Non avevo mai parlato con Tatti Sanguineti prima di questo pomeriggio. Al telefono, dove subito ci siamo dati del tu, abbiamo fissato l’intervista per la sera, intorno alle nove, perché, mi ha spiegato lui, «preferisco lavorare di notte, nella penombra, quando nessuno ti scoccia con le telefonate e ti puoi dedicare con tranquillità alle cose da fare». L’oggetto dell’intervista è Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi 2015), versione riveduta e parecchio accresciuta de Il cinema secondo Sonego, edito nel 2000 dalla Cineteca di Bologna.

Durante la nostra chiacchierata, mi accorgo che Tatti non utilizza mai il termine “riscrivere”, ma sempre parole come “ricostruire” o “rifare”. Evidentemente, per lui questo libro è qualcosa di più e di diverso da un libro di cinema, e non soltanto per le dimensioni (poco meno di seicento pagine): man mano che ci si inoltra nella lettura, si ha sempre più l’impressione di avere a che fare con un folto romanzo di avventure, una cavalcata a rotta di collo attraverso cinquant’anni di cinema italiano. Il protagonista è un personaggio tutto sommato poco noto al grande pubblico: Rodolfo Sonego (1921-2000), ex partigiano, ex pittore, storico collaboratore di Sordi, autore di copioni per Mario Monicelli (Un eroe dei nostri tempi, 1955; La ragazza con la pistola, 1968), Dino Risi (Il vedovo, 1959; Una vita difficile, 1961), Luigi Comencini (Lo scopone scientifico, 1972), Luigi Zampa (Il vigile, 1960; Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, 1971). Nelle parole di Tatti, «Un uomo che aveva la capacità di sintetizzare in poche parole un’impressione, una forma, un incontro, una persona, un sorriso, un abbraccio, un ricordo».

Quanto a Tatti, viene definito nel risvolto di copertina «un cacciatore solitario e ossessionato». Lui si definisce piuttosto «un cacciatore di archivi cinematografici, un descrittore di film, un po’ spia e un po’ curiosone». Ha scritto libri su Totò e Carolina di Monicelli (Transeuropa, 1999) e La spiaggia di Alberto Lattuada (Le Mani, 2001); ha curato (con Giorgio Placereani) gli Scritti Strabici di Alberto Farassino (Baldini&Castoldi Dalai, 2004) e il Diario australiano di Sonego (Adelphi, 2007); ha raccontato Fellini “di sguincio” raccogliendo i ricordi di Moraldo Rossi in Fellini & Rossi. Il sesto vitellone (Le Mani-Cineteca di Bologna, 2001); ma soprattutto è stato l’appassionato biografo di Walter Chiari con il programma Storia di un altro italiano (1986), da tempo purtroppo invisibile.

Manca un quarto d’ora alle nove. Sto ancora appuntandomi le ultime domande. Squilla il cellulare: è lui. Metto da parte tutto quanto. «Le domande devono sorprendere, devono essere coltellate nella schiena», consigliava Sonego. Ci proverò.

Inizia pure da dove ti pare…

Mah… Mi piacerebbe iniziare dal titolo: Il cervello di Alberto Sordi. Fa venire in mente un cervello sotto formaldeide, come negli horror degli anni Cinquanta. È stata una tua idea?

Sì, il titolo è mio. Quando l’ho proposto a Roberto Calasso – ero al telefono, come con te adesso – lui sulle prime non ha detto nulla, è rimasto in silenzio per qualche secondo… Ho capito di aver fatto centro. L’importante era che il titolo contenesse la parola “Alberto Sordi”: volevo creare una collisione, un “miscuglio infernale” tra il marchio dell’editore più sofisticato e più aristocratico d’Italia e il prosaico, il lerciume della pattumiera sordiana.

 

Rodolfo Sonego con Alberto Sordi

 

Mi sorprende la scelta di intitolare il libro a Sordi, l’uomo che in qualche modo ha messo in ombra Sonego, l’amico/nemico…

C’è un’altra ragione per cui volevo questo titolo: anch’io sono stato per anni il “cervello” di un altro, lo “scrittore fantasma” di Piero Chiambretti. E l’ho fatto volentieri, perché gli anni con Piero sono stati fra gli anni più belli e produttivi della mia vita. Però, ecco, mi è rimasto il “complesso del cervello nella formaldeide”…

 

Il titolo della prima edizione arieggiava a Hitchcock e Truffaut.

Era il titolo idoneo per una pubblicazione da cineteca. Si rivolgeva ad un pubblico di “chierici”, di cinéphiles, di addetti ai lavori… Era un titolo da iniziati. Hai mai letto la prima edizione?

 

No, non sono mai riuscito.

Perché è introvabile! E poi è un libro costellato di lutti, e sfighe, e morti…

 

Addirittura?

Il libro viene pubblicato nel giugno del 2000. Sonego muore a ottobre. Un mese prima era morto Gian Luigi Polidoro, che avevamo invitato alla Cineteca di Bologna in sostituzione di Rodolfo, già malato, alla retrospettiva organizzata su di lui: non aveva rispettato una precedenza ed era stato travolto da un tir.

 

Terribile.

Da allora, però, ogni due mesi si manifestava qualche rompicoglioni che in modo misterioso aveva rintracciato il libro, o ne aveva avuta notizia, e andava a Bologna per averne una copia, o per chiedermi di procurargliene una. Adesso che dopo quindici anni l’ho rifatto, spero finalmente di liberarmi di questo libro una volta per sempre. Vorrei che fosse davvero un “Ultimo Libro”, una specie di pietra tombale.

 

Una delle cose che più mi piacciono del libro è proprio questa stratificazione, l’accumulo di quindici anni di materiali. C’è il racconto di Sonego, ma c’è anche il tuo commento, ci sono gli errata, gli incontri e gli scontri causati dalla prima edizione. La vicenda di Sonego si mescola continuamente con il resoconto delle tue ricerche. Com’è che il libro ha acquisito questa struttura?

Quando mi sono accorto che le interviste con Sonego, nonostante tutto, erano pochissime – dodici incontri in tutto – ho deciso di fare un libro “di montaggio”, recuperando altri commenti, altre interviste, altre lettere, altro materiale. Così ho inserito il racconto dei tagli di Fellini, dell’incontro con Andreotti, della scoperta dell’archivio di Gian Luigi Polidoro, di come De Laurentiis fosse quasi disposto a tutto per dare ai film un happy ending, della vera storia del soggetto de Il sorpasso. Sono grato a Goffredo Fofi e Franca Faldini perché da pochi libri ho imparato tanto quanto dal loro L’avventurosa storia del cinema italiano. Non gliene frega niente di esibire la propria intelligenza: non scrivono, montano.

 

La scelta del montaggio viene da lì?

Anche. E dal fatto che per alcuni anni – all’incirca fra il Settantanove e l’Ottantasei – mi sono guadagnato da vivere scrivendo per un settimanale la rubrica dedicata ai film della settimana. Ora, io questi film non potevo averli visti, perché spesso si trattava di film invisibili da anni, magari rieditati per un’occasione speciale. Così lavoravo di montaggio: spigolavo delle rassegne stampa e cercavo di tradurre tutto nelle mie parole. Sapevo a cosa equivaleva un silenzio del “Vice” de La Notte, riconoscevo le stellette, gli aggettivi, le esaltazioni, le colonne, le articolesse – che poi sarebbero diventati francobolli, ma avresti dovuto vedere in quel periodo le paginate che davano al povero Grazzini sul Corriere, e che lui non sapeva mai come riempire… Mescolavo titolini, parolette, battutacce, prose cattoliche rubate di qua e di là, come un pasticciere che fabbrica torte farlocche. Ed è un’esperienza che consiglio, perché aiuta a crearsi un metodo, dei parametri.

 

Quelle “torte farlocche” mi ricordano la frase di Gillo Pontecorvo che hai messo all’inizio della seconda parte del libro: «Sonego di mestiere fa il contaballe»…

Quella l’ho messa apposta, perché ho scelto di raccontare tutto dal punto di vista dell’ex “morto di fame” Sonego. E sono andato oltre, come quando nella seconda pagina del libro faccio dire a Monicelli – ed è chiaro che non è vero – che il papà di Sonego fabbricava casse da morto. Uno si chiede: ma allora il padre arredava o cassamortava?…

 

Confondi le acque, complichi le cose.

Sì, non so come dire… Rileggendo certe definizioni, giurerei di averle dette io, e che Rodolfo se ne sia appropriato. La verità è che quelle chiacchierate erano molto libere, non ci si metteva d’accordo. Molte cose le dicevamo all’unisono. Ora, non voglio dire che Rodolfo Sonego c’est moi, però è evidente che c’è una compenetrazione, che mi “soneghizzo” un po’.

 

C’è qualcosa che avresti voluto inserire e invece è rimasto fuori dal “montaggio” definitivo?

Mi sarebbe piaciuto includere i disegni di Rodolfo. Nei suoi viaggi in giro per il mondo aveva disegnato magistralmente le highways americane, i motel hitchcockiani, Taiwan, Hong Kong, le metropolitane giapponesi che gli sfrecciavano sopra la testa o sotto i piedi… Materiale che vale un Perù. Purtroppo non è stato possibile per una questione di formato.

 

Un’altra cosa che ho apprezzato molto è il piglio narrativo che hai adottato. Ne viene fuori quasi un racconto picaresco sul cinema italiano, ricco di personaggi, di episodi stravaganti.

È successo che nel ricostruire il libro – grazie all’aiuto fondamentale di Franco Melis, ci tengo a dirlo – mi rendevo conto di certi fili che si andavano a tirare da soli e che io non avevo ancora tirato. Così ho fatto finta per un attimo di essere quello che non sono, cioè un romanziere. Per esempio, ne Il diavolo c’è una scena in cui Sordi porta una svedese nella propria camera d’albergo. Mentre tenta di sedurla, lei gli scopre sul collo una ferita di guerra. Sordi solleva prontamente la camicia per mostrargliene un’altra, ma la ragazza gli chiede se durante la guerra abbia mai ammazzato qualcuno. Sordi esita, la serata va in bianco. Quella domanda era la stessa che avevo rivolto a Rodolfo durante il nostro ultimo incontro. «Queste sono cose mie», mi aveva risposto, «non mi va di parlarne». Capisci cosa intendo? Ah, per inciso: Il diavolo è forse il film più bello e più raro tra quelli scritti da Sonego. In televisione non lo si vede da sedici anni per questioni di diritti. E questa, da un certo punto di vista, è una fortuna, un film maledetto ti aiuta sempre.

 

Che vuoi dire?

Che c’è trippa per gatti! Un film maledetto, o invisibile, o raro, è un buco nero, un mistero, un segreto da scoprire. La carriera di Sonego è piena di queste zone d’ombra. Per scrivere questo libro mi sono visto cose tipo Ombre sul Canal Grande e Vivere a sbafo, scritte da Sonego all’inizio della carriera e di cui nessuno aveva mai parlato. E poi tutto il periodo Reteitalia, i film scritti con Augusto Caminito tra gli anni Ottanta e i Novanta: un’altra zona sconosciuta.

 

Sonego in un disegno di Federico Fellini

 

Pensavo anche a certi ritratti di personaggi. Il mio preferito è l’incontro con Flaiano: «”Ciao, sono Flaiano. Mi hanno detto che racconti storie bellissime di soldati e di alpini. Facciamo quattro passi?”». Sonego conclude: «Diventammo subito amici». Lo trovo molto bello, molto toccante.

È vero, è un momento bellissimo. Tra l’altro spiega uno degli elementi cruciali del libro, cioè la centralità de I Vitelloni. Era uno dei film che Rodolfo amava di più. Infatti se ne trovano tracce ovunque: all’inizio di Un eroe dei nostri tempi, per esempio, o ne Le Svedesi, dove riesce a infilare nel cast Leopoldo Trieste, il povero Franco Fabrizi e Franco Interlenghi, l’attore più intelligente di quegli anni. Negli anni Sonego aveva continuato a frequentare Fellini e Flaiano come amico, non per lavoro. Si incontravano a Fregene e facevano lunghe chiacchierate, parlavano di tutto: «da vitelloni», diceva.

 

Un piacere affabulatorio che anche tu condividi, mi sembra…

Ma sai, io ho avuto l’onore, la fortuna, il caso – chiamalo come vuoi – di lavorare con Walter Chiari. Mi ricordo la notte che morì Nino Taranto. Eravamo a Brescia. Finisce lo spettacolo, gli spettatori cominciano ad andarsene e Walter dice: «Lo spettacolo è finito. Oggi è morto un mio amico. Se volete vi racconto chi era». Si è seduto sul palco e ha parlato per un’altra ora di Nino Taranto.

 

Insomma, mi stai dicendo che hai imparato a raccontare da Walter.

Beh, se non sei scemo qualcosa impari! Walter e Rodolfo erano maestri della parola. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, no? Io ho imparato a raccontare.

 

Secondo te, quando parla di Una vita difficile e dichiara: «Silvio Magnozzi sono io», Sonego dice la verità? Quel film è davvero una sorta di autobiografia?

Con Una vita difficile Rodolfo ha romanzato la sua vita: i partigiani, la storia del ferro da stiro, il matrimonio… Diceva che Risi aveva diretto molto bene il film perché era “agnostico”, cioè smitizzava tutto, era antiretorico. Non ti so dire se quella di Sonego sia stata davvero una “vita difficile”. Sicuramente aveva sgobbato tantissimo: sua moglie Allegra mi raccontava che si erano sposati al mattino e nel pomeriggio lui era di nuovo al lavoro. E il viaggio di nozze l’avevano fatto qualche mese dopo ad Arma di Taggia. Voglio dire, se porti una ragazza ad Arma di Taggia, quella giustamente ti lascia…

Alberto Sordi in una scena di “Una vita difficile”, di Dino Risi, 1961

 

Mi chiedevo quanto ci sia di Sonego nella battuta di Sordi al figlio nel ristorante di Viareggio: «Non è vero che sono sfortunato. La verità è che non ho mai cercato la fortuna».

Questo era Sonego: nella vita non avrebbe mai detto una frase così scema, ma se la inventa per dare un po’ di “romanzo” al suo personaggio, per farlo cretino quel tanto che basta da renderlo appetibile al pubblico.

 

Il “tema dell’inadeguato” di cui parla a un certo punto nel libro.

Esatto: i «piccolo-borghesi infimi che hanno solo una cultura del sentito dire e fanno considerazioni importanti, alte, shakespeariane». Quella pagina è meravigliosa.

 

E qui torniamo nuovamente al rapporto Sonego-Sordi. In questo “romanzo”, se il protagonista è Sonego, Sordi è l’antagonista.

Però, vedi, questo non è un libro né contro né a favore. Io ho purgato il mio odio per Sordi, l’ho lasciato decantare nelle mie conversazioni con Sonego, e ho fatto un viaggio alla scoperta di un mondo che non conoscevo.

 

Ma perché odiavi Alberto Sordi?

Perché amavo Walter Chiari. Walter era il contrario di Sordi: era tutto generosità, si levava la biancheria di dosso per gli amici, faceva sperpero di sé.

 

L’hai definito “un altro italiano”, in contrapposizione all’italiano “medio” di Sordi.

Proprio così, bravo. Sordi era un calcolatore, un sopraffattore. Aveva bisogno di prevaricare gli altri. Infatti sullo schermo è grande quando Sonego lo spariglia mettendogli contro Bette Davis, quando Monicelli gli mette contro Gassman o Mario Carotenuto, quando Zampa lo camuffa…

Una scenda de “Lo scopone scientifico”, di Luigi Comencini, 1972

 

Non ti sorprende che il rovesciamento più radicale della maschera di Sordi, Un borghese piccolo piccolo, non sia stato scritto da Sonego?

Non saprei… Però posso dirti che di soneghiano, in quel film, c’è la capacità di Monicelli di partire dal concreto, dai piccoli dettagli. L’incontro con i massoni, per esempio, la macchiettizzazione della massoneria. Gli basta una trovata del genere per far decollare il film. Monicelli sapeva farsi rispettare – lo dico perché ho recitato per lui. Una volta mi permisi di chiedergli come mai, dopo la separazione da Steno, lui avesse vinto tutto e Steno niente. Lui mi rispose: «Steno non c’aveva il fisico». Monicelli era coriaceo, resistente, essenziale. Non diceva una parola ma ti faceva un culo come una capanna. Era in grado di metterti paura.

 

Faceva paura persino a Sordi?

Certo! Era un allenatore, un domatore di tigri… Volevo molto bene a Mario.

 

Sonego non aveva la stessa forza?

Sonego la forza ce l’aveva. Però era un soldato, un sottoposto, non un comandante. Aveva una moglie, un assegno da incassare, un viaggio da fare, i parenti da aiutare… Alla fine si arrendeva. Si piazzava davanti alla Olivetti: «…E scriviamo questi trenta minuti».

 

Allora sei d’accordo con Zanzotto e Scarpelli? Nel libro sostengono che Sonego avrebbe dovuto imporre maggiormente la propria personalità, invece di sprecare il proprio talento con Sordi.

Diciamola tutta: Zanzotto era un poeta che stava sulle sue montagne e si faceva i fatti propri, Scarpelli è un uomo di squadra, quello che sta un po’ indietro, nelle retrovie. Sonego è un avventuriero, uno che va in avanscoperta nelle trincee nemiche a far brillare le mine e a far saltare i reticolati.

 

Sbaglio, o hai un debole per questo tipo di personaggi?

Mi piacciono i perdenti, gli sconfitti, sì. Non so perché, forse perché sono nato in provincia…

 

Sonego è uno sconfitto?

Sonego è Sonego. La sua sconfitta è stata il non poter più mangiare le cotiche coi fagioli a causa dei disturbi ai reni. I medici gliel’avevano proibito. «Vedi Tatti?», mi diceva. «Le cose più buone fanno tutte male».

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