Per comprendere l’attuale momento politico ed economico brasiliano – dove la pandemia da SARS-Covid 19 ha ucciso più di 350mila persone nel paese – è necessario tornare indietro nel tempo e partire dai presupposti che hanno determinato l’elezione del presidente Jair Bolsonaro, uno stupido parlamentare senza espressione politica, ex militare espulso dall’esercito per insubordinazione, la cui bandiera della violenza contro le “minoranze” politiche, di genere e di razza (popolazioni indigene e nere, donne, lgbtqi+, comunisti, ecc.) era (e lo è tuttora) il suo marchio principale.

I governi del PT e il “Miracolo economico” brasiliano: una costruzione senza solide basi

L’élite brasiliana, storicamente ed attualmente parlando, ha avuto sempre una mentalità reazionaria e schiavistica. Nel corso dei decenni, questa mentalità non sarebbe stata una prerogativa dei più ricchi ma di un settore di salariati, dipendenti pubblici e militari che si vedono parte integrante di questo gruppo (anche se non lo sono). [1]

Luís Inácio Lula da Silva, sin dal suo primo tentativo di diventare presidente del Brasile nelle elezioni del 1989, ha affrontato una forte opposizione dell’èlite conservatrice e borghese brasiliana. Fino a quel momento, il Partito dei Lavoratori (PT) aveva mantenuto ancora alcuni punti programmatici progressisti, con alcune correnti interne che spingevano per la costruzione di una società socialista. Il paese stava uscendo dalla dittatura militare (1964-1985) e vi erano delle lotte sostenute dai movimenti sociali e dai sindacati. Non consentire l’elezione del rappresentante dei settori operai era l’obiettivo fondamentale della borghesia brasiliana. Era in questo frangente che il più grande conglomerato televisivo del paese, Rede Globo, aveva manipolato l’ultimo dibattito presidenziale, accusando non troppo velatamente il PT di aver partecipato al rapimento di Abilio Diniz, uno dei più grandi imprenditori brasiliani.

Con il passare degli anni, il PT aveva perso la sua apparenza socialista, mostrandosi sempre più aperto al mercato capitalista. Quando Lula è stato finalmente eletto ha annunciato un grande progetto di conciliazione di classe nella sua “Lettera al popolo brasiliano”, scegliendo l’uomo d’affari José Alencar come suo vice presidente.

I grossi problemi del progetto di conciliazione di classe del PT dipendevano da una crescita economica ininterrotta e dal mitigare tutte le forme conflittuali sociali. La crescita economica era basata sulla dipendenza dalle esportazioni di materie prime con più tecnologia e sostegno statale all’agrobusiness, mantenendo la divisione internazionale della produzione. Questo meccanismo di dipendenza dalle esportazioni esisteva sin dall’epoca coloniale portoghese, mantenutasi anche dopo l’indipendenza del paese (1822).

L’incidenza delle esportazioni di materie prime nell’economia era quasi raddoppiata con i governi del PT. Questo era stato possibile grazie alla domanda proveniente dalla Cina che stimolava l’economia brasiliana ed il paese asiatico dipendeva, a sua volta, dalla capacità dei paesi occidentali nell’assorbire i prodotti manifatturieri.

Al tempo stesso, il governo ha cercato il sostegno di una parte dell’industria brasiliana in settori come l’edilizia civile (alimentata da investimenti statali, generando un vero e proprio boom immobiliare) e manifatturiera, finanziando dei lavori infrastrutturali per avere consenso politico e ripristinare un minimo di consumi interni da parte delle famiglie. La crescita economica dipendeva però da variabili esterne incontrollabili. Il sogno di Lula era quello di rafforzare i BRICS (gruppo di paesi con Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e la propria banca per avere una politica estera meno dipendente dagli Stati Uniti.

In sostanza, il progetto del PT e il vecchio progetto del PC brasiliano erano lo sviluppo di un’economia capitalistica autonoma. I paesi come Brasile, Russia e Cina hanno però una inserzione particolare nel capitalismo mondiale: quella di esportare prodotti fatti da industrie di bassa tecnologia o materie prime.

Quando è arrivata la crisi, le esportazioni e il credito sono diminuiti, mettendo fine al sogno consumistico di milioni di brasiliani che pensavano di far parte della “classe media”. Era chiaro che la politica di “redistribuzione del reddito” non era altro che l’aumento dei consumi attraverso il credito, un trend anticiclico ampiamente utilizzato nella crisi del 2008. Il consenso sociale era terminato e l’insoddisfazione aumentava sempre più: i più poveri volevano continuare a consumare e vedere i loro sogni di ascensione sociale diventare realtà, mentre i più ricchi non accettavano più alcuna politica, anche se minima, di redistribuzione del reddito.

L’Impeachment di Dilma Roussef

Con l’arrivo della crisi economica e l’insoddisfazione della parte sia povera sia ricca del paese, il PT aveva ancora il tempo di tirare l’ultimo respiro e provare la sua ultima carta per rimanere al potere. Nella campagna presidenziale del 2014, il PT ha utilizzato le ultime risorse a sua disposizione per convincere l’elettorato. In particolare, il partito di Lula e Roussef dichiarava che se l’opposizione avesse vinto, tutte le conquiste sociali degli ultimi 12 anni sarebbero andate perse, soprattutto il “Programma Bolsa Família”. Le conquiste non erano tante ma in un paese così disuguale come il Brasile tali progressi erano vitali. Queste parole del PT avevano raggiunto una buona parte dell’elettorato facendogli vincere le elezioni presidenziali del 2014.

Assumendo il potere nel 2015, il nuovo governo rieletto di Rousseff chiariva che l’obiettivo era quello di riguadagnare la base d’appoggio della borghesia. Ciò si vide quando il banchiere Joaquim Levy venne messo al ministero delle finanze, avviando de facto una serie di piccole riforme che attaccavano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici.

Per i mercati interni ed esteri queste riforme non bastavano: era necessario mettere al potere governativo delle persone capaci nel realizzare delle misure incisive e non blande. Misure volute dal capitale finanziario e imperialista.

Con il colpo di stato giudiziario del 2016 (noto come operazione “Lava a Jato”, diretta dagli Stati Uniti) Dilma Roussef era stata tolta dal potere, e parte dei politici e delle aziende che erano vicini al progetto del PT furono decimati o si adattarono alla nuova realtà. Il vicepresidente Michel Temer era diventato presidente. Da questo momento in poi, le riforme attaccavano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici: aumento delle ore di lavoro giornaliere e settimanali, contrattazioni lavorative a tempo determinato, licenziamento senza preavviso, permesso di far lavorare le donne incinte. L’approvazione di queste misure non incontravano molta opposizione – compresa quello dei settori dei movimenti sociali e sindacali legati al PT, smobilitati negli anni del progetto PT per la conciliazione delle classi.

Lula e la maggior parte dei leader del PT sono stati indagati. La magistratura ha perseguito sistematicamente e selettivamente i membri del PT. L’élite che aveva tollerato Lula quando c’era la crescita economica si è vendicata. L’ex operaio al potere era qualcosa che l’élite non voleva e sin dal primo mandato di Lula ci sono stati tentativi politico-legali di rimuoverlo dal potere, sempre senza successo perché la crescita economica ha sostenuto il governo. Prima delle elezioni del 2018, Lula era stato arrestato. La strada per approfondire l’attacco ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici era rimasta aperta. Era passato il tempo della conciliazione.

Elezioni 2018: l’utile idiota e il ritorno dei militari

Nelle elezioni del 2018 Lula era in carcere ma poteva ancora essere candidato, Bolsonaro è stato il candidato che si è posto come la voce della destra più radicale (sempre con il suo 15% dei consensi) e Geraldo Alckmin, ex governatore dello stato di São Paulo, era un candidato dell’establishment capitalistico e burocratico. Lula era il favorito. Il consenso elettorale di Alckmin non aumentava e Bolsonaro rimaneva con il suo fedele pubblico. La magistratura, nella figura del giudice Sérgio Moro (responsabile dell’operazione Lava-Jato) armava un procedimento per rendere ineleggibile Lula. Quando questo procedimento è stato attuato, il PT scelse il professor Fernando Haddad, ex sindaco di San Paolo, come candidato alla presidenza del partito. Senza Lula, il PT aveva perso sostegni; Bolsonaro, come rappresentante della politica anti-sistema, iniziava a guadagnare consensi, mentre il candidato del grande capitale, Geraldo Alckmin, era stato superato addirittura da candidati di minore espressione.

Con questo scenario, Jair Bolsonaro l’idiota era diventato l’unico candidato veramente valido per battere il PT. Da quel momento in poi, quello che si è visto è stato il vero circo degli orrori della politica brasiliana: il sostegno della grande borghesia internazionale a Bolsonaro, la presenza dei militari, veri capi pensanti della politica bolsonarista e assetati di potere, la violenza delle milizie e dei settori religiosi evangelici.

Era però necessario risolvere un ultimo problema che poteva impedire l’elezione di Bolsonaro l’idiota: se stesso. La “pugnalata” che ha preso durante la campagna elettorale è stata la scusa perfetta per tenerlo fuori dalla campagna, dai dibattiti pubblici e dalla televisione, oltre a conferire al candidato una sorta di aura eroica e martire contro la sinistra “comunista” e il “Partito dei Lavoratori corrotto”. Partita giocata, partita vinta.

L’inizio del governo Bolsonaro e la guerra ibrida comunicativa

Fin dall’inizio della sua amministrazione Bolsonaro ha utilizzato le tecniche di comunicazione della guerra ibrida. La contraddizione costante nel suo discorso, la menzogna raccontata apposta per poi cambiare opinione, dichiarazioni d’impatto e controverse sono state usate in campagna elettorale e poi nel primo anno del suo governo. La guerra ibrida crea un ambiente di dissonanza cognitiva in cui le persone, le istituzioni e la stampa sono disorientate.

Mentre la popolazione, la sinistra e la stampa discutevano delle controverse dichiarazioni di Bolsonaro, il suo governo ha approvato leggi che rimuovono ancora di più i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, congelando gli investimenti pubblici, privatizzando importanti settori dell’economia e deregolamentando la protezione ambientale. Allo stesso tempo, il governo ha rafforzato parte dell’esercito che occupa diversi importanti ministeri e posizioni ed arma le sue milizie (composte da polizia militare e paramilitari).

All’inizio, la politica genocida di Bolsonaro era limitata, attaccando settori più fragili e nemici ideologici. Gli attacchi alla popolazione indigena, ad esempio, sono stati chirurgici. Per facilitare l’espansione di uno dei settori che sostiene il governo (l’agrobusiness) e senza mobilitare la sua base elettorale, Bolsonaro e alleati hanno presentato le proteste della comunità internazionale sul genocidio indigeno o sull’incendio dell’Amazzonia come un tentativo di ingerenza esterna negli affari nazionali.

La scommessa di Bolsonaro sulla pandemia e lo scenario attuale

Con l’arrivo del Coronavirus in Brasile a marzo dello scorso anno, Bolsonaro ha deciso di fare una scommessa alta ma consapevole. Ha mantenuto la guerra ibrida ma ha preso posizione contro le misure di isolamento sociale e prevenzione del contagio. Sapeva che il Brasile era ed è in crisi economica, e la crisi sanitaria non fa altro che aggravare lo scenario. Il Coronavirus gli ha dato l’opportunità di cui aveva bisogno per non assumersi la responsabilità della condotta dell’economia del paese, scaricando la responsabilità a governatori e sindaci che possono, autonomamente, attuare misure di isolamento sociale.

Poiché il Brasile è un paese con molti problemi strutturali (mancanza di servizi igienici di base, espansione urbana indiscriminata, mancanza di risorse economiche, ecc.), qualsiasi misura di isolamento sociale sarebbe limitata e gli effetti della pandemia sarebbero enormi. Sapendo questo, Bolsonaro ha pronunciato un discorso dove affermava che se l’economia si chiudeva, molte più persone sarebbero morte di fame che con il COVID-19.

I morti si stavano accumulando, gli ospedali erano pieni, le misure di contenimento e isolamento sociale dei governatori non funzionavano e l’economia era sprofondata. I parlamentari brasiliani, senza il sostegno del governo Bolsonaro, hanno approvato un aiuto d’urgenza di 600 reais che ha raggiunto più di 50 milioni di persone, quasi il 40% della forza lavoro. Anche in questo scenario caotico, la popolarità del presidente è aumentata. La sua scommessa di gettare i morti della pandemia sulle spalle dei governatori e della crisi economica generata dalle misure di isolamento sociale stava funzionando.

Nonostante le indagini contro di lui e la sua famiglia che hanno generato più di 60 richieste di procedimento di impeachment (tutte zelantemente trascurate da parlamentari e magistratura), il governo ha continuato a fare leggi a beneficio del capitale.

Con l’esistenza del vaccino la situazione però è cambiata. La popolazione è stanca, affamata e spaventata; vede nel vaccino la possibilità di lasciare l’inferno che è diventato il paese. Non c’è brasiliano che non conosca qualcuno che è morto con il Coronavirus. Il patto tra i militari, la Corte suprema e il parlamento – che ha permesso a Bolsonaro di dire quello che voleva mentre il governo era esercitato da altri – si è mosso. Il negazionismo di Bolsonaro iniziava a generare insoddisfazione per il grande capitale a causa dell’aggravarsi della crisi. La mancanza di prospettive di ripresa economica non veniva compensata dall’approvazione delle riforme legislative.

Sia la popolazione sia il capitale possono resistere alle catastrofi, purché vi sia la prospettiva di una futura ripresa. Il grave fallimento nella produzione, acquisto e logistica delle vaccinazioni, concretizza le previsioni del collasso. Ciò mina la ripresa della normalità economica e crea pericolosi rischi di instabilità politica e sociale. L’annullamento del processo contro Lula ha messo un pezzo in più sul tabellone. Lula si muove come il salvatore del paese, chiama i capi di stato per comprare i vaccini per i governatori che li acquistano senza attendere l’approvazione del governo nazionale.

È in un contesto del genere che il governo Bolsonaro: a) fa spazio al “centrão”, un gruppo di fisiologi politici sostenitori di tutti i governi brasiliani fintanto che ricevono denaro; b) difende il distanzamento sociale, l’uso delle mascherine e la vaccinazione dopo essersi opposto strenuamente per un anno; c) simula una rottura con settori delle forze armate che hanno lasciato il governo in blocco alla fine di marzo di quest’anno. Una rottura che lascia aperte due possibilità: la prima è alimentare, con il beneplacito del grande capitale, una possibilità di auto-colpo di stato per i suoi seguaci più fanatici (settori delle forze armate, della polizia militare e delle milizie) mentre la seconda è lasciare la porta aperta all’impeachment se la situazione politica non cambia e la grande borghesia non si fida più di Bolsonaro (aprendo così la strada al generale Mourão, vicepresidente di Bolsonaro, che assume il potere e ricompone l’appoggio politico del governo).

A questo punto, i pezzi in gioco ci mostrano che ci sono due possibilità: 1) la gestione della pandemia cambia radicalmente; 2) il governo Bolsonaro finirà, attraverso un impeachment (una soluzione che soddisferebbe parte dell’élite e della borghesia brasiliana) o attraverso un’elezione, come desidera la sinistra istituzionale (in particolare il PT). Lasciare che il governo agisca ancora per un anno e mezzo prima delle prossime elezioni (con tutto che possono morire ancora centinaia di migliaia di persone) sembra il desiderio di parte della sinistra petista.

Inserendo l’attuale situazione del governo Bolsonaro in una prospettiva storica, siamo riusciti a separare l’essenziale da ciò che è un dramma sulla scena. Alla fine Bolsonaro è ancora l’idiota utile e il genocidio non è causato solo da lui, ma da un’élite con una mentalità schiavista alleata con il capitale monopolistico internazionale, un parlamento che fa il gioco della borghesia e un potere giudiziario corrotto e funzionale agli interessi di chi detiene il potere. Intanto la popolazione viene massacrata, la sinistra reale decimata, e il paese distrutto.

NOTE

[1] L’esclusivismo sociale, economico, di genere e di razza di questi gruppi possiamo vederlo nei rapporti che hanno con il personale domestico alle loro dipendenze. I lavoratori e le lavoratrici domestici/domestiche, oltre ad essere ipersfruttate a livello economico, vivono una condizione di vera e propria sottomissione sociale e culturale verso i loro capi (come “dormire nella stanza della cameriera”), lasciando scioccate le persone straniere che vengono in Brasile.

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