato nella dimensione neo pubblicitaria e neo liberale. Non riesce a distinguere più il significato. Chi dice “la malattia mentale non esiste” è il DSM-5 – l’ultima versione internazionale del manuale psichiatrico, su cui siamo più volte intervenuti a doppiozero. Infatti, secondo le categorie previste dal DSM-5, ciascuno può rientrare nel sistema di cura.

ex Ospedale Psichiatrico di Sassari

Si dovrebbe parlare allora di “malattia morale”, come segnalato da un libro di Mario Galzigna, uscito oltre vent’anni fa, ma qui siamo su piani culturali tra loro incommensurabili. Basaglia conosceva bene Sartre e la letteratura esistenzialista, era parte dello Zeitgeist dell’epoca, sapeva cosa intendevano Kafka, Svevo o Thomas Mann quando parlavano di malattia, aveva una formazione fenomenologica, aveva letto Foucault, Fanon e corrispondeva con gli psichiatri che, in tutto il mondo, pensavano di cambiare l’immagine della follia. Basaglia non è riducibile in alcun modo a gruppi di fanatici che hanno stravolto le sue idee rendendole prodotti mediali: fanatici favorevoli, fanatici contrari. L’opera di Foot era necessaria, viene da uno storico inglese, testimone esterno, persona che non è alla prima ricerca sull’Italia contemporanea. Quando si legge si ricava l’impressione che ami e ammiri il nostro paese, fenomeno del tutto anti-italiano. Nello stesso tempo il suo sguardo si rivolge ai legami, alle storie tessute insieme in quella formazione continua che furono Gorizia e Trieste. L’impresa di Gorizia fu eroica: una piccola comunità terapeutica si trova riunita, in gran parte per scelta, nella città maledetta – come recita il canto che ricorda la terribile impresa della grande guerra. La rinuncia di Basaglia alla carriera universitaria, l’unità e la solidarietà della relazione con Franca Ongaro, l’eroico trasferimento di Giovanni Jervis e Letizia Comba, che avevano lavorato con Ernesto De Martino, e l’impresa di tutti gli altri.

Era il periodo dei viaggi per incontrare esperienze all’estero: Laing, Cooper, l’esperienza di Kingsley Hall a Londra, l’influenza dell’etnopsichiatria, Fanon, oppure, nel paese, Michele Risso. Ecco, questo è un punto ancora troppo poco studiato: forse per Basaglia i folli potevano somigliare alle tarantolate, alle indemoniate di Verzegnis, ai viandanti solitari à la Dino Campana; andavano inquadrati in un sistema culturale specifico, esprimevano desideri inaccessibili ai più. In questo sguardo non c’era nulla di spiritualistico, il suo orizzonte era antropologico, storico-sociale, clinico, ma di una clinica orientata alle culture, alle nature molteplici. Poi venne il tempo delle Istituzioni, quando si trattava di fare dell’esperienza una pratica stabilita, riconosciuta, legale, costituzionale. Gli psichiatri cominciano a dipendere, come gli altri medici, dal ministero della sanità, non sono più Agenti di custodia; il trattamento sanitario psichiatrico è volontario, la contenzione è abolita. Arriviamo al 1978 e di strada se n’è fatta. Nasce, in fretta e furia, la legge 180, relatore alla Camera Bruno Orsini, democristiano. In fretta e furia perché il Partito Radicale aveva promosso un referendum che, se fosse stato approvato, avrebbe cancellato per sempre le conquiste raggiunte. L’illusione radicale che masse illuminate avrebbero abolito i manicomi era troppo ingenua, la questione psichiatrica è, e sempre sarà, una questione di minoranza.

Siamo nell’epoca di Trieste, e Trieste conferma la stabilizzazione di una prassi consolidata. Con Basaglia e dopo la sua scomparsa, si formano équipe che si trasmettono saperi sociali importanti, cooperative sartoriali, lavori artistici, teatrali, interventi terapeutici territoriali. Il film L’orizzonte del mare, di Fabrizio Zanotti, grazie a una lunga intervista con Peppe Dell’Acqua, aiuta a inquadrare il sistema della psichiatria triestina che, dopo quarant’anni, riesce ancora a funzionare con un servizio ospedaliero di pochi letti, spesso vuoti. Come si è giunti a questi risultati? Si trattò di una grande impresa educativa dei normali, Foot racconta nei dettagli la preparazione dell’evento che presentò Marco Cavallo alla popolazione. Da queste pagine abbiamo ricordato Vittorio Basaglia, cugino di Franco, e Giuliano Scabia, che animarono il gruppo del progetto artistico e crearono Marco Cavallo, simbolo di libertà e ricordo della presenza di un cavallo col carretto; unico, ai vecchi tempi, ad avere il permesso a entrare e uscire dal manicomio. Marco Cavallo è, inoltre, un meraviglioso volume curato da Scabia di cui scrive Umberto Eco.

Era necessario che i triestini fossero resi sensibili all’esperienza quotidiana della follia e le rare vicende drammatiche rischiavano di favorire azioni che fomentavano l’opinione pubblica in senso autoritario. Sul versante locale la Trieste di Basaglia non era certo più quella di Joyce e Svevo, era la città martoriata uscita dalla seconda guerra mondiale, con una popolazione spaventata dal comunismo e da quanto era accaduto prima, durante e dopo la guerra. Sul versante internazionale invece avveniva il contrario, l’esperienza di Trieste era stata diffusa e da tutto il mondo andavano là medici, psichiatri, psicologi, a osservare, a imparare, a mettersi a disposizione. Le esperienze triestine furono esportate nel mondo, dalla Svizzera al Brasile. Deve essere però chiaro che la stragrande maggioranza della popolazione, a Trieste e ovunque, era contraria al trattamento psichiatrico senza contenzione. Le masse – contro cui lanciavano strali Nietzsche, Ortega y Gasset, Pasolini – pensano che i matti siano pericolosi, con la certificazione silenziosa di quelle élite psichiatriche che da qualche tempo, in altre regioni d’Italia, hanno restaurato i servizi moltiplicando letti e fasce per polsi e caviglie. Foot però, da storico, assume posizioni descrittive. Mostra che, nelle circostanze più difficili, quando Trieste rasentava il 20% di voti fascisti, chi urlava per il ritorno alla contenzione erano proprio loro, i capi fascisti, come a ricordare che quello è il segno di ogni contenzione, il totalitarismo. La cura psichiatrica non avviene mai nel vuoto, è sempre politicamente orientata.

L’impressione ricevuta, cui avevo già pensato, ma che mi è apparsa chiara dopo questa lettura, è la straordinaria sincronicità tra l’opera di Franco Basaglia e quella di Michel Foucault. Nati negli stessi anni (1924 Basaglia, 1926 Foucault), scomparsi in giovane età (1980 Basaglia, 1984 Foucault), hanno vissuto esperienze manicomiali durante le prima metà degli anni Cinquanta, Basaglia come medico, Foucault come filosofo e psicologo. Foucault, non medico, non avendo alcun potere di incidere sull’universo concentrazionario manicomiale, intraprende un’opera intellettuale di enorme portata intorno alla storia della follia, della clinica e delle forme di reclusione nell’epoca moderna. Basaglia, medico psichiatra, trasforma questo sapere in pratica sociale, cambiando l’immagine della psichiatria. Entrambi furono criticati – a volte giustamente – spesso denigrati, non solo da politicanti da strapazzo, anche da intellettuali come lo storico inglese Lawrence Stone. Stone, che forse non conosceva direttamente Basaglia, parlò di psichiatri sconsiderati à la Laing, che, seguendo le idee di Foucault, avevano avuto la sciagurata idea di aprire i manicomi e di far circolare i matti per strada.

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