Piuttosto di affrontare il discorso del legame di Federico García Lorca con il simbolismo francese e il surrealismo, sottolineare le analogie con il fermento parigino dei primi decenni dello scorso secolo, o pennellare elementi di carattere biografico, vorrei brevemente riscattare questo poeta dall’uso disinvolto, in via divulgativa, che è stato fatto e viene fatto solo della parte della sua fulgente opera che inerisce temi neutri dal punto di vista politico: quadretti edonistico-contemplativi, poesie d’amore, eccetera; che non costituiscono ovviamente un “vulnus” di mancanza di genio o di schiettezza e possanza di una voce poetica, ma certo non possono schiacciare la prospettiva di un autore così completo e unico, sulle due dimensioni da cartolina in cui è confinato sia nell’educazione alle letterature che nel bacino della fruizione del largo pubblico.

Abbiamo scelto in controtendenza di far conoscere il volto politico dell’opera di Lorca attraverso la silloge Poeta a New York. Un testo fortemente influenzato dalla Grande Depressione del ’29 e orientato a una condanna dell’assenza (grave e allarmante nel contesto coevo del poeta) dal DNA del Sogno Americano, non certo del sangue degli ultimi, di cui ben si è nutrito, ma del loro effettivo riscatto; il riscatto dei cosiddetti dropout, dei neri d’America e delle molte minoranze messe all’angolo e sotto i colpi della disuguaglianza sociale. Parimenti, il pensiero che Lorca infonde alla sua poetica, un pensiero libero e incendiario, preciso come un compasso ma non compassato, si volge a un quadro che sembra preconizzare il suo successivo impegno antifascista.

Una voce, quella di Lorca, purissima e dolente, disperata e viscerale nel susseguirsi di immagini che evoca spingendo la forza immaginativa dei testi poetici al limite estremo di una filigrana appena di verosimiglianza, e tutto questo col miracolo di un concomitante impatto realistico (portatore di concretezza evocativa e anche intellettuale).

Lorca, in verità, non è mai stato così lucido e personale allo stesso tempo, perché la sua poesia si conduce, qui, attraverso concetti di inoppugnabile sostanza e veridica condanna, ma per mezzo di immagini audaci, suggestioni viscerali in cui tutti gli elementi della natura – primi fra tutti il sangue, le linfe, gli umori che la logica Jungeriana e l’apparato di propaganda nazista avrebbero associato ai gruppi discriminati, perseguitati e addirittura assimilati a topi – sono tali da convergere nel culmine di un canto, dolente e acuto, di interdizione di un potere costituito iniquo e vessatorio, persecutore dei ritenuti “diversi”, degli emarginati e di tutti coloro che venivano immolati sull’altare del dio-denaro: quasi che il sacrificio del loro stesso sangue potesse redimere i popoli dai propri mali sociali, intrinseci invece di culture così povere di valori umani e di riscatto… Sembra assurdo, ma alla base dei catacombali sacrifici nazi-fascisti sta il “disgusto”, e i suoi legami nel corso della storia con la misoginia, l’antisemitismo e altre forme di odio di gruppo, sono evidenti. Esso si basa su giudizi che riguardano la minaccia di una contaminazione del Sé (tipicamente narcisistica). Sono, alle sue fondamenta di argilla, la paura e l’odio che la gente ha del proprio corpo animale, della vulnerabilità, della mortalità… Il poeta americano Walt Whitman, per prendere un radioso esempio amato da Lorca stesso, aveva fatto di una visione contraria alla vergogna e al disgusto legati al corpo fisico, una costante della propria poetica, e del sentimento di compassione, quasi stoica, l’anima di versi che furono anche esaltatori della politica di Lincoln.
Corsaro

Sappiamo bene che le insicurezze e i disagi profondi della Repubblica di Weimar sarebbero stati l’anticamera del Nazismo (ed è bene sapere che Hitler andò al potere non attraverso un colpo di Stato, ma eletto dal popolo tedesco)… Così, sembra vi sia un nefasto filo rosso tra quell’anticamera incubatrice di conflitti e disagi (sfociati poi nel delirio nazista), e la Grande Depressione che vive l’America ai tempi della visita del poeta in quella terra. Così la persecuzione e i pogrom verso gruppi allogeni, come quello ebraico, si riverbera attraverso la Storia, assieme alla voce inascoltata degli ultimi alle catene di un potere mai così lontano dall’essere illuminato e inclusivo, egalitario e giusto.

Steinbeck stesso ha narrato in maniera epica la fuga dei più poveri da Est verso l’Ovest degli States, con grande senso umano, mostrando il volto solidale e genuino di coloro che non si piegavano davanti alla più nera miseria sebbene sfiancati dalle privazioni e dalle stesse carovane incerte che guidavano verso la promessa di una vita più prospera. Erano esauriti i tempi della Dottrina Monroe, secondo la quale l’abbondanza di terra avrebbe fatto allignare nel benessere chiunque fosse di buona volontà. Ora, Lorca vede bene che la borsa, con le sue assurde fluttuazioni e i suoi profitti spesso maturati senza una forza lavoro che fosse produttiva di ricchezza reale e non solo di profitto, e legata al denaro in termini astratti e di accumulo di capitale, bastava a mettere in ginocchio una Nazione che si voleva invece grande e prospera.

E per richiamare la pavida responsabilità della Chiesa nello scenario quasi apocalittico che disegna Lorca in quest’opera amarissima e cruda, bastano i seguenti versi di Grido verso Roma che la marchiano a fuoco:

“Mele leggermente ferite
da sottili spadini d’argento,
nuvole lacerate da una mano di corallo
che porta sul dorso una mandorla di fuoco,
pesci d’arsenico come pescecani,
pescecani come gocce di pianto per accecare la folla,
rose che feriscono,
e aghi installati nei tubi del sangue,
mondi nemici e amori coperti di vermi
cadranno su di te. Cadranno sulla gran cupola
che unge d’olio le lingue militari
dove un uomo orina su una splendente colomba
e sputa carbone masticato
circondato da mille campanelli…
L’uomo che disprezza la colomba doveva parlare,
doveva gridare nudo fra le colonne
e farsi un’iniezione per prendere la lebbra
e piangere un pianto tanto terribile
da sciogliere i suoi anelli e i telefoni di diamante.
Ma l’uomo vestito di bianco
ignora il mistero della spiga…
ignora che Cristo può dare ancora acqua,
ignora che la moneta brucia il bacio prodigioso
e dà il sangue dell’agnello al becco idiota del fagiano.”

Questo, come altri passaggi, dichiara con forza che in Poeta a New York chi scrive non volge attenzione solo a un discorso estetico, o di sviluppo di elementi decò, ma si fa profonda coscienza e capacità di autodeterminazione in chiave critica: egli è un tipo di poeta che fa il paio con il citato Whitman, e raggiunge vette di fusione altissima di estro espressivo e pregnanza tematica, ma in un tempo in cui Whitman stesso, il suo canto e i suoi auspici sono ormai nidi di “polvere”. Lorca sembra scrivere per tutti coloro che, perseguitati, non hanno voce né parola; raccoglie questa stanca, sfiancata e torturata umanità, innalzandola al ruolo agnino e innocente di chi soffre non per sua colpa ma per la meccanica esatta di un sistema che forgia oro dal sangue degli ultimi e dimentica quello di una spiga.

Va aggiunto che Lorca ebbe anche a sperimentare la condizione sciagurata di non poter vivere apertamente la propria omosessualità, di non poterla fare scia luminosa di quella di Whitman che ne aveva cantato il rigoglio (assieme alla virile bellezza) sul solco della grecità antica… Lorca avrebbe dichiarato, in un Hotel di Granada e in occasione di un omaggio a lui rivolto alla vigilia della partenza verso gli Stati Uniti, queste vibranti parole che sembrano adombrare un conflitto e un disagio difficilmente sanabili, se non attraverso uno slancio poetico che si facesse carico dell’ambiguità e della controversa natura della bellezza, in un mondo la cui gargantuesca ombra la confina nella più sterile, mendace luce; parole dove la poesia appare come una vergine che difende sé stessa da questo slancio epico che il poeta ha in cuore e in punta d’inchiostro:

“Adesso, più che mai, ho bisogno del silenzio e della densità spirituale dell’aria granadina per sostenere il duello a morte che sostengo con il mio cuore e la mia poesia. Con il mio cuore, per liberarlo dalla passione impossibile che distrugge e dall’ombra ingannevole del mondo che lo dissemina di sole sterile; con la poesia, per costruire, malgrado lei si difenda come una vergine, il poema desto e veritiero in cui la bellezza e l’orrore e l’ineffabile e il ripugnante vivano e si scontrino in mezzo alla più incandescente allegria”.

La preziosa poetica del già citato Whitman, di Eliot e del Dos Passos di Manhattan Transfer, dovevano aver costituito un esempio e la promessa di una nuova strada da percorrere.

Il paesaggio prodigioso ma “di una malinconia infinita” del Vermont (una delle prime mete del poeta in America), in cui i boschi e i laghi precipitano Lorca in una “malinconia infinita”, quel paesaggio solenne, cattedrale di una natura che sembra vicina al sacro e di vergine purezza (come la poesia con la quale diceva duellare), avrà un controcanto nel disumanizzato mondo industriale, nella solitudine cinerina e pervasiva di società affollate, produttive, ma sterili e automatizzate, irredente dal lato umano, nella bassezza dell’etica del profitto, infine, e nelle vite agoniche degli ultimi, degli indigenti, delle comunità minoritarie.

Non vogliamo qui tratteggiare pedissequamente gli snodi biografici del poeta, ma vale la pena soffermarsi su come veniva descritto nell’antologia di poesia spagnola e ispanoamericana, alla cui stesura aveva partecipato, a Newburgh, da ospite di Federico de Onìs (professore di letteratura della Columbia University a New York e anfitrione di Lorca):

“Artista completo, temperamento generoso, va dovunque protetto dalla sua perpetua infantilità geniale, irresponsabile e simpatico”.

Sembrano quasi ricalcare la frase conclusiva precedentemente citata: “… in mezzo alla più incandescente allegria…”

Con Poeta a New York si assiste a una forma “pangeneratrice” di canti poetici che fondono le linfe della natura, la luce specchiata dei laghi immensi e il rigoglio delle foreste vergini e dei fiumi, agli umori, agli stridori e alla storpia anima delle città gravide di folle che non odono la “voce antica dell’amore” del poeta, né la voce di chi soccombe ed è vulnerabile, ma solo quella dell’”impudica scienza senza radici” in un “naufragio di sangue” dove la “luce è seppellita da catene e rumori”, e in cui tutti sembrano sapere fin nelle ossa che non ci saranno né un Eden, né amori da sfogliare, ma solo uno sterile approdo al fango di “numeri e leggi”.

Scrive il poeta in Ritorno alla città:

“Io denuncio tutta la gente
che ignora l’altra metà,
la metà irredimibile
che innalza le sue montagne di cemento
dove battono i cuori
degli animaletti che si dimenticano
e dove cadremo tutti
nell’ultima festa dei trapani…”

E ancora: “Non è l’inferno, è la strada…”

Perché il poeta non è venuto (in America) tanto a vedere il cielo, quanto a vedere “il sangue torbido, / il sangue che porta le macchine alle cascate / e lo spirito alla lingua del cobra…” perché “tutti i giorni si ammazzano a New York / quattro milioni di anatre, / cinque milioni di maiali, / duemila colombe per il piacere degli agonizzanti…”. E così avanti… Perché sotto le moltiplicazioni v’è la scia di tenero sangue di un’umanità in cui è difficile ancora credere, men che meno con l’entusiasmo quasi bambino che Lorca sembrava manifestare altrove nella vita, nei suoi amori e nella poesia.

In Cimitero ebraico, con notevole simmetria torna la colomba come simbolo in due versi strazianti: “Tremila ebrei piangevano nello spavento delle gallerie / perché fra tutti mettevano a stento assieme mezza colomba”.

E ancora si legge, in Ode a Whitman:

“Agonia, agonia, sogno, fermento e sogno.
È questo il mondo, amico, agonia, agonia, agonia.
I morti si decompongono sotto l’orologio delle città,
la guerra passa piangendo con un milione di topi grigi,
i ricchi danno alle amanti
piccoli moribondi illuminati
e la vita non è nobile, né buona, né sacra.”

Se Whitman personifica il canto di un amore puro e sorgivo, la Chiesa incarna il sentimento compromesso e corrotto di coloro che sono “ nemici insonni” dell’amore che ha per dono “corone di allegria”. E la chiusa è memorabile:

“Dormi, non resta niente.
Una danza di muri agita le praterie
e l’America si annega tra macchine e pianto.
Voglio che il vento forte della notte più fonda
tolga fiori e lettere dall’arco dove dormi
e che un bambino nero annunci ai bianchi dell’oro
la venuta del regno della spiga”.

Si badi bene che l’America di Lorca non annega, ma si annega in una società di macchine e pianto; e il bimbo di colore è voluto annunciare ai bianchi portatori della più infeconda ricchezza, la venuta di una spiga simbolo di fertilità e nutrimento sacri.

Le immagini della chiusa della Danza della morte sono ancora più lapidarie nell’apparecchiare immagini di resti diruti e disgregazione, caduta e disfatta; con una natura – forse ormai sola in un mondo senza testimoni se non il vento, i soli e le piogge, suoi nunzi di pace – che ricopre pietosamente Wall Street: simbolo di un progresso iniquo e deleterio, di denaro che muove le guerre e di falsi idoli destinati “presto, molto presto” a cadere in rovina.

È pleonastico dire che quest’opera tutt’altro che epidermica si impone con la complessità, la potenza e l’urgenza di una voce illuminata ma così poco avvertita nel contesto attuale dei Governi e delle coscienze.

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