Stando a un sondaggio dell’American Film Institute, la frase “mi piace l’odore del napalm al mattino” (I love the smell of napalm in the morning), proferita dal tenente colonnello Bill Kilgore nel film Apocalypse Now! di Francis Ford Coppola, occupa il 12° posto nella classifica delle cento battute più celebri della storia del cinema. A torso nudo ma col cappello del 9º Reggimento della Cavalleria Aerea ben piantato in testa mentre intorno ronzavano le pale degli elicotteri, il tenente colonnello Kilgore (interpretato da Robert Duvall) fungeva da coerente avamposto della follia che lo spettatore avrebbe poi incontrato nel colonnello Kurtz (Marlon Brando).

Un richiamo non olfattivo ma uditivo al napalm è quanto si sentì anche nell’aria di Woodstock il mattino del 18 agosto 1969 a conclusione del leggendario concertone rock. Iniziatosi il pomeriggio del 15 (venerdì), il festival avrebbe dovuto chiudersi domenica 17 con l’esibizione del chitarrista Jimi Hendrix. Ritardi di varia natura avevano però fatto slittare il programma fino al lunedì successivo, 18 agosto, e Hendrix fu chiamato a esibirsi intorno alle 9 del mattino (lo slogan del festival, a voler essere pignoli, avrebbe quindi dovuto recitare “tre giorni e mezzo di pace e musica rock”). In coda al concerto, fra due classici hendrixiani quali Voodoo Child (Slight Return) e Purple Haze, Jimi infilò la famosa versione per sola chitarra dell’inno nazionale americano, The Star-Spangled Banner, con i fischi e i boati delle bombe che cadevano in quelle ore sul Vietnam a fare da contrappunto alla melodia del compositore inglese John Stafford Smith. Quell’esecuzione dell’inno americano suggellò come meglio non si poteva il festival di Woodstock, consegnandolo da un lato alla storia musicale e sociale d’America, e dall’altro, proprio in virtù dell’innesto del dissenso nel simbolo stesso del patriottismo (un inno nazionale che inneggia a una bandiera: The Star-Spangled Banner; la bandiera adorna di stelle), ponendo Jimi Hendrix nel solco dei patrioti dissenzienti che in canzone faceva capo quanto meno a Woody Guthrie (This land is your land, composta nel 1940 in risposta a God bless America di Irving Berlin) e che avrebbe poi trovato in Bruce Springsteen (Born in the USA, 1984) un degno epigono. Proprio di recente lo storico e premio Pulitzer Jon Meacham e il cantante Tim McGraw hanno dato alle stampe un libro intitolato Songs of America; Patriotism, Protest, and the Music that made a Nation (Random House, 2019), in cui l’inconsueta coppia di autori prova a raccontare come le canzoni, in America, siano sovente state specchio di questo sentimento ambivalente nei confronti del proprio paese, contribuendo alla costruzione morale e politica della nazione: “il patriottismo celebra e commemora; la protesta critica e corregge. Le due cose sono strettamente legate e sono necessarie l’una all’altra come le ali per un uccello, perché è solo grazie ad entrambe che la nazione può librarsi in volo”.

 

 

Detto questo, servirsi dell’inno americano per esprimere del dissenso di natura politica può costare caro. Neanche un anno prima gli sprinter afro-americani Tommie Smith e John Carlos, pugno foderato di nero levato al cielo nel gesto del Black Power, erano rimasti a capo chino sul podio durante l’alzabandiera e l’esecuzione dell’inno alle Olimpiadi di Città del Messico. Risultato: sospensione dalla squadra nazionale, espulsione dal villaggio olimpico e minacce di morte una volta rientrati in patria. Più recente il caso del quarterback afro-americano Colin Kaepernick, reo di essere rimasto dapprima seduto, e poi di essersi inginocchiato in segno di protesta “contro l’oppressione degli afro-americani e delle persone di colore in America” durante l’esecuzione dell’inno che precede le partite di football. Succedeva nel 2016. A fine stagione Kaepernick rescisse il contratto con la sua squadra, i San Francisco 49ers, e da allora è lontano dai campi da gioco. Il gesto di Kaepernick, e la reazione del presidente Donald Trump che invitò i presidenti delle società della NFL a licenziare i giocatori che si fossero inginocchiati durante l’inno, fece sì che nel settembre 2017, per protesta nei confronti di Trump, ben 200 giocatori di football misero ginocchio a terra sulle note dell’inno. Un secolo prima, nel 1917, la scelta di non eseguire l’inno americano durante un concerto della Boston Symphony Orchestra, allora la più importante compagine orchestrale degli Stati Uniti, era costata l’arresto al direttore tedesco Karl Muck. Il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra alla Germania, e le note simpatie di Muck per Guglielmo II e l’Impero tedesco avevano indotto le autorità americane a consegnarlo alle patrie galere e poi a espellerlo dal paese, contribuendo nel contempo a diffondere l’idea che le musiche di matrice europea fossero sospette e anti-patriottiche, a tutto beneficio delle musiche indigene, jazz in primis, che proprio in quel 1917 conobbe una rapida ascesa nel gradimento del pubblico (ne ha scritto di recente Alex Ross sul New Yorker, richiamandosi in particolare al libro di Melissa D. Burrage, The Karl Muck Scandal: Classical Music and Xenophobia in World War I America, University of Rochester Press, 2019).

 

A Jimi Hendrix andò decisamente meglio. Il suo inno al napalm suscitò sì scalpore, ma non comportò conseguenza alcuna per il musicista. Bisogna anche dire che la portata della protesta contro la guerra in Vietnam era tale in quei mesi che a pochi sarebbe venuto in mente di biasimare un musicista per aver espresso un dissenso ampiamente condiviso nel paese. Ospite del Dick Cavett Show appena tre settimane dopo la sua performance, Jimi Hendrix si risentì del rilievo peraltro benevolo mosso dal conduttore, secondo il quale la versione dell’inno americano suonata a Woodstock si collocava fuori dall’ortodossia: “non era non ortodossa”, disse Hendrix, spostando astutamente la questione dal piano politico a quello estetico, “credo fosse qualcosa di bello” (it’s not unorthodox. I thought it was beautiful). Il pacifismo, in particolare a ridosso di un conflitto o a conflitto in corso, in America aveva avuto fin lì vita difficile. Pete Seeger con i suoi Almanac Singers era stato protagonista di una brusca inversione di campo dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte delle truppe tedesche nel giugno del ‘41. Canzoni pacifiste come Billy Boy sparirono di colpo dal repertorio della formazione per lasciare posto a motivi come Dear Mr. President che sposavano senza indugio la causa bellica. Molti anni prima, nel 1915, lo spartito di una canzone come I didn’t raise my boy to be a soldier (non ho cresciuto mio figlio per farne un soldato), vendette più di mezzo milione di copie nel giro di poche settimane, un successo che spinse il già presidente Theodore Roosevelt a stigmatizzare pubblicamente la canzone e chi ne apprezzava il contenuto, dichiarando che “gli sciocchi che si compiacciono di una simile canzone nel loro cuore plaudirebbero anche a una canzone intitolata I didn’t raise my girl to be a mother” (non ho cresciuto mia figlia per farne una madre). Un altro futuro presidente, Harry Truman, volontario della Prima Guerra Mondiale, andò persino oltre dichiarando: “quanto alla donna che approva la canzone I didn’t raise my boy to be a soldier, il suo posto è in un harem in Cina, non certo negli Stati Uniti”. Proprio nel 1969, più di cinquant’anni dopo la sua composizione e mentre i combattimenti in Vietnam entravano in una fase particolarmente cruenta, la canzone conobbe una seconda giovinezza grazie a una versione della Eli Radish Band.

 

 

Il quasi mezzo milione di ragazzi convenuti a Woodstock nell’agosto del 1969 corrispondeva più o meno al contingente di truppe americane stanziate in Vietnam in quegli stessi mesi (543.000 unità ad aprile ‘69). Nel rivedere il bel documentario girato a Woodstock durante i giorni del festival si è presto colti da una strana sensazione, una sensazione che man mano muta in disagio. Il dover riconoscere cioè che la gioventù presente al festival fosse in tutto e per tutto simile alla gioventù che stava combattendo nel sud-est asiatico, solo con i capelli un po’ più lunghi, e una divisa diversa. I marines accampati in Vietnam sotto un telone, affranti e esausti dopo la battaglia nella giungla, e i ragazzi di Woodstock sistemati sotto degli improvvisati ripari di plastica per difendersi dalla pioggia. Sono immagini che si assomigliano, e non solo per pasta della pellicola. Le sequenze delle scivolate nel fango a Woodstock, le riprese dei capannelli a suonare il bongo e a ballare, sono incredibilmente simili alle immagini dei soldati colti negli accampamenti in Vietnam in attesa del rancio o di quelli sorpresi a leggere o a fumarsi uno spinello così come ce li restituì nel 2017 la monumentale serie documentaria The Vietnam War di Ken Burns. Quando nel film su Woodstock vediamo tre ragazzi camminare nudi in mezzo alla strada dopo l’acquazzone, i panni zuppi sotto braccio, nella mente si materializza la fotografia di Kim Phúc, la ragazzina nuda e terrorizzata che fugge dal bombardamento al napalm sul villaggio di Trang Bang. Come in uno psichedelico accavallamento di realtà, sugli schermi di mezzo mondo in quei mesi vennero a coincidere e a sovrapporsi due nudità parimenti scandalose: quella spensierata degli hippie e quella atroce della guerra.

 

 

 

La cantante Joni Mitchell, una delle protagoniste canore di quegli anni, non partecipò al festival per impegni presi precedentemente (guarda caso, un’ospitata al Dick Cavett Show). Pochi giorni dopo l’evento scrisse però una canzone intitolata Woodstock, in cui espresse poeticamente la promessa di quel raduno: We are stardust / We are golden / And we’ve got to get ourselves / Back to the Garden (siamo polvere di stelle, siamo dorati, e dobbiamo fare in modo di tornare al Giardino). Woodstock come l’Eden. In Reckless Daughter: A Portrait of Joni Mitchell (Farrar, Straus and Giroux, 2017), il critico musicale David Yaffe scrive: “la sua versione della canzone è una nenia modale. Su un pianoforte non può che essere suonata sui tasti neri – un accordo minore, un accordo di quarta, e infine un accordo di nona. È una purificazione. È il presagio che qualcosa di molto, molto brutto accadrà non appena il fango si sarà rappreso e gli hippie torneranno a casa. Il giardino al quale avrebbero voluto tornare non era che un’illusione”. Guardando le immagini del concerto di Jimi Hendrix a Woodstock si sarebbe tentati di dar ragione a Yaffe. Il quasi mezzo milione di ragazzi presenti al festival, durante il concerto di Hendrix la mattina del 18 agosto, s’era ridotto a poche centinaia di unità. I reduci di Woodstock. Mentre Hendrix offriva all’America il suo inno, di fronte a lui, a raccogliere il feedback e i rimbombi della sua chitarra, c’era un pugno di ragazzi stremati dalla fatica, dal sonno e dal troppo LSD. Quasi un tradimento. Le ultime immagini del documentario su Woodstock possono indurre un senso di sconforto. Il terreno su cui centinaia di migliaia di ragazzi avevano condiviso “pace amore e musica” era ridotto a una discarica disseminata di rifiuti: ciabatte e coperte abbandonate, resti di cibo sparsi nel fango, due ragazzi, uno su un seggiolino da campeggio e l’altro con le stampelle, caparbiamente intenti a spolpare un’anguria.

 

In questo scenario disfatto, in tutto simile a un campo di battaglia, è però possibile riconoscere anche dell’altro. In particolare il fatto che il festival di Woodstock era riuscito a dimostrare come il rock fosse in grado di profilare la protesta entro una dimensione epica oltre che artistica o morale. A Woodstock l’esercito del rock s’era dotato di un attendamento pacifico, e pur non lasciando caduti sul terreno era riuscito a fare quadrato, vestendosi di un’epica che gli sarebbe rimasta appiccicata addosso e che avrebbe potuto esibire alla stregua di una medaglia al valore. Non importa se, anziché versare del sangue, quel popolo di pacifisti si era soltanto divertito sull’arco di tre giorni in una fattoria a nord di New York ascoltando musica. Ciò che contava era che quell’esercito adesso aveva un inno e un’epopea tutta sua da presentare al mondo, dei giorni trascorsi insieme in trincea, oltre che dei reduci che presto sarebbero diventati dei veterani, e la politica avrebbe fatto bene a tenerne debito conto.

 

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