Non avrai altro Dio all’infuori di Steve Jobs.

Non desiderare la start up di altri.

Ama la mission come te stesso.

Ricordati di santificare le skills.

 

Era già successo ai borgatari raccontati da Pasolini.

Una progressiva perdita della propria identità e di una cultura autonoma. L’iniziare a vergognarsi di chi si è, il voler dimenticare il mondo a cui si appartiene. La voglia di aderire ad altri modelli, vivere le vite degli altri.

E poi quelle carte d’identità modificate, il sottoproletario che scrive “studente” nel campo della professione per non dire chi è veramente.

È risuccesso anche dopo, se volete una data la mettiamo, così, per capirci: 14 ottobre 1980. Il giorno simbolico della cesura, la retorica della fine: da lì in poi possiamo chiamarla sconfitta, preferibilmente accompagnata dal suffisso «storica». È la «marcia dei quarantamila» di Torino, quella dei quadri, dei colletti bianchi, dei capi. Che fossero meno, più o meno spontanei, poco importa. Da lì in poi non c’è più la «centralità operaia», stop a quell’idealtipo sociale: austero, fiero, dignitoso. La narrazione politica sino a quel momento aveva forgiato il mito.

Negli anni Settanta c’erano figli dell’altra classe, quelli “studiati”, che a Mirafiori ci andavano per farsi assumere alle linee: volevano fare l’esperienza, stare fianco a fianco ai miti, superare il tirocinio rivoluzionario. La tuta blu affascinava e piaceva più della giacca e della cravatta. Cipputi tirava quasi come Elon Musk oggi. I comizi di quegli operai arrivati dal sud con le loro retoriche potenti si guardavano come oggi condividiamo i video di Steve Jobs. Erano loro gli «affamati», erano loro i «folli».

108 metri di realtà

Dagli anni Ottanta in poi si diventa tutti classe media, quella operaia inizia a puzzare di vecchio, qualcosa di stantio da riporre. Nuove retoriche e nuovi modelli s’impongono. Tutti diventiamo imprenditori di se stessi, tutti fondatori di qualcosa, tutti che più che lavorare facciamo business. Una parte di società, quella del lavoro di “prima”, smette di essere raccontata e di raccontarsi. C’è ancora, esiste nella realtà, ma scompare e si mimetizza. Il racconto del nuovo funziona, prende tutti, entusiasma fino a quando si rompe l’ascensore sociale e ci accorgiamo che non c’è nessun operaio pronto ad aggiustarlo. E si riprende il filo di una narrazione interrotta.

 

Alberto Prunetti è uno di questi nuovi pontieri tra ciò che è stato e ciò che siamo. Il suo 108 metri. The new working class hero è un destro-sinistro tirato dritto in faccia ai sorrisi ammiccanti delle retoriche moderniste. Ci riporta bruscamente alla realtà in un racconto che metro dopo metro riporta sul palcoscenico vecchie e nuove working class. C’è Alberto che rappresenta la nuova, lui figlio di operaio che vuole fare lavori culturali, che ha provato a prendere l’ascensore sociale proprio nel momento in cui si stava guastando. Dalla pulizia dei bagni di un centro commerciale fino al forno di una pizzeria finta italiana in Inghilterra si snoda il racconto del periodo passato Oltremanica a imparare meglio l’inglese e a vivere il livello basso del mondo del lavoro. È l’economia dei servizi, un terziario non avanzato che raccoglie immigrati e nativi senza qualifiche e con ambizioni frustrate. Lavoretti per alcuni, sola possibilità di sussistenza per altri. Alberto ritrova alcuni codici della classe operaia del passato ma c’è meno orgoglio, c’è meno solidarietà, traspare più disperazione e scarse possibilità di redenzione.

Prima, mentre e dopo il “tirocinio” inglese c’è Renato, il papà, l’operaio della vecchia class con la sua storia di fatica, di mestiere, di qualche ricompensa e il conto di un vita in fabbrica che si presenta sotto forma di malattia da lavoro.

 

La vicenda di Renato Prunetti la conoscevamo già, è nelle pagine di Amianto, il primo libro di Alberto di questa trilogia working class di cui attendiamo il terzo episodio.

Il nuovo in 108 metri è il tentativo di mettere in connessione le due vite, le due memorie, quella del padre e quella del figlio. E c’è un pezzo di storia italiana, a reggere la metafora ci pensa Piombino e la sua acciaieria, gli altoforni prima accesi e poi spenti. I binari che uscivano da quella fabbrica: pezzi di ferro lunghi 108 metri che messi gli uno dopo gli altri hanno collegato paesi e persone. Saper fare operaio e grande industria, lavoro e malattia, emancipazione e sfruttamento. Tutto insieme dentro a mille contraddizioni, e Alberto usa quei metri di ferrovia per collegare le due storie, per mettere sullo stesso binario il suo presente e il passato di una famiglia allargata.

È un’operazione esplicitamente politica, legare ieri e oggi per predisporre nuovi percorsi di riscatto sociale, per ricominciare a raccontare il mondo dei lavoratori dal di dentro. È la risposta a una domanda di immaginario o, se la domanda latita, è un modo di stimolarla.

 

Parole con le «castagne in tasca»

La rappresentazione non regge più, lo stacco tra ciò che viene detto e ciò che si vive è troppo ampio. E si stanno aprendo delle brecce dove si insinuano narrazioni come quelle di Prunetti e di altri/e che chiameremo in causa nel definire un sentiero di nuove rappresentazioni sociali per mezzo di parole.

Si sta incrinando l’orizzonte delle promesse, viviamo in un sistema economico che non è più in grado rispondere alle aspettative. Soprattutto per chi cerca risposte partendo da condizioni sociali non privilegiate. Sono i figli delle working class celebrate un tempo e poi dimenticate. Sono, siamo, le generazioni a cui era stato presentato un futuro di prosperità se solo ci fossimo impegnati. Abbiamo studiato, abbiamo fatto tutte le cose a modo, abbiamo letto e conosciuto le storie di emancipazione di quelli prima di noi, abbiamo promesso ai nostri padri e alle nostre madri che non avremmo fatto i loro lavori. Ci siamo messi in fila, fiduciosi, aspettando il nostro turno. E stiamo ancora aspettando.

Nel frattempo per fare i lavori per cui abbiamo studiato o che crediamo possano realizzarci, facciamo altro per mantenerci. Non li elenco tutti, ne cito uno per tutti: cameriere.

È questo sentire comune che si sta cominciando a raccontare, magari mettendo insieme le storie di ieri per provare a descriverci oggi e rendere accettabile la frustrazione. Gli autori e le autrici sono spesse volte i figli e le figlie della working class di ieri, non è che bisogna chiedere la dichiarazione dei redditi ma quelle storie le scrivono peggio (e quindi meglio) chi ha provato la sensazione delle «castagne in tasca». Un’immagine con cui Prunetti ci accompagna raccontando Ernesto Balducci, il prete stimato che Alberto vede in una cena mangiare con foga. Gli sembra quasi un atto di mancanza di rispetto per chi il cibo non lo ha. Poi anni dopo ritroverà un’intervista di Balducci, dove racconta la sua infanzia in attesa del ritorno del padre minatore alla sera. La cena come unico pasto della giornata, nel frattempo durante il giorno si ciba con le castagne bollite messe in tasca dalla madre la mattina.

 

Dare voce

Sono soprattutto gli altri, in passato, ad aver raccontato il mondo dei lavoratori. C’era un dato oggettivo di scarsa confidenza con la scrittura che accomunava le classi lavoratrici. Infatti la cultura popolare si esprimeva soprattutto con i canti, un modo di raccontare che stava nella loro disponibilità. Ci sono luoghi, come la nastroteca dell’Istituto Ernesto De Martino che sono l’arca di Noè di quel mondo. Nel costruire ponti tra working class di diverse epoche bisogna ripartire anche da luoghi così, indossare buone cuffie e ascoltare.

Cosa ha in comune una mondina come quella di Riso Amaro con George Orwell? Hanno prodotto, in forme diverse, racconti sulle condizioni del mondo del lavoro. La prima cantando, il secondo scrivendo un libro come The Road to Wigan Pier (1937). Così ha dato voce agli operai Simone Weil con La condition ouvrière (1951) o, venendo a periodi un po’ più recenti Working for Ford di Huw Beynon (1973), Lavorare in Fiat (1989) di Marco Revelli, La dismissione (2002) di Ermanno Rea. Sono autori e autrici che provano un grande empatia per la causa operaia, in molti casi dedicano la loro intera vita ma sono irrimediabilmente, nel bene e nel male, voci esterne a quel mondo. Più vicino alle mondine è il caso di Pietro Perotti operaio documentarista che appena assunto alla Fiat Mirafiori nel 1969 acquista una Super8 con la quale filma tutti gli anni Settanta fino alla Marcia dei quarantamila. Senza chiedere permesso (2014), documentario realizzato con il regista Pier Milanese, è un documento preziosissimo sulla sua storia e sul movimento operaio torinese di quel periodo.

Prunetti&co assomigliano più alle mondine e a Perotti, sono meno Orwell. C’è un dato nuovo: sono il prodotto di una scolarizzazione di massa che ha dato strumenti intellettuali anche alle classi lavoratrici. Adesso, che c’è bisogno di nuovi immaginari, possono raccontare la loro (nostra) vita e quella dei loro padri. Seguo Prunetti nel mettere insieme un po’ di nuova narrativa working class. C’è Luigi Chiarella del Diario di Zona (Alegre 2014) che vorrebbe fare l’attore e drammaturgo ma per necessità si ritrova a fare l’operaio letturista per l’azienda municipale dell’acqua. E così coglie l’occasione per raccontarsi e raccontare la città (Torino) da un’altra prospettiva e con altri protagonisti (diremmo dal basso). Oggi gli ultimi dispacci danno Luigi cameriere a Vienna. Simona Baldanzi, Figlia di una vestaglia blu (Fazi, 2006), racconto che intreccia operai della TAV nel Mugello con la madre operaia nella fabbrica di jeans. Massimiliano Santarossa, Storie dal fondo (Biblioteca dell’Immagine, 2007), dove il fondo è la periferia del ricco nordest. 12:47 Strage in Fabbrica (Gaffi, 2012), di Saverio Fattori operaio narratore. Stefano Valenti, La fabbrica del panico (Feltrinelli, 2013), narra della Breda Fucine e della vita del padre operaio ammalatosi per l’esposizione all’amianto. Inox (Baldini&Castoldi, 2017) di Eugenio Raspi, tecnico specializzato alle acciaierie di Terni che racconta la vita in fabbrica dopo il licenziamento del 2014. Pia Valentins, Ferriera (Fandango, 2014), graphic novel che racconta la storia del padre operaio.

 

Raccontare, raccontare, raccontare

Scrivere dell’insuccesso, di chi non riesce, di chi non emerge è l’atto più politico di questa narrativa. In un’epoca dove bisogna dimostrarsi vincenti, capaci di cavarsela da soli nella quotidiana lotta senza quartiere, il racconto della sconfitta è una necessaria terapia sociale. Sono storie che l’Italia fatica ad ascoltare soprattutto da parte di chi sente il proprio “benessere” ereditato sotto minaccia. Pochi vogliono fare i conti con la nostra memoria, le sue illusioni, la deindustrializzazione, la crisi.

Ci muoviamo su di un crinale scivoloso dove la retorica del declino, della dismissione può portare a inoltrarsi sui sentieri della nostalgia. Un tragitto fuorviante perché fa del passato un luogo fisso nel tempo e ribalta sul presente un’incapacità di immaginare futuro. D’altra parte dalla fine dell’epoca alle nostre spalle bisogna partire, con tutta la malinconia rabbiosa che si porta dietro. Raccontare la cesura, raccontarci nella cesura, è forse l’unico modo per riconoscerci e congedarci dalle storie dei nostri padri. Per ripartire con un nostro immaginario, una nostra idea di riscatto, per vivere la nostra epoca. Sono le «rose» di cui abbiamo bisogno oltre il «pane» che rivendichiamo.

Quindi sì, raccontiamo le nostre vite, le paure, le difficoltà, la sensazione di inadeguatezza. Raccontiamo di quando non ci riusciamo, di quando falliamo, di quando non rispondiamo alle aspettative degli altri. Facciamo di tutto questo un fatto sociale e non solo una raccolta di biografie individuali: un «privato» che deve diventare «politico». E sì, facciamolo soprattutto e di più quelli che di noi vengono da famiglie working class. In fondo ci hanno fatto studiare anche per avere più parole a disposizione. Usiamo quelle parole per uscire da un’idea del lavoro, e della propria esistenza, come lotta solitaria e disperata.

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