“Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini”.

La frase è di Céline e la si trova nel Voyage, ma potrebbe essere l’epigrafe da apporre in capo a qualsiasi biografia. In effetti, quando ci si appresta a raccontare la storia di un essere umano, illustre o meno che sia, il dilemma a cui bisogna sforzarsi di rispondere non è tanto: “Cosa c’è stato di memorabile nella sua vita?”; quanto assumere la prospettiva di Blaise Pascal e chiedersi: “Che succedeva quando se ne stava da solo in una stanza?”.

Nelle biografie le vite vengono raccontate attraverso la selezione di fatti epici, felici o drammatici, momenti che però corrispondono a poco o nulla rispetto al tempo sterminato e inconcludente in cui giriamo intorno a noi stessi o facciamo cose che ci sembrano di poco conto, noiose, se non scopertamente inutili. Eppure, è proprio quel girarci intorno che fa una vita, che ne è radice e midollo. Scrivere una biografia quindi significa in primo luogo ragionare su cosa costituisca in fondo la materia prima di un’esistenza. Del resto, nel suo compiersi ora per ora, la vita dell’uomo è piena di noia. La non-noia è un’eccezione in quella stessa vita. Perfino quando parliamo di persone che hanno avuto in sorte un destino spettacolare, che non hanno svolto mestieri ordinari, che hanno conosciuto fama e gloria, che sono passati sulla terra come alieni.

Un tempo ero un appassionato di biografie, mi interessavano soprattutto due tipi umani: i pittori e le rockstar. Di quelle letture mi attraeva soprattutto il modo in cui a un certo punto i fatti si incastravano, il momento nel quale l’oscuro e multiforme meccanismo degli eventi conduceva al compimento di un destino. In quel genere di racconti la struttura era sempre la stessa: una pioggia apparentemente casuale di mattoncini andava a comporre per incanto il Taj Mahal. Biografie di quel tipo mi sembravano fatte apposta per ricordarmi quanto a me invece andasse in tutt’altro modo, sepolto sotto un cumulo di tetramini che non chiudevano neppure una riga di Tetris.

Ho ripreso in mano una biografia in occasione della ripubblicazione di Più pesante del cielo – Vita di Kurt Cobain (il Saggiatore, traduzione di Giancarlo Carlotti), il libro scritto dal giornalista musicale Charles R. Cross e pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2001 (in Italia da Arcana). Parliamo di un volume che torna in libreria per il trentennale della morte del leader dei Nirvana, avvenuta per suicidio il 5 aprile 1994 nella famosa serra della villa sul lago Washington di proprietà di Cobain e di sua moglie Courtney Love. A distanza di oltre vent’anni dalla prima uscita, questa rimane la migliore biografia di Cobain in circolazione, benché nel frattempo si siano moltiplicate le testimonianze sulla vita di Kurt, ingigantendone la leggenda e facendo perdere al lavoro di Cross un po’ del valore documentale originario.

Nel sistema capitalistico il destino dei grandi miti del rock è in fondo sempre lo stesso: la celebrità annulla i tratti umani portando in primo piano quelli semidivini, sgrana l’immagine privata, brandizza il nome, e più ci si allontana temporalmente più appare impossibile riconoscere nei loro volti gli aspetti antropici, le sofferenze, le paure, i sentimenti, le cose insomma che accomunano tutti gli individui. Accade in pratica che il ventisettenne Kurt Donald Cobain, figlio di una barista e di un meccanico di Aberdeen, cittadina nello Stato di Washington, diventi l’uomo potenziato, Ercole che oltrepassa il confine, le prospettive e le speranze di ogni creatura umana.

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Cross rifiuta di porre la faccenda in questi termini. Il suo Cobain è tutt’altro che un superuomo. La traiettoria terrestre che ha composto durante i giorni in cui è vissuto, dei quali – scrive Cross – solo 924 sono stati quelli illuminati dalla fama (il tempo incredibilmente breve che separa l’uscita di Nevermind, il disco che scaraventò i Nirvana in pasto al mondo, dal colpo di fucile che mise fine a tutto) non appare neppure così indirizzata dal destino.

È del filosofo tedesco Georg Simmel una delle definizioni di destino che meglio si adattano al nostro discorso: «Vi sono infiniti accadimenti che sfiorano soltanto gli strati esteriori della nostra vita, senza coglierla in quel centro individuale significativo che è il nostro vero Io. Si può parlare di una soglia del destino, di una quantità di significato che gli eventi devono avere per essere destino. […] È dunque il flusso interiore della nostra vita, che decide cosa sia per noi il destino e cosa no; esso opera, in un certo qual senso, una selezione tra gli accadimenti che ci toccano, e considera destino soltanto quelli che riescono a intrecciarsi con il suo proprio ritmo».

Stando a questa affermazione, sembra che a stabilire cosa sia destino e cosa no siano proprio i biografi, poiché sono coloro che narrano le vite. Dopotutto, narrare una storia cos’altro è se non compiere delle scelte, eleggere dei fatti e scartarne degli altri? E se per qualcuno si stabilisce un destino, facilmente si arriva alla conclusione che quel qualcuno fosse un pre-destinato, uno su cui la ragione divina del cosmo nella sua globalità ha posato le mani ancor prima che nascesse per indirizzarlo verso un esito specifico. Tuttavia le cose non stanno così. Nel nostro caso la ragione divina non è precedente, e il biografo è il logos che scrive il fato a posteriori.

Cross dipinge il suo Cobain come un ragazzo afflitto da una sensazione di anormalità costretta, quando invece avrebbe voluto vivere entro i confini di un’assoluta normalità. Il divorzio dei genitori in questo senso è ciò che taglia in due la sua vita, che stabilisce un prima e un dopo, è la sua personale cacciata dall’Eden.

Pur ricostruendone con dovizia la fiammante parabola artistica, ciò che interessa a Cross della vita di Cobain sono soprattutto le turbe adolescenziali, i fallimenti, le piccole meschinità. Per esempio, Cobain tendeva a riscrivere continuamente la propria biografia inventando aneddoti e ingigantendo situazioni del passato. Come quella riferita al ponte di Young Street, cui allude nei versi di Something In The Way: un nascondiglio dalle sponde melmose in cui, a suo dire, avrebbe vissuto come un vagabondo dopo essere stato cacciato di casa dalla madre. Una storia inverosimile smentita perfino da Krist Novoselic, il bassista dei Nirvana, che tuttavia lo stesso Kurt usò a più riprese per accrescere la propria mitologia. Come fece del resto in maniera ancora più eclatante con la storiella dell’acquisto della sua prima chitarra scambiata con un paio di fucili.

Ecco quindi cosa rende ancora oggi così pregiata questa biografia: il fatto che l’autore si allinei a Céline nel considerare l’ombra. Per uno come Cobain (specialmente per uno come lui) è lì che accade “tutto quello che è interessante”. Più che nella luce dei novecentoventiquattro giorni di inaudita celebrità; più che nella grazia delle trecentomila copie a settimana che vendette Nevermind durante i mesi successivi alla sua pubblicazione; più che nei fasti del grunge, l’ultima epoca davvero leggendaria che la storia del rock ha conosciuto.

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